JUAN VICENTE PIQUERAS – una poesia (traduzione di Antonio Bux)

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NOMI CANCELLATI
(UNA POESIA DI JUAN VICENTE PIQUERAS)
 
-Versione italiana di Antonio Bux-
 
“La mente non è una matita per prendere nota,
ma una gomma che cancella”
 
(Marko Vesovič)
 
Mio padre iniziò lentamente a perdere il linguaggio.
E cominciò dai nomi. La prima cosa
che il suo cervello dimenticò non furono gli avverbi
né i pronomi o gli aggettivi,
come chiunque crederebbe,
nè i pezzettini di polvere delle proposizioni,
ma i sostantivi.
 
La mela smise di essere mela,
il bicchiere divenne “chiare”,
e chiunque gli si avvicinava non si chiamava più.
 
La morte cominciò il suo lavoro diligente,
rubandogli i nomi,
cancellandoli, mettendo
al loro posto un “questo” o “quello”,
un “dammi”, un balbettio, un cenno della mano.
 
L’ultima cosa che si perde sono i verbi,
i verbi che si muovono nel sangue,
come pesci fino a quando il mondo non finisca,
e il corpo sarà stanco della sua anima.
 
Gli aggettivi sono affettuosi,
rivestono d’amore ciò che vedono
e perciò sopravvivono.
 
Invece i nomi sfumano via.
E la sostanza dei sostantivi
è bolle di sapone, nebbia, torri di fumo.
 
La mela smette di essere mela.
La parola “dolore”,
chi l’avrebbe mai detto,
non vuol dire più niente.
 
NOMBRES BORRADOS
(UN POEMA DE JUAN VICENTE PIQUERAS)
 
“La mente no es un lápiz para tomar apuntes,
es una goma de borrar”
(Marko Vesovič)
 
Mi padre fue perdiendo poco a poco el lenguaje.
Y empezó por los nombres. Lo primero
que olvidó su cerebro no fueron los adverbios
ni los pronombres ni los adjetivos,
como uno estaría tentado de creer,
ni las motas de polvo de las preposiciones,
sino los sustantivos.
 
La manzana dejó de ser manzana,
el vaso pasó a ser “eso”,
y quienes se acercaban dejaban de llamarse.
 
La muerte comenzó su labor minuciosa
robándole los nombres,
borrándolos, poniendo
en su lugar un “esto” o un “aquello”,
un “dame”, un balbuceo, un gesto de la mano.
 
Lo último que se pierde son los verbos,
los verbos que se mueven en la sangre
como peces hasta que acaba el mundo,
hasta que ya no puede el cuerpo con su alma.
 
Los adjetivos son afectuosos,
visten de amor lo que miran
y por eso perviven.
 
Pero los nombres se esfuman.
Y la sustancia de los sustantivos
es agua de borrajas, niebla, torres de humo.
 
La manzana deja de ser manzana.
La palabra “dolor”,
quién nos lo hubiera dicho,
no significa nada.
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