Andrea Ponso – I ferri del mestiere – Mondadori – 2011

IL LAVORIO CONTRO LA PRECISIONE DEL LAVORO

La poesia di Andrea Ponso tratta dall’agevole plaquette “I ferri del mestiere” (edita pochi mesi or sono da Mondadori nella collana Lo specchio Junior) è una lirica netta, dai ritmi interni precisi e da un battere lieve e duro, come fossero grumi i versi, di un sangue ancora caldo, nudo contro il corpo della vita, e il poeta l’artigiano stanco, ma indefesso, volgendo al termine il suo lavoro d’intaglio, di precisione, riscoprendo l’ebbrezza di un mestiere antico, quello dell’invocazione dell’invisibile tramite la morte del visibile. Ecco, questa poesia aspira dunque alla precisione interna cercando, nella distrazione del lavoro, il vero smacco dal tempo, la sola emancipazione salvifica contro una rielaborazione del lutto quotidiano, del ricordo, della memoria che si fa presente attraverso i segni e i ferri, in questo caso, di un mestiere quasi scomparso, ma ancora vegeto, tra le nebbie del ricordo. Ponso sconta così la sua personale “rottura”  interiore attraverso la durezza del significante, e tramite questo rinomina i suoi fantasmi, le sue ansie, travasandole, trasformando il gesto in respiro e, dunque, in significato. Allora lo sforzo di vivere, il lavorio contro la precisione del lavoro, diventa occasione di raccolta, di riordino dei cocci. Il poeta fa la conta dei pensieri rotti, rinomina le sue morti giornaliere, tramite l’esercizio meditativo del riordino poetico, del ripristino esistenziale. Ma il vero ripristino è la scoperta del silenzio. E se è vero che la carne è la sola verità, in questi versi sono lo strappo e il tentativo di ricucire il dolore, la sola verità dalla quale l’uomo non si può sottrarre, dopo il silenzio.

Antonio Bux

[…]

Questo mestiere brucia
con rabbia primavere, tenerezze,
rifugi. Ciò che spargi è cenere:
guardo ora il viso di mia madre
seppellire quello assorto e immobile
di mio padre, senza cedere luce,
senza perderne traccia.

*

Per dirti ora, questa metrica che
misura l‟arsura. È come stare in
piedi nella morte, tra i cardini
di una porta;
e questa è la forza che mi conserva,
destino di chiodi e tiranti stesi
sul marmo dove mio padre riposa.

*

Dove più fresca bacia
i cancelli la luce
è solo acciaio e lance
affilate. Brusio di vespe tra le siepi,
miele nero nelle tasche.

*

La sete scomposta di precisione:
come provare misure sul muro,
da bambini. Non per la crescita ma
se mai siamo all’altezza della morte.

*

Da anni e pietre cresce una polvere
dura che deposita gli intonaci
negli stomaci ciechi dei braccianti.
Le bisce si fanno grumo di calce
smossa sotto alle assi, grida rauche
di un percorso segnato tra i filari.
Viene la mano che cava i bulbi
dalla terra e li scuote dal torpore:
lavori consueti, moniti chiari.

*

I

Io mi nascondo qui, a pochi passi
dalla selva di ortiche recise
dove si sente odore di fresco, di
fossi: ci separano
gli orti, i cumuli fragranti di fieno,
le botti scure, i tralci.
Si viene a vedere
ciò che dura nell’arsura.

*

Torneremo sui cumuli muti
a farci calce. Qui, sotto all‟edera,
ci sono le pietre bianche
prelevate dal muro per aprire
una porta alla casa nuova dove
sei morto: c‟è tanta luce,
e un‟aria fresca, immobile. Ho preso
sulle spalle le incombenze, i silenzi,
la voglia di dormire, il mutuo. Ora
lavoro ogni giorno, vengo da solo
a mettere una mano sopra i sassi
mentre mancano le parole giuste.
Sento i nervi e i denti tirarsi piano
nella loro posizione, rientrare
negli alvei come un ordine,
una correzione.

Poesie di Andrea Ponso
tratte da “I ferri del mestiere” (Lo Specchio Junior, 2011, Mondadori)

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