ANTONIO BUX – Cinque poesie tratte da “Ponente” (Inedito 2020)

***
 
Nell’avvoltoio una nebbia tace.
Ha la sua forma di sparizione
che la fa simile a una goccia
di tempo quando l’acqua dorme,
e si trasforma la sua anima
in un diverso respiro, nel nido
abbandonato volando, per chiara
solitudine di ogni volo rubato
al nero senza notte di una vita.
Così l’avvoltoio ricorda la nebbia
quando plana nel suo silenzio
di predatore e sa la morte
non spaventare, sa del tempo
l’ultima migrazione, il volare cieco
verso montagne divine, dove fa nebbia
per esistenza, e l’avvoltoio va in pace
a farsi preda e a morire, ogni notte
perché sparisce questa forma di amore
e la vita ritorna in quella sua goccia,
e già non è tempo, esiste solo per l’acqua
 
 
***
 
Un arco d’estate ha fatto del mondo anima,
ma tu vuoi fingere che il vento fermi l’amore,
come paradosso di uccello non sei altro
se dentro l’aria non esistiamo e l’aria ci muove,
così nel reale incantesimo tu voli accanto
a questa persona che cade, le vuoi proprio bene
mentre un arco finge l’estate e l’anima
mai nostra siamo noi vuoti in cielo a creare
il volto di un uccello beato;
 
così vedi come il beato canto dell’occhio
suo è dentro di noi, e l’azzurro già perso risale
verso l’azzurro più chiaro che vive
a tempo ma in altro destino, in chi si dimora
lento, come paradosso d’anima io non riconosco
il futuro creato a miseria, lo stento di sapere
nostro un arco già scoppiato nel sole,
ma tu vieni uguale, uccello nero disadorno
d’amore, tu vuoi questo volto non mio
 
 
***
 
Quando il disegno parziale di una stella
è il disegno amato; lo si impara soli in cielo
a favore di nuvole opache, lanciati
nell’ora in cui nessuno vuole
avere più desiderio o speranza, lama
di un coltello sentito eternamente
per un eterno mai nato, dove la piega
di un corpo è la benda, e il volto già saggio
vede la barca lontana galassie,
e invece ora scorre vicina, ti chiama
vuole che tu sia il suo mare.
 
E pur di vomitare una serpe s’ignora
la fede cristallina, di veder crescere niente
o la stella precisa, scivolosa al centro della notte
che si muore pensando, e il pensiero sotterra
l’ascia di sentire e in quanti si paga
se soltanto in una selva riposano in pace
i resti terreni, o in quella catena di luce
lanciata in alto da chi non è stato
come viene ora ad abbracciare il silenzio
e il disegno totale non più ombra
non più distanza ti insegna la stella
e sei la linea verticale
 
 
***
 
Eccola. Com’è grande la parola
che vive il volto, la sua distanza
viene contro, sveste del nero apice
chi non sa, chi non vede nell’unico
suo ricordo la voce di una finestra
 
rotta da sempre, e lì si volta, lì sbraita
da ponente una bandiera bianca,
la promessa che solo il fuoco regna,
ed è la polvere a segnare enigma
il suo parlare, il suo sembrar parlata;
 
e vuole subito sia sera mentre scrivi,
mentre illumini col tempo i sacrifici
della carne contro l’usura, della paura
che sia il canto solo una sfera,
 
perché ti gira intorno e il mondo
non appare, ma è tutto tuo,
inventato di sana pianta è l’abbandono
del fiore di un’anima che ti vuole
corpo, sulla strada vuota;
 
ed eccola, è sempre lì che non ti chiama,
eppure ovunque risuona il gioco
suo immobile di trasparire, e tu non sei
e non esisti, e se la scrivi lei si consuma,
 
ti concede il giorno e tu devi sognarla,
perché solo dormendo sentirai
ciò che ti accade, il fulmine
del mostro eterno, e tu qui ora
 
per solo assente; e invece svegliati:
sono i chiari segni le sue vere chiavi
 
 
***
 
Ma tu la senti la ventata? Bruciare in canto per noi
una promessa che durando si scompone,
e non rimane che aspettare sia per sempre sera
o solo un’alba che ci guardi, a scena muta.
 
Perciò sei nata, per distrarti tra mille parole,
però stai ferma, e il tempo già ti esclude
dall’anelito maestro che recita miracoli,
e quel padrone da sempre nominato, ora scappa
perché sei viva e ti commuovi se un giglio strappato
è visione di te tra anni, ma non ricordi ora.
 
Così ti inchiodi, con la nuca a vedere per te altro,
un alito sospetto dietro il viso e non c’è nulla,
un vago senso di certezza o inibizione
ti fa reale se credi e mandi al tuo cospetto
densi fantasmi nel lutto del mattino.
 
Potrebbe continuare secoli, ma la vista
nuota in sé e sa del burrone alto che vivo
in queste teste cede. E non continua. La viola
del pensiero umana stride.
 
Vuole invece che i suoi sogni ci ritornino,
e con il veto cieco del mondo essere chi sei
o non sapere mai, lei come il creato morirebbe.
 
Ma tu pensala più fuori, aperta a nuove arie, dissoluta,
che queste parole traggono in inganno, e noi soli
ad aspettare si faccia il tempo, e la distanza
di colpo prenda il volto il cielo e dentro un’oscura
nube ci restituisca in volo.
 
La senti? Le sue folate dentro di noi che fanno
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in copertina: Elmer Bischoff (American, 1916-1991), Figure at Window with Boat, 1964. Oil on canvas

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