ALFONSO GUIDA – cinque poesie da “Luogo del sigillo” (Fallone, 2017) – con una nota di lettura a cura di Giuseppe Todisco

 

 

 

 

LUOGO DEL SIGILLO 

di Alfonso Guida

 

 

Per sottrarsi al campo ipotetico bisogna prendere corpo, venire alla vita. La condizione fetale prima, il distacco dal grembo materno poi – mettono l’uomo nel destino e il destino nell’uomo. Ma l’abbandono del ventre genera dramma: forse è proprio per questo che – chiede Alfonso – [… si nasce tra le urla].  E’ sempre fuori che avviene il confronto, perché in placenta si è soli con [la madre buona che avvolge]. Però, una volta superato il confine, la soglia vaginale, si accede a pieni polmoni al dramma se [Dio arruola eserciti mesopotamici al varco, alla misera dogana – e noi sbrandellati a ferocia]. E’ questo il conflitto di ogni essere umano: essere partecipe della vita, con la propria morte. Alfonso questo lo sa, lo scrive. Ma dice anche altro in questo libro.

A ben guardare, tra la fitta e asserragliata schiera di versi, si intravede un altro, e più intenso dramma: quello del poeta. Questi, infatti, a differenza degli altri mammiferi vive la propria gestazione fuori dal grembo. E’ figlio, sì… ma di una gravidanza extrauterina; una gravidanza che minaccia la madre e che si deve, necessariamente, interrompere. E viene dunque da chiedersi: è ciascun poeta figlio di un aborto? Probabilmente sì [perché l’origine è cupa e l’aborto/ di una lingua fraudolenta rapisce/ la terra su cui cammina]. Il non nato quindi [… il guado/ del mondo non ti appartiene] colui che nella vita si è mancato ed ha generato assenza e, per questo, continua ricerca, continuo desiderio di nascita [… tu nasci ancora, di/ nuovo, senza capire il corpo della/ perfezione, il respiro refrattario/ delle pietre che hanno accolto il tuo sangue].

 

Ma quello che più ci preme, ora, è capire dove il poeta Guida sia stato concepito, gestato e – principalmente – dove l’uomo si sia mancato. Insomma, il posto dove è finito l’umano ed è cominciato il poeta. [Torremozza non fu che una matrice: concezione e concepimento] – eccolo qui il luogo in cui Alfonso si è incarnato, il luogo dal quale ha avuto inizio la sua assenza.  La torre, se pur mozza, è comunque una protrusione, una sporgenza fallica che non invita a pensare ad un grembo, ad un utero. Inoltre [Torremozza è il primo chiodo che sento/ parlarmi a notte, un chiodo conficcato/ nella nuca] induce a rafforzare questa idea fallica, perché il chiodo conficcato rimanda chiaramente all’atto della penetrazione. Ma la torre è vuota al suo interno, quindi potrebbe accogliere. E, se questo non bastasse, è lo stesso Alfonso a fornici un ulteriore indizio topografico utile a rafforzare questo pensiero [… una torre bombardata, i ruderi a picco/ sullo Jonio]. E non è, forse, lo Jonio il bacino più profondo del Mediterraneo? E che cos’è un bacino se non una depressione o conca naturale? Un utero, appunto. Ebbene, se si vuole capire fino a fondo la poetica di Alfonso, è proprio lì che bisogna recarsi, a Policoro, città dove Guida ha trascorso più di otto anni in cura presso l’ospedale psichiatrico. Non a caso Luogo del sigillo è il libro conclusivo di quella che viene definita “trilogia psichiatrica”, cominciata con A ogni passo del sempre (Aragno 2013) e continuata con Poesie per Tiziana (Il ponte del sale 2015).

 

… e tu

ridi perché sai che fingi, che è un gioco

rammentarsi, o dover scegliere gli anni

prima di andarsene, gli anni apostolici.

Gli anni ossuti, cruenti, gli anni che fanno

la nostra tenerezza, il vuoto nero

dell’abisso, Torremozza era questo.

 

Se non si ha definitiva coscienza – e accettazione – della propria nascita, della propria esistenza, allora la vita appare come vuota espressione e manifestazione di una volontà che non ci appartiene [… come se dentro un volo di mosche ci/ muovesse il respiro] ed alla necessità di dover ricercare se stessi, se ne affianca un’altra: quella [… di dover cercare qualcosa che ora/ detta e s’incarna].

 

Cercando un parafulmine di legno

Nell’abbaio…

Michele, nell’angoscia del turbinio,

riesci a mettere in salvo il desiderio

di emigrare, lo vedi il parafulmine?

 

Ricerca, dunque, ossessiva e compulsiva. Ricerca di un corpo. Eppure di corporeità, in questo libro, ce n’è tanta. Ma è quasi sempre il corpo degli altri. Manca il corpo del poeta [… Ecco, questo niente è il sogno/ che mi tortura], manca la netta percezione dello spazio fisico, e il sentire si amplifica a dismisura fino ad accettare [… la sapienza nera dell’abisso, io so/ che lì devo spegnermi, che lì devo/ raggiungermi]. Il problema è la morte. Se il poeta non possiede un corpo, allora non può morire e sarà costretto a ricapitolare, a ripensare e rimuginare costantemente ogni esperienza.  E questo sovraccarico emotivo acuisce la distanza tra sé e il creato. Eppure Alfonso sembra avere una padronanza assoluta su tutto ciò che lo circonda. Il suo lessico è ricercato e – a tratti – scientifico. Guarda alla natura con l’esperienza del botanico, chiama i fiori e le piante per quelle che sono: ogni cosa ha il proprio nome. Pare quasi un moderno Adamo impegnato nel compito di dar nome a tutto ciò che per lui è stato creato. Ma col primo uomo Guida ha in comune soprattutto la mancanza di istinto, ecco perché [… tutto perde/ la sua intuizione. Tutto torna al punto/ di partenza]. Alfonso, il poeta, nella sua incorporeità, sa bene che non c’è margine, non c’è confine e che dunque tutto quanto si ripete. Sente il peso dell’esistenza [… oggi misuro/ la voce, conto i giorni che verranno/ dopo la fine]. E non c’è differenza alcuna se queste parole provengono dalla sua voce o da quella dei “matti”, degli ospiti dell’ospedale psichiatrico dei quali Guida fornisce ritratti esemplari, vividi, che restano impressi nelle pagine.

 

Maelstrom, diceva quando gli veniva

mal di testa. Se ne andava in giardino.

Passeggiava. Poi gli bastava scorgere i

colori abbrumati del selciato e tra

sé diceva: è tutto finito, quando

me ne andrò?   

 

Ricerca, dunque, di un corpo in cui sentire che si muore, che si può finire. E questo conduce all’incessante indagine della matrice. Che è doppia: è madre e padre. Ma se abbondanti sono i riferimenti al grembo, al contenitore materno, a scarseggiare sono – invece – i riferimenti al padre che è percepito come assente [… Papà, ci siamo perduti in terra] e ancora [… Finiamo per trattenere quanto incolpa/ le viscere materne, il teatro nomade/ del padre – le due matrici, le due ombre/ su cui si costruisce il male spurio e afasico,/  tutta la bontà dell’occhio]. Padre e madre sono fondamentali, in egual misura, affinché avvenga la creazione e non soffi [… il vento di una genesi incompiuta]. Ecco che torniamo al punto di partenza: l’incompiutezza, l’interruzione della gravidanza: l’aborto. Quell’essersi mancati che condanna ad un perpetuo ritorno sul vissuto, ad un rimuginìo continuo, ad un fragore di mascelle poiché [… è il figlio mai avuto/ le ossa che il demonio spolpa nel buio].

 

Giuseppe Todisco

 


cinque poesie dal libro

 

***
 
Dobbiamo morire. Questo è l’assurdo.
La voce che chiamò istinto, la forbice
nera del vuoto. Il tempo ci dà spazio.
Noi speriamo nel raccolto. Bruciamo
la legna che ieri abbiamo ammucchiato nel
bosco, una faggeta verde, freschissima
che non darà calore. Spalanchiamo
nell’acqua le mani, torno a pregarmi,
l’invisibile oltraggia gli occhi, certe
barche che resteranno ferme sulla
riva per sempre. Non mi batte il cuore.
Blocco la voce sui petali azzurri
delle petunie. Ora puoi dire senza
rancore, in piena luce: non è niente.
 
 
***
 
Tra lo specchio, il tegame appeso al margine
crudo del geranio, né siepe né arnica
di cuoio, solo un futuro sospeso,
la scrittura di Hemingway all’ombra, nel bar,
quando l’estate è correre lasciando
la minestra nel piatto color sabbia,
quando l’estate è un giro di pelle che
cuoce e tu srotoli nel prato il muro,
la fuga, l’oscura ostia vignaiuola.
Ma io sentivo il dramma del mare avvolgere
la schiena, le ore taciturne e plebee
del tramonto, quando gli uccelli sanno
di essere attesi o rimpianti o cercati
nell’incontro liliale col destino
che porta con sé ancelle e guerrieri, e tu
ridi perché sai che fingi, che è un gioco
rammentarsi, o dover scegliere per anni
prima di andarsene, gli anni apostolici,
gli anni ossuti, cruenti, gli anni che fanno
la nostra tenerezza, il vuoto nero
dell’abisso, Torremozza era questo.
 
 
***
 
Maelstrom, diceva quando gli veniva
mal di testa. Se ne andava in giardino.
Passeggiava. Poi gli bastava scorgere i
colori abbrumati del selciato e tra
sé diceva: è tutto finito, quando
me ne andrò? Parlava a voce alta. La nausea
gli aveva impregnato la maglietta intima.
Si nutriva in modo irrazionale. Ora
la luce scolpiva il vialetto curvo,
bronzeo, gli piaceva vedere quella
trasformazione cromatica, anche qui
c’è Costantinopoli, e si metteva in
circolo a guardare le venature
del tramonto. Poi piano prendeva le
scale. Tornava in camera. Era l’ombra
di una catastrofe imminente, l’uomo
delle sagome nere e più oltre il mare.
 
 
***
 
Non c’è segno di lotta nell’atrio. Una
pulizia bianca, inumana, sussulta
tra le genzianelle defunte e gli astri
rassegnati a perdere colore. Una
forte luce mi sconquassa le orecchie,
la bocca, ed è sotto il grigio ponticello
di corda che avviene la tauromachia.
Cavalli, tori, gli uomini dipinti
con la polvere gettano i sassi, urtano
la carne, il sangue, il ceneraccio duro
del movimento. Eppure non è questa
la grotta di Lascaux, ma un ospedale
dove i capelli spettinati e grassi
temono la mano del vento e il cieco
gracidio dell’uccello-lira schianta
la sua voce contro le tenebre arse
dell’aurora. Un male così alto giunge in
punta di penna, mi separa dalla
distanza carceriera. Si affaccia tra
le vene una carnagione brunastra
nel cui manto non c’è niente. È la truce
pienezza delle foglie a sogguardare
gli oggetti astratti e inconcludenti delle
nostre citazioni. Una tazza appena
sbreccata, ocra, tigliosa, si addormenta
sul lavabo in cucina.- Cosa brucia
l’assetata fame delle cose? Una
lingua muta, un sogno, una morte in più?
 
 
***
 
Non avrai niente. Solo un po’ di cielo,
la quieta solitudine dei vetri.
Non potrai prendere un treno, dormirai
sui cespugli, tra i ginepri, mangiando
fichi, succhiando gocce di acqua fresca
dall’angolo delle pietre. Vuoi vivere
di poco, ascoltare la pace farsi
flutto e sapore di croco, avrai scarpe
cucite con lo spago e i chiodi, il guado
del mondo non ti appartiene, stai fermo
proprio adesso che la pioggia ha sfiorato
la tua testa e il Nulla, tra le ossa nere
dei fiori morti, indietreggia, oscurando
la tua storia, i tuoi giorni, è questo che vuoi?

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