TOMMASO DI DIO – Un estratto da “Verso le stelle glaciali” (Interlinea 2020) – Con una nota di lettura a cura di Giuseppe Todisco

Tommaso Di Dio, Verso le stelle glaciali – Interlinea, 2020
 
 
L’idea di una contemporaneità della durata, di un mentre, che quantifichi e definisca l’esistenza altrui rispetto alla propria, permette di tracciare i confini di un spazio ipotetico entro cui potersi muovere. Questo luogo, esplorabile in più direzioni – ma pur sempre limitato –, consente a ciascun individuo di partecipare al destino dell’umanità. La predeterminazione fatale – il destino, appunto – sembrerebbe in contrasto con un’intesa di specie, che, finalizzata all’autoconservazione, trova nella fecondità il suo primo cardine. Però l’uomo che moltiplica se stesso è sì principio di natura, ma anche vocazione che nasce dall’esigenza di popolamento. Lo spazio vuoto genera sempre “intenzione” – che è un volgere in atto l’orientamento della coscienza. E’ quindi sempre stato cosciente l’uomo che ha riempito la terra, che l’ha popolata? Sicuramente lo era quando si spingeva oltre il proprio habitat per scoprirne altri più accoglienti. Perché sempre di questo si è trattato: trovare un posto che ci accolga e circoscriva la nostra vita, sottraendola alle infinite possibilità dell’ignoto.
 
 
[…]che almeno
in una nuvola amorfa, in un’alba
lungo la pianura, in uno
sguardo fermo sulla neve, noi siamo
esistiti veramente.[…]
 
 
La persistenza, la reiterazione – il pensiero che non ci sia fine – tolgono senso all’esperienza di ogni essere umano. Tommaso di Dio ne è consapevole e cerca, in questo libro, di fornire dei mezzi che riconducano al significato; che portino il vivere in un cerchio individuale. Ma la storia di un uomo è tracciabile solo attraverso la posa di fondamenta stabili sulle quali, poi, fabbricare un edificio cognitivo, un sistema portante di significazioni e rimandi storiografici che stabiliscano legami tra un uomo e un altro. Ne deriva che il percorso proposto da Tommaso, il viaggio che dal molteplice riporti all’Uno, debba necessariamente farsi mezzo dell’umano, per giungere – infine – alla persona.
 
 
[…]Dall’altro capo del lago invece tu
parli; muovendo le labbra indichi
tane per la carne e scorte
residue di scheletri di pesci. Come se noi
fossimo sempre sotterrati e capaci
di accedere alle tue labbra
al primo senso.[…]
 
 
Il movimento, lo spostamento da sé all’Altro, è possibile solo in presenza di un codice espressivo chiaro, che faccia da ponte e generi comprensione. Ma quando la parola perde efficacia, e diventa “revocabile”, allora il senso si dilata e il tragitto (da uomo a uomo) si fa più complicato. Se pensassimo alla vita di ciascuno come a una narrazione, e alla relazioni interpersonali come a degli intrecci, potremmo «trasformare la successione degli eventi in una totalità significante» (Ricoeur). In altre parole, la messa in successione diventa un modo per costruire senso attraverso la relazione.
 
 
[…]Dentro la caverna, hanno trovato
residui organici, rocce e frammenti di corno
sbozzato in zagaglie. Per ragioni oscure
in fondo a tutto questo; sulle pareti di pietra
e con milioni di mani
è stato dipinto un uomo.[…]
 
 
Ogni relazione è un “muoversi da” e un “muoversi verso”. Ma lo spostamento, il viaggio da compiere attraverso l’umanità, è sicuramente molto complesso. Il rischio è quello di abbandonarsi alla corrente ed approdare ad un altrove che non sia il nostro. C’è in gioco l’identità, ecco perché bisogna dotarsi degli adeguati strumenti di navigazione. Dovendo affrontare il mare aperto, viene indispensabile stabilire una traiettoria ideale che colleghi il luogo di partenza a quello di arrivo. Serve una rotta, una linea retta che unisca due poli. Ma questa traiettoria, questa successione di punti, può essere tracciata solo se esiste una rappresentazione approssimata e simbolica del reale, vale a dire una carta geografica: una mappa.
 
 
[…]Perché non era in luogo donde potesse
scoprire il lume, io vidi un lume.[…]
 
 
Qualsiasi prefigurazione della superficie umana non può prescindere dall’uso dell’immaginazione, essendo questa l’unico strumento in grado di creare immagini sia in rapporto agli oggetti presenti ai sensi, sia costruendone nuovi che, da essi, si sottraggono. Però, se parliamo di immaginifico, dobbiamo necessariamente chiamare in causa la poesia e la sua capacità di anticipare l’azione («La poésie ne rythmera plus l’action. Elle sera en avant» – René Char). Ed è proprio ciò che Tommaso Di dio si propone di fare con i suoi versi: fornire una mappa dell’umanità affinché, ciascun lettore, tracci con le proprie mani la rotta che lo conduca a scoprire “la terra nuova” del sé.
 
 
Giuseppe Todisco
 
 
 
***
 
Dentro camminano e fanno chilometri.
Scartano strade e vi, procedono
a testa bassa a lato delle metropolitane.
Spostano mucchi di terra
di idee e ideologie e poi vanno
dentro aree popolate, supermercati
strade scuole spiazzi. Sopra scale di condomìni
aprono piccole
porte di ferro grigio; e si incontrano su tetti larghi
e piani, degli edifici più alti. Da lì s’affacciano
verso il vento, insensato e caldo.
Non si parlano. Non si toccano. Traforato
da luci che spaccano
una ad una tutte le cassa, guardano
l’immenso catrame e cemento umano
di cui non sanno nulla. Insieme sono
bradi, fertili e seri come gli anomali inutili.
Il cielo gli lecca il volto e così li chiama
a fare da sé
qualcosa, per vivere una vita.
 
 
 
***
 
 
In un villaggio dell’isola di Guanahani gli indigeni su di un’altura rocciosa hanno acceso un grande fuoco.
.
giovedì 11 ottobre
 
 
Si fermarono in cerchio, e si sedettero.
Dopo aver atteso un tempo
esteso, indecifrabile, guardando
la parete di pietra; uno
si alzò e disse. Per esempio è l’estate
mentre scorre il vento. Un altro subito rispose
questa massa
è una linea che si apre, è luce
circolo di neuroni che in pressione sale, sale
esplode nulla e cecità. Qualcuno aggiunse che no
siamo già nel buio; e questo
è solo la mente che procede, che si sporge e tocca
se stessa mentre sprofonda
e distrugge ogni volta questa volta
dentro la parete di pietra. Altri invece tacquero. Se sei qui
vorresti dire il nome. Vorresti trovare il nome.
Se sei qui
 
guarda la tua parete di pietra.
 
 
 
***
 
 
Oceano, giovedì 11 ottobre, più tardi
 
 
E se questo mare non finisse. Se ci fosse altro mare
oltre il mare. Oltre questo
azzurro e nero e buio e luce spazi
altro azzurro e nero e buio, altro solare
e ancora più vasto
rifrangersi d’orizzonti. Dicono che per legge
fra due terre si tenda il mare. E se non vi fosse terra.
Non vi fosse limite. Se ogni limite non fosse
che accecante oppure opaca mobile
superficie di un tragitto
in una mente senza fine mai. E se questo
che calcolo e conduco
a furia di matematiche e compassi e mappe
non sia che uno dei possibili
cammini fra mare e mare, l’errore essendo
un bene moltiplicato altrove.
E se io procedo.
E se indietreggio. E se io già
sono da sempre
nel mare
come chi s’è perduto.

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