NANNI CAGNONE – “A ritroso (2020-1975)”, Edizioni Nottetempo

Nanni Cagnone (Carcare, 1939) è uno dei poeti più originali della poesia contemporanea. Autore prolifico ma molto riservato, raccoglie il meglio della sua poesia in questo volume antologico appena uscito per le edizioni Nottetempo. A ritroso (2020-1975), ossia all’origine che è oggi. Un viaggio nel tempo per farlo sparire, per azzerarlo, e dunque non un bilancio, bensì una meta futura. Colpisce, di quest’opera, la raffinatezza di un poeta mai sceso a compromessi, sempre libero e fedele al proprio stile, figlio di uno splendido nitore che lo rende classico, fuori da qualsiasi moda, e per questo grande. Scorrendo i testi si evince questa ricerca dello scavo per raggiungere la finitezza del silenzio, i versi sono asciutti, l’epicentro del reale viene inciso, segretamente, con una mano sapiente che tende allo zenit del pensiero. Ed è un percorso che fotografa bene come l’opera di Cagnone in realtà sia un unico organo, fatto della stessa statura del poeta, che umanissimamente, e ostinatamente, fruga nell’interiorità del mondo stando sempre “ai bordi” del pensiero. Un’operazione necessaria, quest’uscita, per chi vuole avvicinarsi all’opera di un maestro della poesia di oggi. 
 
Antonio Bux
 
 
Segue un estratto dal libro:
 
 
***
 
 
come ortica e lattuga,
felce e felce,
cammina intanto per tramiti
svelto non avanza
nella stranezza del mare
che scorrono insieme
smalto e ritrosía
lungo ripetute somiglianze
scorrono nel madornale fruscío
già nascosto da nuvole, conteso,
insaputo confusissimo aroma.
ditemi se dissipa da sé,
lacuna che lentissima confonde.
 
—1976
 
 
 
Severamente la soglia
congiunse avanti
il vuoto che ci seguiva.
Lei conosce
l’ordine del canto,
finché nei suoi limiti
vivente; poi
luminoso strappo
incustodisce la polvere —
si chiude allora la porta,
un’illusione.
 
—1986
 
 
 
Viene
lungo notte
nuove unghie
la carezza avvenire,
come pettine
in grovigli.
Lascia Corinto,
se le cose
non ti cercano.
A Tebe
avrai piú dolore.
 
—1999
 
 
 
Interno
salvaguardante esilio,
notturnità e silenzio
nessun raccolto.
C’è l’uscita non esco,
riprendo senza timore
il mio esercizio — piume
che suonerebbero
tamburi.
 
—1999
 
 
 
Alfine, scrivere la storia
delle cose minute —
la vicenda d’un pettine
ai capelli
o il culto delle scaglie
di madreperla.
È tempo di destarsi
per consistere
nell’ardua interezza
dei frammenti:
è qui che si viene vinti —
un vetro offuscato,
un appuntamento
con la polvere.
 
—2008
 
 
 
Spazio finito, orlo di tamburo.
Ti conviene incarnarti finché puoi,
racimolare luce anche di notte,
far cammino nella bruma
e non lasciarlo mai solo
l’istante, se no punge ogni cosa.
In fondo, in fondo al mareggiare
dei tramonti, al maturare insicuro
bruciore senza trama delle pene,
il solenne episodio delle foglie —
stormire e basta. Stormire.
 
—2008
 
 
 
Chiarore,
indimenticata culla
di nostre adolescenze,
sospiro-barlume
nel qualsiasi tenero
del giorno, nelle
donne che si volgono
le fümne che ridono,
e quei fuochi contronotte
che sfavillano voci,
e l’ansimante figura,
sarà collina
sarà cavaliere notturno
fermo-incantato,
e perduta nel buio
la cavezza.
 
—2011
 
 
 
Chi ti sveglia dal tacere,
cosiddetto cuore?
Credente involontario,
ti presento
l’indifeso tuo sogno,
perciò attento.
Venerabile gioia,
non sfuggire —
non interrompere
sprechi e cortesie.
Férmati piú lontano,
dimentica e ricorda.
 
—2012
 
 
 
Onde, matrimonio
del mio sonno,
le voglio sul cuscino
e intenderle
perfettamente,
addossate alle spiagge
di Liguria — oh
abito di malinconia,
ricordo bene i crepuscoli,
taciturne nudità dell’aria,
scendiamo insieme
nella stanza nuziale,
nella notte.
 
—2018
 
 
 
Non può esser patria
un vento, a meno che
non ci voglia altrove
una superiore fedeltà.
Recisi, ad ogni modo,
indotti sempre
a vedere e ricordare.
Cosa che vuol accadere
non chiede consenso,
siamo ogni volta
preceduti, e ci solleva
quel vento, se volete
destino — non insegna,
come cosa improvvisa
non si doma.
 
—2019
 
 
 
Tuono e farsa, pallore,
cose che in timore
si confondono.
Ancora in cammino,
e lontano dai miei passi —
ma non si tratta
di raggiungere,
darsi memoria
dei cercatori invece,
far compagnia.
Sobrietà, festa nessuna.
Tutti i poeti sono morti,
insiste in me
il loro tentativo —
non li abbandono.
 
—2019

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