STELVIO DI SPIGNO – Un estratto da “Minimo umano” (Marcos y Marcos, 2020)

Griselda dei Balcani
 
 
Avrei potuto amarti
come una oscillazione indipendente
dal sorgere e calare del giorno
sulla collinetta di Santa Teresa,
ti immaginavo qui, fuori dal coro,
nel paesello incorrotto della villa,
agitarti e fare fuoco, stanarmi in fretta
e uscire, lasciare una scia di plettri
tra l’odore delle stanze, mentre ti spogli
dei tuoi fianchi leggeri, vicino alla suburra
dei tuoi figli di carne vogliosa, nella cascata
dei seni che li ha generati, loro e altri milioni
il cui suono non arriva a noi, perché non siamo
più figli di nessuno e la nostra origine variabile
non si fa più sentire né adorare.
 
Avrei voluto amarti, perché la notte
sei sveglia come me, metti pareti divisorie
tra la pillola che lotta per dormire e la mente
che cerca una meta, proprio qui dove non
ci sono più vette né obiettivi, né lenti bifocali
per vivere senza ferirsi, nella nuova
e totale convivenza con un mondo
che non ci cerca e non fa simpatia.
 
Dure creature come noi, ma non inizia il piagnisteo.
Due esseri invitati, e questa storia che non regge.
Due capodogli spiaggiati, fanno l’incubo in un miracolo.
 
E invece accade che. Ora dovrei dire cosa accade,
ma non succede altro che una misteriosa
archiviata solitudine, che punta diritto alla trachea,
fa un giro per luoghi indifferenti, che si vedono
nei sogni ottenebrati e poi nessun rumore,
soltanto le dita sull’interruttore e il bruciore del gas
nella caldaia. Dipende dai giorni.
 
Tutto dipende dai giorni. Passano senza passare,
vengono e nessuno li vede, ci lasciano
cicatrici sulle mani e sul viso,
a noi che da soli si va in retromarcia, e mentre
il radar dei viventi imputridisce, procreiamo
la fine di noi stessi in amicizia, e al tempo
che avanza sugli omeri deviati
diciamo benvenuto, e mai arrivederci.
 
Continua solo un bacio a tre giri di corda
che ci frammenta le ossa e stronca il desiderio,
mentre sembri suonare l’arpa,
quando sei allo stenditoio, su in veranda,
in faccia al mare aperto, quello non mio, in Albania.
 
 
Stampa antica
 
 
Oggi guardo dall’alto il mio destino.
Il mare che si vede dalla scuola, la mattina, è
ancora oscuro. Gennaio mi castiga.
Non mancano imboscate, il sacrificio è grande,
ma semafori e rotonde, ormai, emendano
le carreggiate corrotte di un tempo.
 
Era facile morire, più che viverci,
nella Napoli di Poggioreale,
tra predatori voraci, nobili da trivio,
una famiglia sepolta in un alloggio coatto
per evitare il plagio e la plebaglia.
 
E sono in piedi, addirittura, tra tanti
che volevano spuntarla. E hanno perduto
orgoglio e carnagione.
Ora prego per chi mi rimane. Sono pochi,
e senza tutele. Ancora mi amano,
sono i soli. Non ho scovato il bene
femminile, per quello di Dio
ci lavoro ogni ora. Non mi lamento.
 
Sono stato di tutto e non mi pento.
Se potessi volerei dai miei morti,
ma ho ancora una madre, piangerebbe,
non potrei sopportarlo, impazzirei.
Amatemi per ciò che non ho dato.
Ai sogni infranti penseranno gli altri.
 
 
Stilnovo
 
 
per A. I.
 
 
«Perché ti cerco nell’ora lucente,
labile fonte di amore e dedizione
che sei ovunque, in lapilli e parole,
ma non in me. Esci dal timido recinto
delle occasioni evanescenti. Diventa elemento,
viscere da amare, psiche inconsapevole
dei giorni deragliati sulla luna.
Una punta di universo caduta qui,
per noi e nessun altro. Ti aspetto,
da sempre, come una certezza. Perché
vivere è un traforo che bisogna
attraversare. Vieni, respira, non farmi
più dormire. Ho una casa
aperta alla dolcezza dei tuoi assoli:
se ancora ne hai – fiamme, catene,
burroni e pietre vaghe
non potranno fermarti. Da troppo,
inseguo il tuo confine boreale.
Da un tempo non più vero vorrei
toccare la tue labbra affascinate.
Sciogliti. Sali in questa tormenta,
nessuno ti seguirà. Saremo soli.
Nel mondo chiuso delle occhiate incostanti
vedremo nascere il perché dell’esistenza.
Nessuno, ti dico, ci disturberà».
 
 
Scontro
 
 
Bicchieri messi a tacere nella notte.
Rivoli di pioggia che fuoriesce dai canali.
Don che ha vinto un figlio alla lotteria della natura.
Piccoli segni, quello che è dato avere.
E c’è una barriera estranea, la tua mente,
che vuole dominare e non ascolta.
 
Consumi donne per dire che vivi. Prendi libri
per scrivere altri libri, invece avanza
senza protezione, comincia a guardarti le mani,
fai un collegamento
tra la Croce degli Annegati nella piazzetta
e il buio corallo dei fondali marini.
 
Ho perduto la testa quella sera. Volevo essere
ovunque e correvo, l’auto ha sbandato,
tutto è andato a fondo. Quella vitalità
era razzia di un sogno. Solo il dolore
è stato vero. E la vergogna, tremenda,
mi ha fatto rialzare e stare qui, questa mattina,
nel bosco di una strada senza nome,
a correre tra alberi e radici, fango e pori aperti,
metà del mio corpo mai sentito,
l’altra metà preda dell’orrore.
 
 
I padroni e le creature
 
 
Dalle foglie rinasceva la vita, ma un giorno
hanno attaccato in forze, con spot e cannonate,
per devastare
l’asse cigolante della terra, l’umana verità:
il picchio della stazione è morto, le vetrine
esplose, il municipio sbranato.
 
A che scopo? Era così bella l’erba fiorita,
le pianure epocali, i ragazzi in cammino.
Non c’era ragione. La lingua ora è nel panico,
le strade sventrate, i palazzi e il cielo
un unico ammasso di macerie.
 
Il potere è in mano loro. Vogliono che viviamo
senza più orecchi, cervello, sentimento,
alla prima ribellione scatenano le armate
della barbarie e della solitudine,
dai virus alla folgore, non risparmiano
 
corpi tanto inermi, come li volle il Signore,
la bontà della vecchiaia, le ragioni
dei poveri, l’illibata bellezza
di una donna che ansima mentre partorisce,
ogni giorno, ogni ora,
le nuove ondate del mondo.
 
 


 
Stelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. Per Marcos Y Marcos ha pubblicato nel 2015 Fermata del tempo e, nel 2020, Minimo umano. Gli altri suoi libri di poesia sono Mattinale (Sometti, 2002, Premio Andes, ed. accresciuta Caramanica, 2006), Formazione del bianco (Manni, 2007, Premio Penna) e La Nudità (peQuod, 2010, Premio Nazionale Di Calabria e Basilicata). Ha pubblicato due monografie: “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi (L’Orientale Editrice, 2007) e L’artificio della naturalezza. Da Leopardi a Noi (Agiscom, 2015). Vive e lavora a Roma dove insegna nei licei.  

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