Anteprima editoriale – ELIA BELCULFINÈ – “La rosa rosa” (L’anello di Mobius, a cura di Antonio Bux, RPlibri Editrice 2020)

 
 
Una voce davvero inedita, quella di Elia Belculfinè. Una voce densa, onirica, frastagliata. Una voce che sembra prendere (e pretendere) l’eredità della migliore poesia del novecento per farne un omaggio teso al disfacimento. Perché pregna di decadentismo, questa poesia sembra dialogare con i morti e i fantasmi, spesso anche dei vivi, che il poeta incontra sul suo cammino. Così come di riflesso, il poeta incarna nei suoi scritti ciò che non è più degli uomini, se non nella morte o nel silenzio. Ovvero quella sottile sensazione di essere dentro al segreto della vita solo per subirne il richiamo straziante. E sembra dirci, Belculfinè, tra queste pagine, che il verbo inconsolabile della poesia è il solo messaggio possibile per chi vive ai margini dell’esistenza. E allora il poeta subisce, si contorce tra le parole che in questo libro musicano una litania senza fine e preternaturale; ma che anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere, un bel giorno. Già che la cenere è la terra fertile dove la rosa avvampa del suo colore più chiaro. Perché ogni vero poeta sa questo: che i sognatori vanno via se li si cerca, come le rose strappate al confine del loro lembo. E che una volta giunti alla fine, il solo desiderio possibile è di essere stati amati, compresi, bruciati per sempre. L’augurio che posso fare a questa giovane penna è allora proprio quello di trasformarsi per sempre nell’amore mai pago di una rosa, che in queste liriche sgorga dirompente e fa della voce poetante un angelo sceso all’inferno per non soffrire mai più.
 
 
Antonio Bux
 
 
 
***
 
Svegliami, ti prego, nella balera di sirtaki.
Che gridi nelle gole delle aquile,
serrato in ogni gorgo di incenso,
che macini, con gli occhi, il grano delle tentazioni.
Per non averti nella carne. Per nutrire la parola
di tuo padre che forse non t’ha mai parlato.
Reietta, nella fede, la latitudine
del sesso l’hai ancora scritta sulla mano.
Ma quando ti svesti, non è come gli uomini
che ho conosciuto. Tu curi l’esatta ricorrenza
del mio corpo. Anzi, hai una frusta
con cui percuoti le nostalgie,
dei poeti che hanno baciato i morti sulla bocca,
di questa estate sventata, ai piedi del peccato.
E un’alabarda rossa, a guardia del mistero.
Mi occorse, per giungere agli altari di giugno,
più di una delle mie vite. Qualcuno dice ne sia morta…
A terre mai purificate. Scevra nei tuoi limiti,
ora l’eternità mi costa il tuo silenzio.
Cosa cambia, se la notte ha
una ribeca fissa, e io non posso cerchiare
il tuo male con l’anello delle labbra.
Dammi l’ostia del mio tormento
cullato nelle notti ultraterrene…
O aracnide inanellato!
 
 
***
 
MICHELE 1983 – 1992
 
Viene mattino nella notte, un ghiacciato
azzurro di tormenti e rose. Da est un suono
di torve cetre: dal dicastro soleggiato
a cui vengono sortileghi i giorni; astuccio
di seta candida; una chiusa scatola
di strumenti chirurgici; vuoto alfabeto
di sere cantate lungo fuochi nei prati d’estate.
L’intero mattino una gazza ha rovistato
in grumi di foglie, pescando angosciosamente
rosse bacche dalle pareti di gramigna. E nel cuore
di costoro – un vocio leggero – che vengono
vestiti nuovi, rasati, e gonnelle pesanti e rossetti
di rantoli e polverosa giovinezza. Le cetre paiono
risalire il fiume, coi faggi leggerissimi sui dorsi
lucenti delle rane… Gli andanti scricchiolano
imprecisi. Vanno via senza dolore. Raccolgono
all’ingresso l’irrisolto degli addii. Le mani giunte
e inutilmente giunte. Il piccolo specchio, sulla pietra
da latte senza voce. È qui da sempre. Breve e tondo
come un mondo puro. A chi appartenne? Caveat
o gioco. A ritmi duellanti di tempo e materia
si specchiano, svaniscono; parrebbe forse un cosmo
di incessato straniamento. Terra ripudiata dal sole –
grovigli di polvere. Dentro, un giardino
di aranci – vedi? Un piccolo satiro – siede
su una pietra, suona il suo strumento.
Un satiro bambino, nell’aranceto.
 
 
***
 
Lasciami scorrere nelle pareti, cardine
d’estate, o come il colibrì in fiamme
sulla tua lingua, la notte che portava in dote
i nostri figli. Non ho da fare alcun testamento.
Per loro ho atteso accanto alle rime dei miei debiti
con la luce. Che facesse vino delle mie risme
l’estate di San Martino! Ma nei covi la musa
frustava i tuoi occhi guardiani all’oro sciocco dei poeti.
Mi diedi, invecchiando, alle carte degli ebbri, al lume acceso
di rive inascoltate. Ma neppure questa è la mia colpa.
Potevo cantarti nella carne, per ciò che fu
della rima Elia – poesia. O il credere che sul fondo
i demoni si battano sempre con la luce,
nella paranza in cui molti cadono degli uomini.
Che i figli superano i padri, soltanto soffrendo.
Il non aver fiducia che un simbolo d’astri venisse
un giorno a sperdersi fra le travi, per sollevare il tuo male
che sai infinito. E che ha nome in Dio.

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