ANTONIO BUX – Sei poesie tratte da “L’ipnosimetro” (RPlibri Editrice)

***
 
Una volta era un disco schiacciato
la terra, nessuno diceva d’abitare
il suo peso (ora ci vivono leggeri
gli acanti e le parole di pochi morti);
non percorrerla pareva un bel gesto.
 
Per sempre, pur di non sostare,
se non per un pugno di neve caduta
mai sulle palpebre, così un bacio
dal sole a chi veniva vero
si fi ngeva un paradiso terrestre
accanto a ogni alba, di rifugio dallo spazio.
 
Ora che un cerchio fa i visi
eretti a mo’ di pino e cirri di giallo,
restringono tutti, bisogna danzare zitti
gli ultimi passi, prima del buco;
o stare fermi e anticiparsi, e solo scorrere
in aiuto ai lampi; poi miti oscurare
 
 
***
 
Aver evitato l’alba, i chiodi
sulla bocca segretamente
sorridono, ma sei disattento,
il rumore del corpo lo vuoi
desiderare ma pensa, hai paura
che un ritratto di te poi si veda
chiuso in sé diventare più alto;
che lui sa la distanza, ti beffa
sempre di notte, si crea in te
a tua immagine e somiglianza;
(ma tu non credergli, è una parola
versata per giorni nella natura
stagnante della realtà, che già
lo sapevi, sarebbe arrivata, e ora
che è qui l’allontani); evitare
l’alba, questo lo scempio che fai
 
 
***
 
La volta della terra è il tuo luogo
oh pensiero, che non porti mai dove
questo essere umano sedimenta
il corpo chiaro di per sé
tra buio e pace, o solo nella specie
tua aliena, che batte sotto il cielo
quel messaggio immondo, brivido
 
di luce mai stata così dentro
l’immagine serena di chi muore
pensando che la vita sia questo
vano ritardo, tra te e noi
che nel tempo speriamo risposta
e la domanda tarda a venire,
sei tu il volto della terra
 
 
***
 
Le stelle così numerate
come calcolo immaginario,
sono della terra il magnete
mai ricaduto, quel dolore
che in cielo si vede;
 
noi le guardiamo mentire
là in alto, in noi le sappiamo
sparite, quando il giorno respira
la terra tutta nuda d’umano
e le stelle bruciano intorno
 
il segreto che non esistiamo;
basterebbe gridare la notte
senza sapere questo confine,
o l’ombra per forza cattiva,
le stelle verrebbero agli occhi
 
e gli occhi mutando l’interno
per un solo minuto d’amore,
non avrebbero distanza e le piante
dentro la mente a parlarci
di stelle come fraterne radici
 
 
***
 
Toccato male il possibile cielo,
anche l’audacia di avere occhi
sereni è dirsi come l’erba ritratto
che si rovescia se in aria una nenia
evapora il corpo nella sua tosse,
è del sentire umano, non arrugginendo
nessun fiore che si ama né ombra
sottratta al suo fiore interno;
 
ma toccato meglio lo strato di luce
che mostra il signor divino accecando,
nella palpebra chiusa chi guarda
di sé la più oscura membra, l’incudine
che oscilla millenni, se non taglia ma sfiora
soltanto una posa, la cenere è tua
che sei vivo, e il cielo è possibile
in te, ciecamente
 
 
***
 
Viene l’aurora con i regni in codice,
ti gira il suo specchio se sogni
il bene sofferto, a te uguale,
o il tuo ritratto
 
che ti decompone per essere,
e il messaggero già ti avvelena;
l’aurora così vive il sosia
– è lui che ti sveglia
 
se sogni boschi in ritardo
o la tana dove si sposano iene,
e il tuo compito è ucciderle –
 
l’insediamento è veloce: il codice
aurorale si compone di cloni
e per ritrovarli
 
tu verme devi morire, rasa la stirpe,
che la tua luce è per folli,
ma l’aurora sa come fermare
 
in lei il tuo vago ascensore;
che chi scava lì dentro con la fauce
è destinato a bruciare, il sosia
per questo ti guarda:
 
sei tu la sua fauce d’autunno

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