ANTEPRIMA EDITORIALE – Valentina Murrocu, “La vita così com’è” (collana Sottotraccia, a cura di Antonio Bux, Marco Saya Edizioni)

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La poesia di Valentina Murrocu (Nuoro, 1992), parte sostanzialmente da un’osservazione di tipo cogitante ed oggettivante dell’esistenza, per dare però senso all’io, all’angoscia che questo io mentale rigetta sull’io fisico, sull’io materico. E il risultato di questo inceppamento quasi robotico è un verso disturbato, sincronico, che genera un corto circuito sintattico, ma a sua volta anche una sinapsi poetica tra l’invocazione scrivente e il sentimento evocativo. Dunque non è soltanto poesia di un certo sperimentalismo, quella della Murrocu, ma è soprattutto un solco di pietra psichica e animale, una specie di monolitica appartenenza al contemporaneo, ma a quel contemporaneo positivo, ossia a quel contemporaneo privo di facili sentimentalismi ma ben conscio del suo diventare carne ed etere verso la pura assenza. Ed è così che in questo suo tentativo di distruzione/ricreazione – attivato attraverso un sistema di interscambi verbali/semantici serratissimo – la poetessa prova a dare voce all’annosa e umanissima connessione del pensiero umano con l’origine del mondo. E già dal titolo di questa bella opera prima vi è forse il significato, la risposta di questa ricerca: La vita così com’è non è, in fondo, un accettare la vita proprio per smentirla, per andarvi contro, per essere uno contro se stessi? E anche la buona poesia, come quella della Murrocu, cerca probabilmente questo: il bilico tra l’essere e lo sparire.
 
(dalla quarta di copertina a cura di Antonio Bux)
 
 
L’atto del nominare
 
Tre quasi i mesi
e non ti fanno scudo le mani non
ti tacciono la mia assenza forse
ignori cosa animi me o quale
dubbio mi schiuda il giorno; ma
finché sorge il sole dietro
i mattoni – un’antinomia
nuova mi dissangua e non
conosce tregua – guardami attraverso
il vetro non essere più: se tu vi fossi
e ancora te mio sentissi
nelle cose che non
ho visto e mi aprono una mancanza – giardino
cancello ghiaia, quasi
casa – conteresti i tuoi torti e non
mi colpiresti a morte – è questa
scritta già nell’atto del nominare – non
mi diresti e non nasconderesti
a te l’angoscia. Eppure indica me e pone
in me fiducia lo spettro dell’uomo
che ti neghi e non so condannare purché
sia lo stesso esistere e commettere
ingiustizia; ma tu non
vivi.
 
 
Baricentro
 
Percepisco ora tre forze
come in resa plastica ed io non
so trovarne il baricentro non
so come possa io farle collimare e fisso
la macchia verde sul corpo nudo in tensione come
la vergogna che fingo di provare verso questi oggetti –
[il bicchiere
vuoto, la candela, la luce della stessa attraverso
il bicchiere – o me in relazione ad essi non
so se sussistano o stiano per una convergenza
degli sguardi o delle stesse tre forze – ne aggiungo
una quarta, me stessa ampliata dal riflesso: è non
poter negare di avvertire il conflitto
che mi è immanente o non
volermi opporre essendo maggio e avendo tu scelto –
[proprio me,
me, qui. È non sapere cosa mi comporti
il renderti cosa fra cose quando sento la vita espandersi
[e mi
compiaccio se vado troppo oltre e ti calpesto
sotto la trama di eventi che ora, qui, me redime – e non
respiro.
 
 
Viva-voce
 
Il bambino che vuole uscire e non
è in grado questo tuo cesareo mi attanaglia
il ricordo della rabbia che affiora – quasi
un’arteria che pulsa – e premi
contro i polsi l’alcool che calmi la febbre; non
parli o l’eco è lontana quella
che in viva-voce sento manca
lo stupore e intanto conto i piatti
sporchi sul tavolo sapere esistere
quasi vinco al tuo posto la paura
che attribuisci a te e non
comprendo; ma è tardi, mi dico allo
specchio – quasi disumana come
in prova – e solo sfrutto il tuo disagio
ne scrivo faccio leggere. E non
chiedere se sia giusto o sbagliato,
soltanto questa fede mi sostiene
veramente.
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