VINCENZO DI MARO – Cinque poesie da “Una stagione nascosta” (Nuova Editrice Magenta, Varese 2019)

*
 
Le voci della notte, la calca
che inudibile sorvola l’acqua
scura, per vie umbratili vibra
dalla sponda alle luci, ai muri e
li trapassa, fino alle case, a noi che
la percepiamo appena dopo,
ad apparecchio acceso; le voci
mai incrinate, mai stanche, fiduciose
che qualcuno le ascolti nel fervore
che precede il sonno e cola al vacuo
conforto dei volti senza storia, banditi
dal perenne presente del mattino:
chiamarle analogia, riposo, quasi
una radio, un dio che ricompone
l’unanime tessuto dei dispersi.
 
 
*
 
Ecco il privo di labbra
dove il bimbo riposa, in cui tacendo
sorveglia rito e regola di questa
luce che altèra miete gli occhi:
tanto umbratile è il groppo
nell’ugola del merlo
prima che il fischio lo sommerga e
sollevi un mannello di stoppie.
E quel che dici, che non esiste un’ora
in cui la casa incontri la tua voce
che altri nutrimenti chiederesti
non è che il segno di far entrare sera
in questo letto, tra polvere
inquieta, che trasale,
trasale, cellula inumana.
 
 
*
 
Come un oscuro canto quando cede
al risveglio, una lingua
a se stessa sconosciuta: l’uggiolare
del cane, il caro ammanco
quantunque meno lieve – dei giorni, rigirando
la zolla per rintracciarvi un’usta
elusiva o illusoria, all’orizzonte il
chiaro geroglifico dei monti.
Forse ogni forma anela alla parola
quanto la specie spera di lasciarla
per più muta coscienza, il solo giorno
del sole assoluto, l’apparente
clamore del pianeta. Poi,
nudo smarrimento
nelle notti terrestri.
 
 
*
 
Emanata dall’albero, alta tra l’erba
concordi vento e aureola del soffione
non si capisce, questa cosa
se esiste o se conduce
un volto, non somministra
questa cosa conforto.
So che nelle voci ci tendiamo agguato
se la strada serba subito un nome:
così è bene guardare
prima di immaginare che alla luce
si apra alla ferita il pescatore,
e non è vero che non aspetto
quando fisso lanceole brune
in acqua, che non provo
riconoscenza se l’aggressore arriva
e sono assente. Desidero
nel ventre erbe stellate,
santi nascosti, l’alimento
che mi venga in cerca.
 
 
*
 
Come occorre vivere, chiedo tra un fuoco
d’alberi, alla favilla che ossida il minuto
grano sul filo spinato. Io non
voglio più immagini, ma verità che è bruno
d’ossa tra l’ortica e un tepore che dissipa.
Nella fila della formica o nell’umanità
vive quel che è creduto: se ascolti è che ricordo
il tuo poco avvenire, l’antichissimo
futuro che verrà.

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