ANTONIO LANZA – da “Suite Etnapolis” (Interlinea, 2019)

Opera tanto coraggiosa quanto necessaria, quella di Antonio Lanza, che esordisce in poesia con questo particolarissimo “Suite Etnapolis” (Interlinea, 2019), poemetto denso e multiforme, monolite che spazia tra poesia e prosa poetica, dove viene scandita la settimana tipo di vari personaggi che si intrecciano in un centro commerciale (da qui il titolo del libro) che l’autore siciliano conosce bene. Si diceva della dimensione poematica del libro, ma la vera e propria pretesa di questo lavoro è accorpare sia la sua denuncia dell’automatismo sociale che l’era moderna ha imposto all’uomo, svuotato dei suoi principi e ridotto a mero numero, soldatino di una guerra contro se stesso e gli altri, ma anche una velata constatazione dell’incantamento e la straniante “bellezza” che un mostro corporativo come un grande centro commerciale può generare. In definitiva, Lanza ci mostra non una denuncia dell’alienazione, ma l’alienazione stessa, compulsata e messa in contrapposizione allo stato delle cose. Per certi versi si può accostare l’impresa dell’autore a certa poesia d’avanguardia, il caso più evidente potrebbe essere quello de “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani, o alla più recente produzione poetica di Lidia Riviello, che spesso ama parlare di centri commerciali nella sua poesia, così come ama leggerne in luoghi molto pieni eppure paradossalmente sempre più solitari. E così, anche Lanza ci mostra che, più è grande l’unione di massa, più diventa grande la separazione e la solitudine disperante di un essere che deve fare i conti solo con la “macchina” della vita contemporanea. Un inceppamento che è già poesia di per sé, in quanto annientamento ma anche speranza di ricongiunzione alla verità, sebbene verità crudele, sfuggente, definitivamente reale del Golem che ci abita.
 
p.s.
 
I personaggi, nell’arco delle sette giornate, presentano ciascuno uno sviluppo narrativo, che li porta a una qualche “scoperta” di sé. Nel caso specifico, Daria (cassiera del bar di Etnapolis) è insoddisfatta del lavoro che fa, frequenta per qualche giorno un’amica venuta in vacanza in Sicilia, verso la quale – inaspettatamente – scopre di provare un’attrazione sessuale. Due dei frammenti di seguito proposti sono a tema omoerotico, raccontano di due rapporti sessuali consumati il primo a Catania e il secondo a Roma, dopo il quale le due si “separano”. Nell’ultimo frammento, in prosa, intitolato “La pozzanghera”, Daria completa in qualche modo simbolicamente – la sua ‘trasformazione’. Del poema dunque viene qui proposto un particolare e inedito attraversamento, a partire da uno dei personaggi del libro, per l’appunto Daria.
 
 
Antonio Bux
 
 
 
5 testi da “Suite Etnapolis” (Interlinea 2019, collana Lyra Giovani, diretta da Franco Buffoni).
 
 
dalla sezione “Domenica”
 
 
DARIA:
Non faccio mai
la cosa giusta, com’è che non faccio
mai la cosa giusta: con gioia
vacanziera la sua mano scivola
sull’avambraccio, le unghie
rosse da lì al polso;
mi irrigidisco – raggela in risposta la luce
sui palazzi di via Etnea – mi accartoccio
in camera mia poi come una foglia
che ancora rimane per abitudine
appesa all’albero, o per paura
di staccarsene.
 
 
dalla sezione “Lunedì”
 
 
DARIA:
Come mi duole Etnapolis, come manderei
vita e lavoro a gambe all’aria; asciugata la sera
fino al nocciolo legnoso, come mi trapassa l’ansia.
 
 
 
dalla sezione “Martedì”
 
 
Dall’orologio al muro battevano i secondi.
Il silenzio forava l’attesa. Del chiarore alla finestra
separava la camera dalla città. Il poco tempo
trascorso bene insieme si comprimeva in gesti ultimi,
in premure intime, o inutili, come raccogliere in bagno
le mutandine e chiedere dove bisognasse
metterle e eccitarsi vagamente a annusarle
e non sapere perché, e schiacciare i perché in uno scoppio
di risa. La valigia aperta come un libro sopra il letto,
adesso piena e ordinata, solo da richiudere, e il disordine
nel respiro di Daria, la confusione in Francesca, i gesti
liquidi, senza più punti fermi, rivoli inefficaci, e il tamburo
del cuore che non si decideva a andare a capo, che proseguiva
la riga, travalicava la pagina, rincorso dall’orologio al muro.
Poi Daria liberava un orecchio dai lunghi
capelli neri – una mandorla perfetta – piegava a sinistra il collo
come a offrirlo (come mi comporto male),
ma offrirlo a chi, offrirle per gioco la giugulare, delirio
di preda cacciata (niente più, si discolpa
adesso in macchina con se stessa,
che mettere qualcuno nelle condizioni di).
Mentre si arrota il ricordo, la strada le scorre
fino a Etnapolis sul bordo
disattento degli occhi:
inumidita, rimpastata, acroma
non so ancora
se mettere corna o ali non so
se è nebbia o vapore
che giocano a cancellarmi.
 
 
dalla sezione “Sabato”
 
 
Per il bene d’aria delle dita
per lo stremo della caviglia per tutte
le minime terminazioni
che si diramano sul materasso
e lo inzuppano e colano
dalle fiancate per tutte le invase
fessure tra mattonelle e il sudore
a schizzi il sudore giallo
negli occhi l’impasto
molle tra le gambe
visitate e tutto il piacere
che imbratta muri e specchio a schizzi
vagito a scale e la finestra
adattata alla saliva
della bocca per ogni verde
vagito di cane in cortile
il bene d’osso che intero
fa stringere infine l’orgasmo.
                                                   Ho abitato
all’apice
tutta fino a scoppiare
la camera, ora a passetti ritorno
torno a piccoli passi
– nido caldo di foglie –
nel corpo di prima
a posarmi. E ancora muto. Germogli
i capelli. Metto
la coda. Mi allungo. Ma mi trema una corda
di basso nel cuore. L’acqua scorre
nel bagno. Un quarto
di ora non basta. Sospetto,
non so, non ti chiamo. Poi esci nutrita
negli occhi anche tu.
Sul letto poggi incupita
un ginocchio. Mi tiri su.
«Ascolta» dici e vibra, lo sento, alla schiena
la scure del giorno –
domani la stanza occupata
altre intimità da annodare.
 
 
ancora dalla sezione “Sabato”
 
 
La pozzanghera,
 
che non poteva neanche dirsi pozzanghera, essendo più una piccola concentrazione d’acqua dentro un modesto incavo del vialetto, era a non più di cinque metri dalla panchina dove Daria, gambe accavallate, trolley incollato a sé, sedeva pensando, distratta e attenta a un tempo; non si accorse della pozzanghera fino a quando questa non attrasse l’attenzione della bimba che schiamazzava sul praticello dietro di lei. Vi si diresse, la bimba, seguita a distanza dalle silenziose premure di quello che doveva essere il nonno: che la lasciò fare, al contrario di quello che Daria si sarebbe aspettata. Le lasciò quindi attraversare l’informe pozzanghera, e le permise che le scarpine si immergessero nel liquido, scuro come inchiostro, e che ne uscisse, poi, divertita, e stampasse le suole sull’ammattonato, una dopo l’altra, a brevi passetti, voltandosi una volta sola a vederle, le impronte, che la seguivano, fino al punto in cui il nonno, abbassandosi, la prese in braccio e le disse qualcosa che Daria dalla panchina non poteva sentire, mentre lei, la bimba – tre o quattro anni – alzava un braccio, orgogliosa, sotto di lei, a indicarli, i propri passi, dalla pozzanghera fino a dove il nonno aveva piantati i piedi.
Daria ricordò che era sua abitudine, a quell’età, e certamente anche oltre, farlo anche lei quello che aveva appena fatto la piccola; e forse, pensava, tutti, una volta o l’altra, l’abbiamo provato questo bisogno di passare lentamente sopra una pozzanghera per poi uscirne e lasciare di noi, delle nostre suole, impronte più o meno durevoli, ma visibili, sulla strada.
La bimba si allontanava nel viale in braccio al nonno, guardando nella sua direzione. Daria la cassiera si alzò. Aveva ai piedi delle comuni scarpe da tennis. Le aveva comprate il mese prima, in un negozio a Etnapolis. Erano comode, bianche, con delle striature rosa. Si avviò. Solo per un attimo pensò che farlo poteva essere ridicolo. Non le importò. Sorridere adesso, col nuovo taglio, le faceva sembrare gli occhi più attraenti.

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