SILVIA BRE – alcune poesie più un commento di Antonio Bux

Poesia Festival 2017
poetesse a Castelnuovo
photo © S.Campanini

COME IN APERTA TRINCEA TRA CIELO E TERRA
noticina sulla poesia di Silvia Bre
 
 
Tutta la poesia di Silvia Bre, fin dagli esordi col mitico editore Rotundo (editore tra gli altri di Salvia, Scartaghiande, Goroni, Del Colle, ecc.) e per poi proseguire con le raccolte targate Einaudi (Le barricate misteriose, Marmo e La fine di quest’arte) e Nottetempo (Sempre perdendosi), pare avere una costante nella tenacia chirurgica del linguaggio, concedendosi ai ritmi interni, rimando col giusto peso in una lingua scavata per difetto, mai per eccesso. È una poesia della (pre)visione ma anche del dolore, o meglio, della “ri-cognizione del dolore” quasi parafrasando Gadda. Ricognizione perché la Bre, come un’aquila (che nei versi è infatti presente) vola col mirino sul campo delle parole per stanare quella preda che in realtà è la parola stessa, quella parola che è prima del silenzio, la parola che si fa storia del dire, del vissuto prima ancora che sia vivo. Per questo la poetessa più che armare sorveglia, e più che spaccare la pietra la rinsalda. Come nei suoi esiti più alti (in Marmo, che non a caso le è valso il premio Viareggio), o quando in una sonora dedica a San Sebastiano e in altri bei momenti la sua poesia si fa sangue e dardo, carne contro il corpo e la vita (ancora in Marmo e in Sempre perdendosi). In generale, si può parlare di poesia della militanza, ovvero quello stare tra il sonno e la veglia, dove è sempre la notte a risvegliare. E il poeta in definitiva è questo, forse, per la Bre: un cecchino assonato e stanco, ma anche tenace, volitivo, duro: un essere condannato a mirare per sempre alla sua vita, come in aperta trincea tra cielo e terra.
 
 
Antonio Bux
***
 
Ecco la notte, ciò che ti oltrepassa
e ti lascia dove non sei
dentro un altro dominio
dentro un altro.
 
Solo un gallo ancora muto che non vedi
è piú che mai il suo canto
nell’aperto di un’idea, in un’alba
che viene e viene tanto che ti svegli.
 
 
da La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)
 
 
***
 
Tutto l’essere qui
non viene detto –
resta da solo in noi
già benedetto
se solo lo si lascia respirare
vagamente
come un fiato continuo dentro un flauto
con noncuranza
come un verso un cielo non guardato.
 
 
***
 
Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
È questo. È rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.
 
 
da Marmo (Einaudi, 2007, premio Viareggio)
 
 
Altro sangue
 
 
C’è della grazia in voi che mi guardate
di cui so fare a meno.
Tra voi nessuno mi potrà salvare.
E non importa quello che vi dico,
ciò che dico davvero non si sente.
Lo sentite questo funebre annuncio
Che mi tiene presente?
Lo capite chi sono?
Io mi castigo in me con queste frecce.
Sono la direzione.
La voce mi reclama al mio tormento
e io rispondo, continuamente sveglio
mi lascio disperare e sogno il sonno
e grido per chi si va perdendo
un grido acuto
che subito si piega per un verso.
 
Dormire almeno,
dormite voi per me,
voi che potete.
 
 
 
Freccia
 
 
Che debole io nel mezzo
a vibrare tra la freccia e il sangue,
disarmato, sfranto, non fosse
per il fiato che mi passa,
per il disegno che lascia da ascoltare,
che trascina, non fosse per il pianto uguale
che ci tiene e vi riguarda
e chiede, e fa che io rimanga.
 
Ma non capisco. Ho sonno.
Non capisco.
Quello che accade non ha le sue parole.
Non mi serve una tragedia,
basta il coro,
il costante lamento del destino.
Basto io stesso che imploro.
 
Preso da un grido
senza un argomento da toccare
è per voi che comincio?
 
 
 
Colpo
 
 
Qui io magistralmente scongiuro di morire –
finché mi tocca sfondo la mia scena,
la svesto, la depongo
con dentro tutto il sonno da dormire.
 
Faccio di meno intanto
faccio a meno
abbasso la pretesa, mi riduco –
La vastità immisurabile del luogo
forzata nella vastità della mente,
nella tenuta stagna delle parole.
Ma non è vero –
è così che si muore
ve lo dico: sempre perdendosi
per sempre.
 
Beati voi che dormite.
Un cuore invece batte –
è me che batte a sangue,
sa il mio nome.
Nessuna freccia smette di infierire,
va in cerca pure lei della sua fine
oltre la pelle
in me che sono vuoto,
nell’anima del corpo
tra i muscoli, tra i nervi
che si fanno da parte,
nel buio ostinato della vita
che rinchiude la morte.
 
È a me che lo fa dire,
a un disgraziato, al servo –
mi tortura il respiro
lo sorprende, lo scuote,
che io rimanga sveglio! che io gridi…
 
Così un altro rinvio
eppure addio, addio
addio sempre.
 
 
da Sempre perdendosi (Nottetempo, 2005)
 
 
***
 
Quali ripari vado immaginando…
È dove non s’avverte che universo
remoto al mio dolere e le sere
farsi previsione sterminata, case
libere al vento. Sono le illuse strade
dove la fortuna d’un momento
sparendo mi ritrova e io m’accendo
alla più magra luna senza cielo:
con tanti minuscoli bagliori
si fa il sereno d’una notte.
Così il tempo mi svola, le ali accosta
nella fine di una lucciola stanca
a cercar sosta – ma pure i fili d’erba tra le rovine
sono contenti della primavera
e per la quercia grande che m’invento
s’allunga in belvedere una finestra
via dal deserto, e l’ombra piove,
come se fossi già quel che divento.
 
 
da Le barricate misteriose (Einaudi, 2001)
 
Silvia Bre è poeta e traduttrice. Nata a Bergamo, vive a Roma e ha pubblicato poesie a partire dagli anni Ottanta sulle più importanti riviste letterarie italiane. Le sue raccolte di poesie sono I riposi (Rotundo 1990), Le barricate misteriose (Einaudi 2001, premio Montale), Sempre perdendosi (nottetempo 2006, premio Montano), Marmo (Einaudi 2007, premio Viareggio, premio Mondello, premio Frascati, premio Penne). Ha tradotto, tra l’altro, Il canzoniere di Louise Labé (Mondadori 2000), da Emily Dickinson Centoquattro poesie (Einaudi 2011) e Uno zero più ampio (Einaudi 2013), Il giardino di Vita Sackville-West (Elliot 2013). Nel 2010 ha vinto il premio Cardarelli per la poesia. La sua ultima raccolta è La fine di quest’arte (Einaudi 2015).
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