CESARE VIVIANI – 10 poesie da “Preghiera del nome” (Mondadori, 1990)

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Cesare Viviani (Siena, 1947), 10 poesie da “Preghiera del nome” (Mondadori, 1990, Premio Viareggio).
 
 
*
 
Il cittadino mi vede seduto
sulla panchina che la prima luce
imbianca, meravigliato
si ferma e vuole
che gli risponda. Dice
che sono bianco in volto.
 
*
 
La volta che cominciasti a scuotere la villa
e nel salone delle feste cadde il lampadario e lo stucco,
grida furiose, due ospiti
la Cresci e il suo amico finirono sotto, morirono,
e si schiantò la parete di destra si lacerò come carta …
Corsi da te, in fondo al parco volai dalla porticina
a cercarti nella casina nella tua stanza. Dicesti:
“Ma come fai ad amare uno che disfa tutto”.
 
 
*
 
L’intarsiatore pensa:
ogni giorno arrivando in questa via ignota
da una delle tante case a fare il mondo –
qui faccio il mondo –
e la gloria
piove la gloria dalle vie che attraverso, dalle finestre
delle vecchie case della mia città, dallo stesso cielo.
 
*
 
Finito io è finito tutto – dice Vittorio- sì
tutti lo possono dire ma nel mio caso è diverso.
E’ vero, Vittorio, ma era per questo che lottavi,
perché tutto si appiattisse, gioire morire,
e la luce diventasse un rosa pastello, falsa,
e tutti burattini uguali
a sgambettare, domanda e risposta, e smancerie,
anche la matrice, prima era in fabbrica, è scomparsa
non si capisce più chi li fa questi omini di legno.
 
Preghiera
 
Quel profilo di pietra – i parenti non capiranno mai –
vorrei provarlo, mio Dio, come la luce lo sfiora
e le linee non mutano, non c’è niente che possa muoverle,
e Tu mi dici: “Toccherà anche a te, non correre,
ti fermerai in una medaglia, in uno stile,
o in una rupe, nella vena di una roccia,
e sarai là per sempre insieme agli altri giusti profili,
agli animali, alle piante,
vedi quest’albero scolpito
e questa lince che sembra viva
proprio perché tutti possiamo dire che pare”.
 
 
*
 
Avevano ragione a dirci: non spingetevi oltre,
arrivate fino alla vigna grande e tornate.
Guardate le cose che già conoscete,
i tigli del viale,
la fila dei salici lungo il fossato,
l’orto della fonte vecchia, il boschetto,
dopo compaiono le case di San Romolo e proseguite
fino alla cappella e ai filari.
Fate il sentiero di sempre, fate
una passeggiata.
 
*
 
Dimmi, Maria, tu che sai per intercessione,
perché temo tanto che questo vaso si spezzi?
“Esso abbellisce”, rispondevi.
E perché temo tanto
che un bambino possa danneggiare, distruggere?
“Sai quanto male facciamo! Rovine , disastri,
le peggiori azioni. Mentre sei a casa tranquillo
e riposi e lavori, la tua vera natura è altrove.
Così non è lui, quello colto in flagrante, l’assassino.
E quell’altra morte, inspiegabile, non fu una disgrazia”
 
 
*
 
La Liliana di Corbetta fu la mia
prima vera fidanzata, sgraziata ricordo una volta
che per baciarmi scivolò sbatté
la testa sulla tavola –
pensi che meglio di me lo dice
il narratore lombardo l’ultimo grande
scrittore del Novecento, penso
che sei vicino ma che ti manca
la decisione –
se è solo questo io vorrei
portarla in India Liliana
nei monasteri tibetani, ricordo un film
che raccontava di una valle dove si vive il doppio,
e dirle: “Ecco Liliana staremo qui
per il resto dei nostri giorni”.
 
 
*
 
Sarà Biolcati il mio amore, di un paesino
del varesotto in ate, nessun altro è stato,
nessuno, e sarà il sogno di gioventù le rime
ritrovate. Dice: “Scendi a prendere
qualcosa per il mio stomaco”, e io vado e mi trovo
nella stazione di Varese, mai stato prima, ora
vecchio spero
che sia capace di scegliere presto la cosa
buona, di gusto. Pensa,
più nessuno che mi conosca. I genitori,
gli amici e quei vantaggi tutti
mi hanno lasciato. Morti.
Gli amori tanto inseguiti furono niente.
Oh parole, oh prole! Ora nessuno
a cui parlare di me.
 
Sono solo con Biolcati, il mio asciutto amore,
non è fine il vestito, non si può certo
pretendere altro che questo grande amore,
anima silenziosa, secca, la sua, ora
che riprende a correre il treno,
quei monti di cristallo, attraenti, fantastici,
ancora una volta li vedo,
verso il confine.
 
 
*
 
Non mi fece un cenno decifrabile –
le brevi mosse della testa o leggeri suoni
con la bocca o le nari – ma scattò a correre,
portandomi con sé, sempre più forte.
Io stretto al suo corpo e in pericolo,
potevo capire che intenzione aveva
ora che calavano le mie forze e tra poco
avrei lasciato la presa?
Voleva farmi precipitare nell’immenso vuoto
che si era aperto sotto di noi
No, non si capiva questa sua corsa furiosa,
non era gioia, non era rovina,
non era una cosa infinita,
e fu qui che io lasciai la vita.
 
*
 
Penso ancora ai rischi di essere
perseguitato, le mosse
per sfuggire i pericoli se ho amato
non seguire le regole,
ma no, basta! lo prendo per mano
il mio vecchio padre e ci mettiamo a correre,
lui ride si scioglie in un riso pieno sereno, inciampa
ma lo sostengo, vola, è leggero, un’anima
esilarante la velocità aumenta il riso
la stretta delle mani “portami con te”,
ma non è lui a dirlo povero vecchio sono io
che chiedo ancora
“portami nel tuo cielo”
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