MARGARET ATWOOD – tre poesie da “Esercizi di potere” (traduzione di Silvia Bre, Edizioni Nottetempo 2020)

È appena uscito, per l’editore Nottetempo, “Esercizi di potere” di Margaret Atwood, nell’esemplare traduzione di Silvia Bre. L’autrice canadese, già conosciuta in Italia per la sua produzione narrativa, regala al lettore tutta la sua veemenza stilistica anche in poesia, riuscendo a far convivere sentimenti contrastanti, in un’epica del quotidiano che non smette di riguardarci. 
 
 
 
 
***
 
Prima mi avevano dato secoli
di attesa nelle caverne, in tende
di pelli, sapendo che non saresti mai tornato
 
Poi andò piú veloce: solo
vari anni tra
il giorno in cui scampanellavi
in mezzo ai monti, e il giorno (di nuovo
a primavera) in cui alzavo lo sguardo dal telaio
del ricamo all’entrata del messaggero.
 
Avvenne un paio di volte, o forse
piú; e ce ne fu una, non tanto
tempo fa, che ti andò male,
e tornasti su una sedia a rotelle
con i baffi e bruciato dal sole
ed eri insopportabile.
 
Qualche tempo addietro però, ricordo
di aver avuto otto mesi buoni tra
la corsa di lato al treno, sollevando la gonna, porgendoti
violette al finestrino
e l’apertura della lettera; ho fissato
la tua istantanea sbiadire per vent’anni.
 
E l’ultima volta (sono corsa in auto all’aeroporto
ancora con la tuta
della fabbrica, l’arnese
che avevo scordato spuntava dalla tasca
dietro; ed eccoti lí
elmetto e cerniere chiuse, era l’ora
zero, hai detto Fatti
Coraggio) fu soltanto tre settimane prima di ricevere
il telegramma e poter dare inizio al rimpianto.
 
Ma di recente, le serate nere,
passano solo secondi
tra l’avviso alla radio e
l’esplosione; le mani
non ti raggiungono
 
e nelle notti piú quiete
salti su dalla
sedia senza neanche toccare la cena
e riesco appena a salutarti con un bacio
prima che tu corra in strada e loro sparino
 
 
***
 
Rifiuti di appropriarti
di te stesso, permetti
ad altri di farlo al tuo posto:
 
lentamente diventi piú pubblico,
entro un anno di te
non resterà che un megafono
 
oppure calerai dal tetto
con la falsa autorità di un
funzionario di stato,
blu come un poliziotto, grigio come un angelo usato,
da tempo dimentico del divario
tra un’annunciazione e una multa per divieto
 
oppure ti farai scivolare sotto
la porta, con la pelle incrostata di francobolli
di posta aerea annullati, i baci non piú letteratura
ma caratteri minuti, una serie di istruzioni.
 
Se neghi queste uniformi
e scegli di riprenderti
te stesso, il tuo futuro
 
sarà meno dignitoso, piú sofferto, la morte verrà prima,
(non è piú possibile
essere al contempo umani e vivi): giacendo ammassato
con gli altri, la faccia e il corpo
ricoperti di cosí fitte cicatrici
che solo gli occhi sbucano.
 
 
***
 
Niente si sente in questi giorni
da chi è al potere
 
Perché parlare quando sei una sommità
o una vòlta
 
Perché parlare quando sei
parato da un elmo di numeri
 
I pugni hanno forme svariate;
un pugno sa cosa può fare
 
senza la scocciatura di parlare:
afferra e sfonda.
 
Da quelli dentro o sotto
sgorgano come dentifricio le parole.
 
Linguaggio, il pugno
proclama schiacciando
è solo per i deboli.
 
L’hai fatto tu
tu hai avviato il conto alla rovescia
 
e su te per converso
il diabolico numero
zero si è abbattuto sotto forma di una
macchina-uovo
che ti arriva come una
palla da football o un pollice gonfio
 
ed eri tu il padrone della pelle
che venne via gorgogliando
di colpo quando il recinto
ti toccò accidentalmente
 
e fosti tu anche a ridere
vedendolo accadere.
 
Quando imparerai
che la fiamma e il legno/carne
che lei brucia sono tutt’uno?
 
Tu punti solo al potere
realizzi solo sofferenza
 
Quanto a lungo prevedi che io aspetti
mentre ti cauterizzi i
sensi, uno
dopo l’altro
e ti trasformi in una
impervia torre di cristallo?
 
Quanto a lungo mi chiederai di amarti?
 
Ho finito, non creerò
piú fiori per te
 
Ti giudico come fanno gli alberi
morendo

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