TEODORA MASTROTOTARO – Tre poesie da “Legati i maiali” (collana Sottotraccia, Marco Saya Editore 2020)

 
Raramente in poesia è accaduto che un argomento come lo sfruttamento animale sia stato approfondito attentamente. Fu il caso del fortunato libro di Ivano Ferrari, Macello, racconto in versi di un’esperienza crudissima vissuta in un mattatoio. Ed è anche il caso di questo secondo libro di Teodora Mastrototaro, dall’emblematico titolo Legati i maiali. Con le dovute e ovvie differenze, l’autrice di origini pugliesi attraversa un’esperienza simile a quella di Ferrari, muovendo però le due sezioni del libro in altrettanti momenti dove sono gli stessi animali in prima persona a parlare del proprio dolore. E se la scrittura della Mastrototaro affascina per la sua alternanza tra un’esecuzione più statica alternata a momenti di vera e alta passionalità espressiva, ciò che più sorprende in questo libro è la pulsione di ogni animale alla vita, vissuta per istinto e condotta interferendo il meno possibile, o quanto meno inconsapevolmente, sul ciclo vitale dell’intera esistenza. Al contrario dell’essere umano che, pur vivendo, non sa fare a meno di provocare in se stesso e negli altri la morte in cambio di una voluttà oramai accessoria e demoniaca, quale quella del sacrificio della vita in cambio di un “appagamento” personale. È questo il messaggio più importante di un libro di denuncia del genere: che la vita resti alla vita e che la morte non sia un esercizio voluto dall’uomo ma solo il destino di ogni essere che viene al mondo per un volere più alto.
 
Antonio Bux
 
 
***
 
La fissità di una porta rotta
dove avrò da bere.
La nostra razza non resta nelle case
ma in porcili di saliva.
Necrologi senza storia.
In ogni scatola partorisce una madre
interrotta nel rovescio della carne.
Il mio destino è avere fame.
Dove tu coli, madre, non c’è stagione da salvare.
Ingozziamoci di latte per ritornare belli!
Colostro al fianco destro e a sinistra
la famiglia è incatenata.
Il cordone ombelicale rimasto impigliato
tra il pane e la morsa, alla luce la merda
diventa una rosa – simile la forma.
Al capezzale del tuo seno la notte si volge agli steli.
 
Venite sintesi di cadaveri, venite. Senza bambini
o neonati, venite. Qui ci vendono oltre l’amore
e oltre l’amore le carni e morire.
 
 
***
 
Divento tre, quattro, cinque uccelli
con gli occhi chiusi e il becco rotto
dove la gabbia è stata cannibale.
Covo sul calore di chi rovescia il corpo al cielo
e si addormenta. Il cielo è una bugia.
Lungo la ferita sulla testa è lì che il sangue marcisce,
da un lato le piume, dall’altro il mio collo piegato.
Da un lato ho dolore, dall’altro è mattino?
 
 
***
 
Sfreghi la papilla dolorante.
Cambi posizione al capezzolo teso
cresciuto sulla pelle dal molle del callo.
Qui la caccia al latte è per il tuo nutrimento.
Non rispondo se non con un belato piagnisteo:
questa mia stupida voce, voce comune di pecora.
Nella morsa di una mano mi scuoti per bene in attesa
di essere pressata aspirata sono munta ammanettata
come macchina ma sono madre ammanettata
aspirata sono munta ammanettata tra l’angolo
del fianco e l’uomo predatore. Non è mai
uguale una mamma animale, mi lascio
annegare nel secchio di latta dove
il latte prelevato si ristagna.
 

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