ANTONIO CABRERA – Il narciso inverso (dieci poesie) cura e traduzioni di Antonio Bux

cabrera
IL NARCISO INVERSO DI ANTONIO CABRERA
 
La poesia come rituale di osservazione e distacco, come processo cognitivo e di meditazione. Una riflessione che si fa specchio, a volte rotto, altre volto nitido, dell’esistenza, rendendo in maniera efficacemente simbolica l’idea dell’abbandono dell’uomo al suo essere “contro natura”. Il panismo qui, difatti, non è consolatorio, non è ritrovamento di ciò che genera, ma constatazione di ciò che è perduto. Questo, in definitiva, è il Narciso inverso che Antonio Cabrera, uno tra i poeti spagnoli più significativi della sua generazione, rende nella sua ricerca (specie in “Nella stagione perpetua”, “Con l’aria” e “Pietre nell’acqua” – le sue raccolte più importanti), ricerca dove le immagini hanno spesso un tono filosofico, che chiama il lettore ad un’immersione totale dentro queste frequenze ipnotiche. Ma alcuni potrebbero dire: la filosofia non è poesia, e viceversa. Però testimoni come Leopardi, da un lato, o la Zambrano da un altro, potrebbero subito smentire i più scettici. Dato che poesia e filosofia sono sorelle di una più grande madre generatrice: ossia l’energia dell’essere umano, che col suo pensiero ragiona, e dunque crea, e perciò dona, traendo a sua volta, alla vita il linguaggio. Così poesia e filosofia si incontrano, nella sommersione del pensiero, nella sua alienazione, anche quando questo si snoda, si snerva verso la ramificazione scarnita (all’apparenza) della poesia. Perché anche nel filosofare ci si perde. E Antonio Cabrera sa bene questo, e così la sua poesia si fa immagine, e dunque luogo, e poi pensiero, e dunque abisso. La filosofia del poeta spagnolo sembra perciò questa: di perdersi nel corpo per ritrovarsi, poi, nello spirito di ciò che vive, o forse solo nella cancellazione di ciò che dà forma, e che per sempre muore e ritorna.
 
Antonio Bux
 
 
Dieci poesie di Antonio Cabrera tratte da “Nella stagione perpetua” e “Con l’aria”.
 
Traduzioni di Antonio Bux
 
 
 
L’OSTACOLO
 
Regna una luce assoluta che eguaglia
gli esseri tutti, dando a ciascuno
la propria esatta quantità di presenza:
qui la sabbia tiepida, lì la schiuma;
al di là l’orizzonte
(un aldilà impossibile ma sicuro);
da questa parte le canne, verticali,
come tracce sacre;
e in fondo le colline, che prendono fuoco
di così tanto chiarore.
 
All’inizio sembra
che questo splendore del giorno lo confermi:
colui che va in cerca di segreti non sa vedere le cose;
niente è occulto; tutto si apre nel suo contorno.
 
Tuttavia, basta
ritornare, piano ancora, alla nebbia pura
che sono i pensieri
affinché tutta questa luce provocante
abdichi nella coscienza,
e quel che era precisione benedetta negli occhi
-fiore che è fiore, rosa a stento e immobile-
acquisti nuovo volto, una maschera
che lo fa incomprensibile ma uguale,
come un doppio animale che nasconde
il suo stesso occultare
e confonde il suo corpo con il corpo,
sfumandone i limiti, le forme, le ragioni,
terminando col sembrare se stesso,
certo e immacolato.
 
Ascolto palpitare un cuore oscuro
sotto l’ostacolo radioso della sua incredibile pelle.
 
 
POESIA E VERITÀ
 
A Carlos Marzal
 
In natura non c’è nulla di triste,
asseriva Coleridge.
Sono uscito a guardare
tra le nuvole calme
una luce somigliante alla luce triste
di cui scrivono i poeti.
Lo splendore solenne e ripetuto
del tramonto che copre l’aranceto
è tutto quello che vi era. Spariva
quel sole che tante volte hanno detto
le poesie che negano ciò che Coleridge disse,
ma la cui forma inoffensiva e nobile
ho potuto osservare, e non era un cristallo
spento di tristezza.
 
Poi ho spostato i miei occhi
in qualche presenza più semplice,
ma se fosse stato in loro l’alito estinto
che oscura le cose essenziali
della natura, e che dà loro un dono
nero, una verità d’ombra, già cantata:
né nell’umile vegetazione, né nelle braccia
immobili dell’albero,
nemmeno nelle pietre – che sono puro tempo –,
e neanche nelle case rovinose, dove i passeri fanno nido,
ho visto in quel dominare
la malinconia.
 
Così sono tornato dov’ero,
convinto, sereno, e insieme
totalmente avvolto di una nuova ignoranza
che questa certezza cuce, perché ho visto
che nulla è triste in natura
quando non la si pensa.
 
Chi la contempla ha,
forse come Coleridge,
il solo desiderio di essere testimone muto
del suo muto fragore,
ma, provare a pensarla,
trattenendo la sua luce,
lì si apre, senza fine, nella coscienza,
lo stanco fiore mentale della tristezza.
 
 
 
IDEA
 
Ho annotato quest’idea: Il silenzio non esiste.
 
L’ho scoperto in me mentre guardavo
Delle fotografie
Che qualcuno scattò in un paesaggio nordico.
Ho visto in queste la strana condizione
Di una pianura solitaria,
E in solitudine anche una colonna raccolta
E un asfalto remoto.
Sotto la luce rapita, sembrava
Stessero presenti nel loro stretto abbandono,
Nel chiaro legame di quando nessuno guarda.
 
Il silenzio non esiste.
 
Come poter averlo
Se tutto possiede vibrazione e luce
E scrocchia dentro al di là
Della sua muta apparenza?
Dovunque siamo, non ascoltiamo comunque
Il suo mormorare o il suo palpito?
 
Il silenzio non esiste.
 
(Vedo come l’idea estrapola da me
Le linee di un senso,
In cerca del proprio spessore, e anche
Come appunta il bianco in ombra
Dov’è la sua verità).
 
Chissà silenzio è solo un nome,
Un nome risaputo ma sbagliato,
Una parola errata che parla, in realtà,
Del suono terrestre
Che è perduto
In uno spazio alieno e spopolato
Dove nessuno ascolta.
 
Il silenzio non esiste.
 
(L’idea
È solo un dardo che incrocia l’aria.
Il suo volo è il pensiero.
Le mie parole la spinta e il freno.)
 
 
LA STAGIONE PERPETUA
L’inverno se n’è andato. Cosa avrò perso?
Cosa è sparito, con esso, della mia coscienza?
(Questa preoccupazione – assurda sicuramente –
Di conoscere ciò che ci sfugge,
mi obbliga a convertire l’aria fredda
in vetro pensato sulla mia pelle pensata,
E a convertire la gloria intristita
Degli umidi giorni invernali
Nella luce impossibile che irradia il suo pensare;
questa preoccupazione, allora, ha la colpa
-e come mi pare dolce e confuso-
il dormire in me degli alberi addormentati.
L’inverno se n’è andato, ma non porta via niente.
Mi resterà per sempre la stagione perpetua:
La mia mente ripetuta e sola.
 
 
 
AMOR FATI
 
Il crepitare
Di alcuni rami d’ulivo
Che si bruciano senza fretta dopo la potatura,
l’impeto dell’uccello nel cielo,
la sua timidezza nell’albero, l’aspro
roveto e la fumata
che mi chiedono
conferma, il proprio registro dovuto
dentro ciò che succede.
Bisogna dar loro
quel sì silenzioso che cercano
per poter fare nella loro esistenza
un vuoto alla mia esistenza muta.
Capisco che si tratta
-come nel nastro tra il fiore e il giorno-
Di un destino reciproco,
Di un mutuo essere in ciò che si è, e nulla più.
(Nessuna pienezza,
Nemmeno, ancora, nessuna perdita).
 
Accetto di rimanere qui, di restare a guardare
Queste cose senza segno.
Accetto, medito, restituisco
All’aria
La stessa aria
Che mi sostiene.
 
 
 
MEDITAZIONE DEL VETRO
 
Dietro il vetro che lo protegge
vi è un gesto sofferente.
I muscoli di un torso
-il loro battere disegnato-
Gemono
nella postura tesa
che li mantiene tra la rigidità
e l’eleganza spezzata:
una mano sul petto; un braccio alzato
che si piega all’indietro
accompagnando fedele l’inclinazione del volto;
il profilo, intravisto; lo sguardo
girato verso il fondo di un graffito cieco.
Fissato in quel fondo, la sua ombra lo ripete,
lo sfuma
su quel rovescio impuro.
In tutto regna il grigio.
Argento torbido nella luce che dietro al vetro
è dolore, avidità ermetica.
 
Stranamente,
accanto a quel silenzio disegnato
con rumore e gemito,
il quadro pone,
nel vetro,
un’altra versione di ciò che ora esiste:
io mi rivedo in lui se lo contemplo;
dietro di me, le cose si riflettono.
 
Il mio volto, in primo piano, sprofonda il proprio sguardo
nel mio identico sguardo. Dietro di questo,
le cose che alle mie spalle sono reali,
nel vetro, dietro di me,
vacillano e affondano:
vedo la porta nel suo esilio subitaneo,
dipinta con vernice di un falso brillare
e un pezzo di parete incomprensibile, fragile,
e nel fondo, stordite,
alcune ultime cose quasi assenti
galleggiare in una somiglianza asfissiante.
Nascondendole
nell’altro lato di questo opaco così chiaro,
torso inutile, grigio perso,
in quale limbo cancelli un istante?
Cos’è questo abisso
di volti su volti e di ombre su ombre?
Cosa sono questi sguardi
che vanno nella luce e nella luce s’intorbidiscono?
 
Osservo la bellezza e sono velo.
 
Cristallo improvviso, vetro che non muta,
chi conosce, chi vede, chi è che non confonde?
 
 
 
QUESTA PACE ANODINA
 
Spesso mi osservo
e apprezzo in me la tua assenza,
il vuoto che cancella il mio rilievo,
che fa patto coi giorni e mi dà
questa pace anodina.
 
E dunque non penso niente, non so niente.
Ti chiamo anima, con estrema cautela,
e scelgo questa parola per farti presente,
per rendere gloriosa la tua assenza tra le cose
che brillarono nel centro di altre cose minori
e che mi offrono ora la loro opacità, la cera
scorticata di ciò che fu vita.
 
Sono le ore senza luce,
i giorni senza stupore o memoria,
tempo coraggioso, quando
le mie uniche certezze sono questi poveri
messaggi del mio corpo,
del mio corpo che non sa niente,
di quel volume sottile che avanza e che palpita
carico di quell’ostinata metafisica
che è il suo respiro.
 
 
 
IL POSTO DEGLI USIGNOLI
 
È di fianco a una fonte. Non è un segreto.
Burrone pieno di rovi, di ginestre,
di roseti silvestri, di oleandri.
Spazio dove il tempo ha scolpito
un bronzo vegetale pulito, preciso.
In quel posto tornano ad Aprile
gli usignoli, aprendo nella foresta
d’improvviso il loro parlare notturno
sulle intatte verità del mistero,
in un idioma pieno di ragioni
che fanno strano legame e sono
anche superbia e ipnosi.
 
Non sono più tornato in quel posto. L’ho lasciato, un giorno,
dentro il paesaggio fermo della mia mente
dove il cielo che si pensa copre
la stessa difficile luce, il miracolo
della fedeltà che l’impercettibile
a volte stabilisce con il gravido,
con il reale, con ciò che l’aria muove.
 
Lì posso ascoltare ancora il canto,
il pensiero di fuoco dove medito.
 
 
TERRE DESOLATE
 
Sono desolate queste terre che percorro,
paese delle atmosfere. Le sabine,
con un perché di pietra,
hanno tramato i loro rami geologici
in coni di smeraldo che l’aria rinsecchisce e sporca.
La *Calima mi ruba l’orizzonte,
chiude la pianura aperta nella domanda.
Sono così, ritratti, questi alberi?
E il cardo, è di polvere? Non è di un innocente lillà?
È così calmo il volo delle aquile? Non smette?
Si è spento il cuoio delle cornacchie?
La Calima è per sempre. Per sempre siamo
prossimi all’inganno.
Così lontani anche se vicini.
Com’è povero minerale, com’è sedimento sterile
essere nella comprensione.
Esiste un posto dove tutto fugge.
 
 
 
*La Calima è un particolare fenomeno atmosferico delle isole Canarie, in particolare di quelle più orientali quali Fuerteventura e Lanzarote. È un vento di Scirocco proveniente SudEst, dal vicino Sahara, causato dalla formazione di un’area di alta pressione nel Nordafrica. Questo vento porta con sé, oltre all’aria calda africana, anche polvere e sabbia, che produce una foschia costante e il repentino innalzamento delle temperature che si stabilizzano, per tutta la durata del fenomeno, intorno ai 40°. Nel corso dei millenni la Calima è stata il principale artefice della creazione di particolari ecosistemi, tutt’ora presenti nelle isole Canarie.
 
 
NARCISI
 
(Narcissus poeticus)
 
Qualcuno mi disse
che quei fiori bianchi cresciuti tra i giunchi
erano narcisi.
In pieno Gennaio, fiorivano
sotto il cielo nuvoloso e l’inclemenza.
 
È così allora, il narciso è il fiore intirizzito
che regala l’inverno,
pensai, dunque, vinto dalla letteratura.
 
Di ritorno a casa, con una cautela rituale
-forse abusando d’una fragile lettura-
ho creato un piccolo ramo e l’ho messo
dentro un vaso ingenuamente greco.
Il suo profumo sparge un’emozione informe,
una debole reminiscenza
come le parole di una poesia
dove i narcisi sono,
inevitabilmente, l’io,
l’incognita
nella sua bellezza bianca.
Ma questa mattina,
guardando il ramo dopo averlo dimenticato,
non ho scorto fiori letterari, finti,
ma piccoli narcisi
selvatici,
e non ho pensato a niente,
mi sono sentito sopraffatto
dalla loro delizia senza risposta
che giace sul tavolo.
 
 
 
Antonio Cabrera (Medina Sidonia, Cadice, 1958), vive nella comunità autonoma valenciana. Nel 2000 pubblica il suo primo libro, “Nella stagione perpetua”, frutto del premio Loewe (vincitore anche poi del Premio Nazionale della Critica) e pubblicato dall’editore Visor. Nel 2001 pubblica la raccolta di haiku “Terra nel cielo”, alla quale segue “Con l’aria” (Premio Città di Melilla e Premio della Critica Valenciana, 2004), sem¬pre per Visor. Con l’editore Tusquets nel 2010 pubblica “Pietre nell’acqua”. È autore del volume di prose “Il minuto e l’anno” (2008), e traduttore di vari autori, tra i quali Gianni Vattimo, Josep Maria de Sagarra e Vicent Alonso.
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