FRANCESCA DONO – Inediti

dono

 

VENIRE PER ANDARSENE / TORNARE PER NON ESSERCI PIÙ

Brevi pensieri sulla poesia di Francesca Dono

 

Una poesia che giochi esclusivamente sulla catalogazione/elencazione, e impregnata solo da un tono diaristico, ovviamente non sarebbe poesia. Sarebbe una lista della spesa, roba intima, da casalinghe e ragionieri insomma (che non si offendano le categorie, ma ad ognuno il proprio mestiere). Però quando, oltre a queste peculiarità, in uno scritto si accende la valvola insana, il rovescio della medaglia di un’anima, ecco che la poesia può accedere all’entità del so­vrannaturale, ecco che si scalano i quanti, i livelli dimensionali. Ogni poesia che sia minimamente tale, dovrebbe aspirare e fare questo, in prima istanza, oltre a suscitare molte altre dinamiche, che per ora tralascio, per non de-generare. D’altronde, se nella poesia, per giungere a queste peculiarità si bisogna dell’imago, ossia dell’immagine (alterata, annichilita, simbolicamente alta), è anche vero che il ritmo di queste immagini si deve unire al pensiero (a volte distorcendo, altre rovesciando, insomma fino a sublimar­ne il movimento) formando una sorta di “vetta”, che bisogna scalare per accedere all’abisso. In questi inediti di Francesca Dono, accade qualcosa di simile. La catalogazione, la registrazione dei “non eventi” (che qui sono più annotazioni dello stra-ordinario quotidiano), sembrano ergersi a montagna, da scalare, per giungere all’abisso della vita e delle cose. E finanche nella chiusura di ogni singolo testo (e anche in quel moto ondoso all’interno di molti dei testi, quando il rimpallarsi dei singoli versi tra margine destro e sinistro – che qui non ho potuto riprodurre, per ragioni tecniche – offrono bene l’idea di scalata), si può notare come l’espediente della virgola apra ad una non-definizione, ad un tempo che è illimitato, anche dentro una (apparente) limitata vita. E la dimensione, di questa vita, allora ne subisce il collasso temporale, dato che qui il presente diventa futuro, e il passato torna ad esistere, in un loop semantico/dimensionale, che fa sì che il tempo stesso sia non più effemeride, non più testamento, ma mera esecuzione. Poiché poesia è ciò che fa e poi muore, e non ciò che tende a restare, e a vivere. E la poesia della Dono, prova a far questo: a veni­re per andarsene, e a tornare, per non esserci più.

Antonio Bux

 

seguono 11 poesie inedite di Francesca Dono

 

-la svastica bagna la vasca dei pesci-

 

infusi di bordoni.
Un barattolo chiuso odore-dispensAbortita.
Nuoto davanti alla porta.
Rivoli nella lucEcru.
La svastica bagna la vasca dei pesci.
Un giardino.
Mia madre fruga sartie con l’ottone .
Saudade il vento che mi allontana.
L’asfalto.
D’inverno un pozzo.
Quasi inghiottito l’osso del pollo,

 

-un magro rampone-

 

un magro rampone.
Nel tramonto scosceso
m’inginocchiavo al mandala
inimicato.
Nebbiosa la periferia.
Ventilatori fermi al soffitto.
Danzava Coppelia col fauno di sabbia
in mezzo alle nostre gambe.
Un anno il rumore becco-ghiaccio.
Lei (al tatto) è sembianza nel fischio della sofora
senza giubileo.
Corpi attoniti intorno.
Scendo.
Bianco l’ariete oscuro che scava.
Il destino sottosopra,

 

-cadono bicchieri-

 

tanto meno con le guance.
Lei s’imputava appena informe.
La osservavo dal bagno. Un uomo scivolerebbe
perfetto e già in erezione. Qualcosa nel cerchio d’aria.
Instancabile la cucina tra fornelli ripieni.
Mi spezzo. Triste il guaito di un cane- gufo.
Anche sua maestà sbatteva tutte le ciglia da
una stanza all’altra. Siede madame Rose al crepuscolo.
Goffo il bel ristorantino in Rue du Bac.
Un carico di fertilizzanti ormai nell’inverno.
Cadono bicchieri,

 

 

-carne bollita-

 

carne bollita.

Nella rotonda di alluminio si lessano fanoni aguzzi.

Un quarto di balena.

Malanimosa* Venezia raggiungendo il ponte dell’Accademia.

Fino alle sei del mattino l’acqua alta sotto la gommalacca di mastro-calvario.

Non la ragione.

Il buio è chiaro dentro la cartapesta dei grafi e dei segni.

Alzo la mia ombra con le rose.

Le rose pungono dalle spine (come previsto).

Mulinello una donna dentro il burattino.

A destra il ponte.

Entra un carro nel carnevale  straniero.

Ora perenne.

L’oste ci scopriva nell’orecchio del prelato.

Sorriso-assassino sul pianeta.

Con noi i Veneziani delle colonne gotiche.

Inesorabile la campana .

Divento scendiletto per tenerti il sesso al caldo.

Silenzio.

 

 

-dal sole stalattiti di luce-

 

dal sole stalattiti di luce.
La truppa senza cuore
ha di sughero i colli e l’arida scure
nel giro dato alla morte. Mi orno con nastri sottili. Dinosauri-farfalla
nascono nella città della scienza. Dione era l’angelo-demonio bramoso per ogni luna.
-Le jeux son fait. Cantilena la carta del baro-.
______ Giardinieri di rose pallide al centro di un secolo.
Qualcuno grida: evviva. Nell’oratorio fanciulli con la terra dell’Ade.
______In silenzio la tua parola.
Nel grano la pula.

 

 

-il pigiama-

 

il pigiama appoggiato allo schienale.

Non ha tempo la rocca -vulcano
dentro metri di scarna maiolica.

Rombi sul pigiama.

L’ orto botanico discendeva per lucidi paradisi.

Spingo il timone.
Senza acqua la vodka nel tuo bicchiere raggelato.

Ci prestano gemelli in antimonio con ombre di fuoco.

La pronuncia del Muto si disperde.

Cose sul tavolino .

Una vecchia rivista nel soggiorno.

Quasi una luce nel cono trasparente.

Mi addormento borghese.

 

 

-a righe e nel latte di pece-

 

 

a righe e nel latte di pece
il bavero rovesciato della notte.
Nel grande tafferuglio una maschera scrive.
Così carnivoro l’esodo del cuore.
Mi dissolvo.
Il ghiaccio è bruciato.
_Patricia con le uova-tanfo in poche piume di uccello.
L’embrione tra le tue rocce grasse.
_Copriamo le stelle_ grida un gonfio paladino.
Invano amo i flutti bianchi delle palafitte.
Il musicista mi chiedeva del gergo e di quella rondine nel crepuscolo dell’alba.
Senza giavellotto l’antica Olimpiade?
I Proci creavano la nostra cavigliera al crollo di un ramo. Canestra di frutta nel dipinto.

 

-stasi-

 

stasi

dentro la stanza bassa.

Del sasso

un pendolo

e l’estraneo
scivolando dal torbido Eufrate.

Prendevo un giglio nero.

Il mago

forse non ha cappello.
Guarda la vasta pianura.
Una sciarpa inciampa.

 

-la saba immatura-

 

 

…per questo la saba immatura
non riflette nei boccali di vetro.
Discute Nosside sulla pianura.
Il matto sembra orfano nella vertigine
che sfuma dietro ragni cromatici.
Altrove io m’avvivo.
Nel nodo la forma verso trapunte di luce.
L’uomo morto non ha forse la guaina in ogni frase?
Oscillo.
Tu scorgi un pullman eterno nella schiumatura
dei binari.
Il gallo aveva cantato.
Tutto il buio farsi glaciale.

 

-estemporanea6-

 

l’altra parte di te nell’arancio della finitura.

E’ un sacco intimorito
l’istmo tra questi alberi ignoti.
Versi d’elefante alla luna eterna.
Volgo il viso.
L’alba abbrustolita di nichelio chiedendo il tuo latte di lupa.

-Prendimi Ninfa-ossigeno-. Grida una cimice piena di ovatta.

Quaggiù non la California.

Punte del *Venturosa ibernate.
Di enigma in enigma si proliferano i missionari.

Gioielli da cucchiaio con le sarte cosmetiche.
– Curati il malanno- diceva un falco che rimandava le zampe ogni minuto.

Aderisce la mia veste posticcia.

Copiose le nostre vesciche.
Ma ti offro l’ombra della parola.
Mi sollevo .

Lo zio vedovo prende il Roipnol.
Geroglifici sulla gru di una casa-lombrico.
Filtra poca luce.
L’ angelo-pittore ha corso fino all’affluente fatto di buchi.
Bevo dentro la feminas romana o nella stola dalla nera pelliccia?
Chi vi ha chiamato?
Orrendo lo sguardo che dice: nulla.
Il fiume quasi un gigante.

 

 

Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.

Nel 2014 edita la sua prima raccolta intitolata Tra l’Insionismo* l’Inversionismo e il dialogo con Irda Edizioni, ormai fortunatamente introvabile.

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