ANTONIO BUX – Sei inediti (Ottobre 2021)

1.

E piango perché non ho idea di te che mi stai accanto

muta presente come una volta, nel cambio

delle ore murate sull’orologio così vecchio oggi

che il volto non sa perché guarda. La mattina al centro

del tavolo è così grande, tocca respirarla

uscire dalla metafisica della casa, comprare uva

e poi una grotta ancora fuori da fare

la vera metafisica autunnale dove rallenta lo sguardo

è Ottobre, ci mancherà di superare i giorni

e poi il vento che nello specchio parla e la tua lingua

il pensiero di stare sui gradini con un mazzo di rose

e poi fare l’amore di riflesso nel cielo. Ora è per sempre

che piango, perché scopro l’ombra volare.

2.

Fra molte ore ti toccherà piangere di nuovo

il bosco lesinese che ancora parla le sue dune

qui nell’occhio di vetro le lancette dei rami

non era vero il tempo. Che sopravviva il vero

che la vita sopravviva, una volta accesi a fumare

i ricordi nudi sulla panchina della spiaggia

come un deserto il mare. Ora ti attraversa il corpo

la tua esistenza è stata tutto questo spingere

da un lato all’altro del viale di casa

solo un lungo Agosto e le parole del sole

che entravano nella testa per aprire l’infanzia

la notte solitaria in un foglio. Perché ora è piangere

lo scrivere che dal tuo braccio ti allontana.

3.

Come un brivido vai dentro l’acqua della pioggia

sembri tornare alla lentezza di poche dita

quando mimavano il moto dell’aria e il temporale

nei muri mai così spessi i muri alti sulle finestre

che dietro le finestre stava sempre uno sguardo

a diluire il tuo pensarti vivo e l’acqua

risaliva in cielo parlava di te alle nuvole

che ora così poche ti riducono il viso

mentre imiti la forza del vento e le tue dita

poggiate sull’erba sono le dita del campo o solo

la lentezza il muro che vorresti crollare. Un temporale

domani o la calma di un brivido sempre, tu sai

rumore della terra, chi vola qui chi cade.   

4.

E a notte vedo il giro dei pianeti il loro cuore

celeste sparire tra le vene delle antenne paraboliche

chissà cosa trasmettono dallo spazio, perché

influenzano gli oceani e la Luna sarà davvero specchio

di luce roteante, buco dove entrare da morti

ora che il segnale viene ripetuto, pulsa nel chiedere

ma la risposta tarda, un gelsomino tra i tanti

che ho guardato riflettersi e svanire dove andrà

quel cadavere sottile, quasi mai cadavere

forse riposa in una mano lontana tra le vene alte

di una montagna in Perù, in preciso allineamento

tra Saturno e Venere o magari dentro un bacio

che sogno mio su di un treno, nel millenovecentosei.

5.

Come è diventato sentiero tutto questo spegnersi

da soli sempre in cima a una grotta e lì osservare

il cielo più basso di tutti, quel cielo solo parlato

la comune visione di un abisso che insegna

ma pochi ne hanno memoria, si cade e si sogna

un alfabeto costante a protezione, una specie di legge

carnale di disobbedire a questo spirito che volerebbe

sopra le teste di tutti quelli che si chiedono

perché sono qui se non ho occhi, se vedo male

il sentiero invisibile, la luce più folta di me

perché a me devo la mia scomparsa se ho giorni

a dismisura e pensieri diversi, perché è diventato mistero

questo contrario, la cima più piccola che mostra grandezza. 

6.

Pensa all’orma che diventi la sabbia, al mare piegato

dal tuo sguardo che ne vuole orizzonte, e all’albero

se col monte combacia, oppure pensa alla luce bella

che non spiega niente, che come il cielo diventa

la tua realtà se la sogni, se vivi come un’ombra la luna

qui nel tuo giorno, e poi pensa al passato sotto la terra

è più grande e più lento, ti conquista un secondo

e quel secondo è di secoli avanti, dove sei sabbia

o l’orma di un pensiero, per questo pensi sempre meno

ora che il tuo corpo è alto sopra di te e cambia

il procedere che pensi sia vita, la linea di un tempo

formato da parole, ma la carne reinventa un messaggio

allora pensa cosa vuoi dire, e dillo con voce profonda.

Immagine in copertina: Jeremy Miranda – Examines Memory with Oil Landscapes that Bleed into Interiors

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