ANTONELLA ANEDDA – Cinque poesie da “Historiae” (Einaudi, 2018) – Con una nota di lettura a cura di Giuseppe Todisco

 

 

Historiae
 
Antonella Anedda
 
 
 
 
C’è una precarietà nello stare al mondo che deriva dallo scorrere delle cose e, si potrebbe pensare, che tale instabilità sia dovuta al flusso, al corso: al movimento. In parte lo è, sì… ma solo in parte, poiché questa instabilità è causata – principalmente – dalla direzione verso cui il tutto scorre. Già, ma qual è la direzione? Ma, soprattutto, il movimento è solo esterno o riguarda anche l’animo dell’uomo? Azzardiamo una risposta: il tutto scorre e noi scorriamo con esso. Risposta piuttosto vaga ad un quesito assai complesso, ammettiamolo. Questo tipo di soluzione, però, è accomodante e ci porterebbe ad accettare la trasmutazione di ogni cosa in un’altra senza dover rischiare di impazzire. Ma c’è chi, come la Anedda, non si accontenta e comincia ad indagare, a misurare, nel tentativo di comprendere il verso, la direzione, di questo flusso e – soprattutto- come ci si debba adeguare ad esso. «Davanti alla dismisura della cose cerco di provvedere/ scendo nel loro baratro. Ogni volta riemergo/ con il metro, il compasso, la mente piena di cifre». Ma, dimostrare logicamente l’esistenza è tentativo arduo, «un innesto di mondo su un segmento di radice», che richiede fatica e rischia di fornire enunciati dimostrabili solo attraverso dimostrazioni primitive che, già per questo, potrebbero non risultare pienamente accettabili… dopotutto questo misurare e calcolare resta «un sogno infantile di teorema».
 
Il teorema [dal lat. tardo theorēma, gr. ϑεώρημα (propr. «ricerca, meditazione», der. di ϑεω-ρέω «esaminare, osservare»)] presuppone un particolare tipo di atteggiamento verso la realtà che si concretizza nell’azione dell’osservare. Non a caso la prima sezione di questo libro si chiama proprio Osservatorio.
 
 
Sognavo di osservare la terra da lontano
vedevo i prati, la luna, la risacca
e come ogni marea scalasse terra dall’acqua.
 
ruotavo nella nebbia per cercarti ed eri giù
tra i vivi. Amavi chi non ero o non sarei mai stata
 
 
L’osservazione, l’essere spettatore, determina un necessario distacco dal reale che, se condotto al parossismo, può degenerare in separazione, cesura, non solo dal vissuto, ma anche da se stessi. Il sé spartito, dimezzato, è tema piuttosto comune tra i poeti, ma Antonella vive anche questa dicotomia fuori dal sentire comune (se possiamo definire così il comune sentimento poetico) e tenta di riappropriarsi della metà che le è sfuggita per ricucirla – e sottolineate questa metafora perché la Anedda ne fa un uso abbondante – a se stessa e sanare la frattura. E se il rammendo non dovesse tenere, ecco il sopraggiungere di un corpo esterno che – per sottrazione – viene ad estinguere la parte che si è separata.
 
 
All’improvviso invece in un angolo del letto
è apparso il sole, scavava silenzioso una sua strada
verso un luogo dove si irradia luce
e non esistono i pronomi.
 
 
Nel caso specifico, il pronome – parte variabile del discorso che sostituisce il nome – può, senza forzature, essere interpretato come quell’altra parte di se stessi che si è venuta a creare, per distacco e sostituzione. Appunto.
La razionale consistenza sferica dell’astro sembrerebbe, dunque, riconsegnare alla poetessa un io ricompattato; una personalità coesa e conforme da poter collocare, finalmente, in quel fluire di cui si è accennato.
Ma, ritornando al punto dal quale siamo partiti: qual è la direzione verso cui il tutto fluisce?
 
 
…e intanto l’isola slitta schiacciata contro il cielo.
 
 
Lo slittare rimanda ad un allontanamento da una direttrice, da una linea d’azione normale e tradizionale. Una deviazione, insomma.
 
Ma il movimento può anche avvenire in verticale e non soltanto in termini di ascesa, ma anche – e soprattutto – di discesa.
 
 
Lo sai la polvere non cade, ma si alza
viene meno alla legge naturale disubbidendo
mentre la notte – che cade su di noi
devasta i nostri occhi sulle cose
 
 
Si nota anche in questo caso una disubbidienza, una deviazione dalla legge naturale che dovrebbe regolare il moto degli oggetti e dell’animo.
Davanti all’irregolarità di questi movimenti, difronte a queste forze centrifughe che la natura impone, l’uomo non può adeguarsi in maniera coerente.
 
 
Somos, spolpami, sputami sulla sabbia
con un fondo di vetro.
Pulisci la mia scorza, risuscita soltanto ciò che è vivo.
Scomponimi di atomi, lasciami attraversare dalle luci.
 
 
Allora la disgregazione della materia, fino alla sua ultima componente, appare come l’unica risposta che corpo e animo possono offrire alla mancanza di un senso univoco di marcia.
Appena ricomposto, l’io, torna nuovamente a frantumarsi. Adesso, però, non c’è alcuna possibilità di tornare indietro: ogni ricompattamento è impossibile. Gli atomi, le più piccole parti dell’io, sono in completa balia del moto e ciò genera disorientamento, affanno, stordimento.
Se non ci si può ricongiungere, se resta impossibile ricompattarsi dinanzi al turbinio dello scorrere, quale soluzione resta all’uomo e quale al poeta? Scomparire, annullarsi.
Ma è possibile, per entrambi, trascendere la realtà corporea, disfarsi dell’unità specifica di genesi e liberarsi? Insomma: ci si può annientare?
Sembra proprio di no, dato che «L’intelligenza di cui facciamo vanto/ risputa il passato nel presente». Ciò significa che la memoria, trasmessa e prodotta, costituisce un legame indissolubile dell’uomo con l’uomo e di quest’ultimo con l’esistenza.
 
 
E’ tanto facile disfare eppure questa specie ci conserva
e avanza crollando lungo i secoli. Come un tempo
distruggendo gli archivi, tutto si perde
e torna in altre forme.
 
 
Il legame di specie non riguarda soltanto la genetica, ma anche – e soprattutto – la memoria che, arricchita di significato, diventa storia.
Infatti Historiae, oltre che dell’intera opera, è anche il titolo della sezione più intensa del libro.
La ricerca di stabilità può trovare nella memoria un momento di stasi ed offrire un’oasi nella quale riposare.
 
 
Rileggevo Tacito durante questa estate di massacri
il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti,
l’assenza o quasi di aggettivi,
il gerundio che evita inutili giri di parole.
 
 
Solo che le oasi, soprattutto in poesia, costituiscono miraggio. Se infatti la memoria, da bacino collettivo, diviene abbeveratoio personale, ecco che i ricordi prendono il sopravvento e il miraggio sparisce… e non ci si ritrova dispersi nel deserto, bensì circondati dai fantasmi, entità sovrannaturali che ci forzano a non sciogliere il legame, a continuare.
 
 
Se l’avesse vista
se avesse visto la sua forma mortale
spalancare stanotte il frigorifero
e quasi entrare con il corpo
in quella navata di chiarore…
avrebbe detto non è lei. Non è
quella che morendo ho lasciato
perché mi continuasse.
 
 
Non c’è, dunque, alcuna possibilità di ricongiunzione; non c’è rimedio all’instabilità; non c’è potere di scomparsa. E allora bisogna rimanere – duplicati, centuplicati – e viversi, magari immaginando un altrove privato di sostanza dove arrendersi per poi sfidare nuovamente l’inesorabile.
 
 
Mi illudo di raccogliere queste vostre vite,
ancora, nonostante gli anni, non compiute…
Dormirete tra poco, cullati
dal senza-niente del televisore
che nessun baratro eguaglia…
– così mi raccontate l’indomani (e io penso:
che bello questo ancora) –
 
 
Perché di sfida si tratta, in cui qualcuno deve riconoscersi sconfitto, privato del significato, ma mai esaurito, dato che qualcosa resta sempre.
 
 
…la polvere e i suoi atomi sparsi,
cateti e ipotenusa del teorema che chiamiamo poesia.
 
 
 
Giuseppe Todisco
 


 
 
cinque poesie dal libro
 
 
 
 
Geometrie
 
 
Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere,
scendo nel loro baratro. Ogni volta riemergo
con il metro, il compasso, la mente piena di cifre.
Mi struggo per la geometria, mi ostino inutilmente
a calcolare l’area del cubo, del parallelepipedo,
del prisma, nomi di un’aria di cristallo priva di veleno.
È un sogno infantile di teorema,
un innesto di mondo su un segmento di radice.
Se la osservi rimanda a un’equazione, al suo quadrato,
con l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato.
 
 
 
Sciami, fotoni
 
 
Gas che collidono, tempeste, scontro di comete,
in questo cielo curvo che ci appare in pace
nessuna eco, nessun solco d’aratro,
nessun tragitto di linfa
dalla radice del platano al suo nero,
solo uno stormire di foglie
fino alla stella irraggiungibile
dove il tuo respiro rallentava.
Alla fine dell’inverno, senza neve
– è solo un altro lutto – mi dicevo – inosservato
nel mondo che si intreccia al gelo.
All’improvviso invece in un angolo del letto
è apparso il sole, scavava silenzioso una sua strada
verso un luogo dove s’irradia luce
e non esistono i pronomi.
 
 
 
15-18
 
 
A volte mi illudo di afferrare i nessi tra le cose
mio nonno in trincea a diciassette anni
che scrive versi d’amore ignaro
che l’inferno doveva ancora venire.
Lui vivo e tutto il resto perduto
a cominciare dalla bambina
sepolta in Istria con sua madre.
Di notte stabilisco i nessi tra le cose
rivedo un vecchio esitare sulle scale
scambiare il vuoto per un lago
e le ringhiere di ferro con le felci.
Lo vedo mentre cade facendo di se stesso
un nodo di vestiti e vetri per provare
finalmente a rovesciare il male.
 
 
 
Nel freddo
 
 
Pensa i morti e questi vivi che vanno verso casa
tra la pioggia e i lampioni, osservali
solo per un momento quando i gesti si fermano
dentro il suono del traffico e dei tuoni,
seguili nelle stanze ora dense di offese,
ora di amore, atomi che pensiamo perdurino
e che invece si perdono nel vuoto
che ci scuote al vento delle stelle e dei pianeti.
 
 
 
Perlustrazione I
 
 
Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

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