LUIGI DI RUSCIO – SELEZIONE DI POESIE –

 

 

 

QUANDO HO SCOPERTO MIO PADRE

 

Quando ho scoperto mio padre che guardava le formiche
il sole spaccava le pietre e intontiva i muratori senza cappello di carta
una buca scura intorno granelli di terra impastata
e il brulichio delle formiche con troppo grandi semi trascinati
e mio padre con schifo ha strisciato il piede sul nido
così ho imparato a guardare le formiche e ad avere questo schifo
e l’umano in mio padre è in questo astratto schifo
questo assalto dei sensi della nullità che mio padre affoga
con la partita a stoppa e ogni vittoria e ogni perduta salutarla con vino
e la sbornia gli porta una sorta di furore disperato
e scaraventa piatti e bicchieri contro il muro
e si condanna in questo furore o nel tacere
e nella fatica che è una battaglia perduta senza senso e senza scopo
mio padre ha scoperto nella formica la propria immagine e la distrugge
il vino la fatica il fumo gli scassano il petto con una tosse paurosa
che è stata presente in tutti i miei sogni della mia infanzia
il vizio di guardare la formica ha perduto mio padre
ed io ora vivo in questo formicaio con la stessa rabbia di mio padre
che distrugge preso da schifo la laboriosa formica.

 

 

***
poesie scritte sugli avvenimenti più illustri
con mezzi della verbalizzazione più adatti al caos quotidiano
testimoniare gli spaventi che si scaraventano sopra di noi
per non perdere il posto ammazza la figlia
scaraventare sulle pagine bianche l’orrore
gli angeli avevano smorfie maligne
riescono a fare il bene solo se sicuri di fare il male
il più disgraziato dei ragazzi divenne preziosissimo
per i reni il fegato il cuore trapiantabile i polmoni i loro occhi
nessuno è fuori del disegno divino squarta la moglie a pezzettini
che vengono tutti imbucati e timbrati l’affrancatura fu costatata regolare
nessun segno di tassazione sui frammenti dell’orrore

 

 

***
poeta ingordo nel mangiare le cose e anche crude
anche le malsane erano appena masticate e subito ingoiate
scrittura interrotta solo da atroci mali di denti
tra breve inizieranno le lagrimazioni primaverili
anche nel quartier generale delle formiche si prevedono vicari sacrifìcati
versi che hanno impresso l’urlo del drago
presentimenti abissali l’uva trafugata bambola terroristica
illuminato da spaventi indicibili e insonstenibili
eppure dovevo affrontarla l’irrisione dei cretinetti
un vuoto spaventoso doveva caratterizzarsi
testimoniare gli spaventi sociali che si scaraventano sopra di noi
scaraventare sulle pagine bianche l’ orrore
non c’è nome che non venga nominato
non c’era nome che non venisse minato oppure animato
non c’erano nomi che non fossero contaminati o calamitati
dare nomi battezzare le cose compiere i riti propiziatori
perché tutto deve essere chiamato ed evocato all’estremo

 

 

***

 

per un inverno intero una vespa
fu il nostro unico animale domestico
per nutrirla bastò
una goccia di acqua e zucchero alla settimana
con la primavera sparì per sempre
per abbeverarsi in uno zuccherificio infinito
ed oggi per passare dalla zona d’ombra
alla luce è bastato un passo solo

 

 

***

 

con la fine degli umani i grattacieli
si copriranno improvvisamente di licheni spumosi
gli asfalti inizieranno fioriture
che richiameranno gli insetti più luminosi
nessun gatto
rischierà di venire castrato
e nell’universo rimarrà lo spendente ricordo
di essersi visto con l’occhio umano

 

 

***

 

essendo il tutto scaturito
dal ventre d’Iddio
alla fine dei tempi
il tutto ritornerà nel suo ventre
niente andrà perduto
tutto sarà gioiosamente salvato

 

 

***

 

le ore sei sono l’inizio della nostra giornata
noi siamo l’inizio di tutti i giorni
inizia il giro delle ore sulla trafilatrice
che mi aspetta con la bocca spalancata
inizia la mia danza il mio spettacolo
in certe ore entra nel reparto una chiazza di sole
e lo sporco nostro è schiarito come nelle immagini dei santi
rubo il tempo per una fumata che raspa nella gola
spio i minuti sul quadrante dal grande occhio
e tutto ad un tratto ci scuote l’urlo della sirena
ci attende il riposo per la sveglia di domani
la suoneria che entra dentro i sogni esplodendoli
ed ecco un nuovo giorno della mia esistenza
con l’allegria fuori della mia ragione

 

 

***

 

la speranza andava mostrata subito
inutile tenerla nascosta per paura che venisse derubata
sostenerla con versi blasfemi o sferici
e alla fine delle composizioni
come sbattendo il coperchio
di una cassa da morto
per chiudere tutto

 

 

Per Caterina

 

dovrai resistere all’acqua al fuoco alle tenebre
dovrai rimanere umana nonostante la capillare brutalizzazione
toccare tutti gli elementi della morte sino alla morte
vivere tutto quello che mai è stato vissuto e mai più sarà vissuto
non credere neppure una parola di tutte quelle che ti diranno
noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti
e tutti quelli che verranno e sino a quando rimarrà la resistenza di uno solo
la sconfitta non è ancora avvenuta
non la rosa sepolta ma i comunisti massacrati e sepolti
tutto deve essere ingoiato anche quello che profondamente disprezzo
la violenza e la tortura stabilizza il mondo come la forza di gravità
tiene insieme il sistema solare e tutte ste famiglie
tenute in piedi dalla violenza del capofamiglia
e tutti gli organismi statali e parastatali e tutti i sovrapposti e sottoposti
e la violenza legittima sarebbe quella che violenta l’anima mia
bisogna sapere assolutamente in che mondo viviamo
se vedo i miraggi questo non significa che la salvezza non esiste
un tempo mi sembrava a portata di mano da poterla ghermire per sempre

 

 

***

 

il sottoscritto è fortunato
il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo
non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza
i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
la nostra miseria ci salva
dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato
riuscendo perfino a testimoniarvi tutti

 

 

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo (AP) il 27 gennaio 1930, emigrato in Norvegia nel
1957 dove ha lavorato per anni quaranta in una fabbrica metallurgica,
sposato con Mary Sandberg con cui ha avuto figli quattro.
È morto ad Oslo il 23 febbraio 2011.

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5 thoughts on “LUIGI DI RUSCIO – SELEZIONE DI POESIE –

  1. ci mette la faccia e l’anima e il linguaggio è il linguaggio vero di tutti i giorni che non cerca imitazioni poetiche e strappa la poesia dalla realtà che vive e raggiunge gli estremi veri della mente.
    brutale nel ritmo perchè tanto la sensibilità è garantita da quel poco di speranza irriducibile che trova modo di apparire

    • è come dici, caro Bruno…Di Ruscio era poeta vero, senza fronzoli, fuori dai soliti salotti, per questo la sua autenticità oggi è così necessaria quanto isolata, ahimè, anche se, come sempre, ora che non c’è più, il poeta inizia ad essere apprezzato molto di più.

      Grazie per la visita, un caro saluto da Bux

  2. Pingback: Palmiro – Luigi di Ruscio | il Blog di Daniele Barbieri & altr*

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