SILVIA BRE – Tre poesie da “Marmo” (Einaudi, 2007) – Con una nota di lettura di Giuseppe Todisco

Marmo
 
Silvia Bre
 
 
 
Nisi part imperat,- Orazio, Epistole, I, 2, 62
 
 
 
Ci si può adattare a una vita di rimandi, a una vita in cui si resta pressoché immobili in un determinato atteggiamento, nell’attesa di essere ritratti per ciò che si è, o per ciò che si vorrebbe essere. La questione vera, però, non sta tanto nel ritratto che di noi vorremmo consegnare al mondo, quanto, piuttosto, in ciò che in quella riproduzione – di noi – viene taciuto. Infatti, ogni rappresentazione del reale deve necessariamente portare con sé un silenzio di particolari – omissioni necessarie a rendere possibile l’artificio. Ma che fine fanno tutti quei dettagli taciuti?
 
 
Cuore, fossi io stessa
la tua grande occasione di parlare
sarebbe questo, intero,
il canto naturale che dispero.
 
 
Che siano questi scarti gli elementi costitutivi che ci vivono dentro, è facile intuirlo. Quest’altra vita (non ipotetica, ma tralasciata) reclama, però, il proprio diritto a manifestarsi e, per questo, preme («Non c’è cosa ch’io dico che non dica / ch’io vivo un’altra vita che è più viva / di questa stessa mia che vivo e dico»). Questo sentire altro può farsi presenza invasiva e impadronirsi dei nostri sensi fino a renderci complici di una visione alterata del reale («Un’aquila si tiene nei miei occhi / che se guarda la gente / io vedo i loro corpi così soli»). Ma siamo noi che vediamo e sentiamo, oppure è il vissuto che guarda attraverso di noi? Siamo, dunque, mezzo o compimento? Entrambe le cose, probabilmente.
 
 
Aquila, remota mia figura
con tutto il mondo che le gira intorno
e con il vuoto che vaga intorno al mondo,
centro di me che dentro non resiste,
che nascondo nei nomi che conosco
eccomi ancora qui, la testa china
come una che non riesce e si vergogna –
sento d’essere tua, senza capire
lascio che questo verso ti accontenti,
che tutto accada pure un’altra volta.
 
 
Le infinite possibilità che il poeta sente, questa disgregazione dovuta al moltiplicarsi delle varianti, collidono col desiderio di unicità, si scontrano con la necessità di ricomporsi (Bello avere da dire una cosa sola / e non sapere bene dire quale / un po’ come sentirsi uguale a una rosa / che già nel seme sta nella sua posa).
C’è in gioco l’identità, non tanto intesa quale consapevolezza di sé in un contesto sociale, quanto – piuttosto – come identificazione del sé in un ambito di circostanze. Quanto di ciò che avviene si può attribuire a me e quanto – invece – è da attribuirsi a quel mondo che dentro di me vive? E’ questa la domanda a cui la Bre prova a rispondere. E allora, a nulla serve identificarsi all’esterno se non si ha piena consapevolezza di chi comanda dall’interno; anzi, lo stesso nome – cioè come gli altri ci individuano – diventa un altro elemento di disturbo al già precario equilibrio (il nome è troppo / bisogna farne senza).
 
 
Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio…
Prima si perde il sonno,
poi i capelli, poi tante parole fino a io, quella che tiene tutto
 
 
Questa tensione interiore, percepita come lotta, potrebbe essere sottoposta ad incantesimo attraverso una ritualità di gesti che rimandano un uso domestico dell’esistenza («la demenza di sbracciarsi contro / una corrente rovinosa e trionfale – / e intanto mettere via i giornali d’oggi / spegnere bene la sigaretta / lavare lo stesso bicchiere tutte le sere»). La ripetitività può portare con sé l’assopimento, il torpore: lo stordimento. Si tratta, sempre, di ristabilire il controllo su quel vissuto affinché non sia esso ad agire in nome e per conto nostro.
 
 
Rosa che crepi al sole dell’estate
come fatichi a mantenerti dentro…
 
Ma è in me, disperata, che sei salva:
se resisto a fissarti fino in fondo
puoi fidarti. C’è qualcosa che promettono i versi
prima di finire, senza mai dirla.
 
 
Ma c’è un rischio che si corre in questa lotta, ed è quello di non riuscire a dire. La difficoltà a pronunciarsi («Ognuno vuole avere il suo dolore / e dargli un corpo, una sembianza, un letto, / e maledirlo nel buio delle notti») genera impotenza e annichilisce tanto da rimandare all’estraneo il compito di cogliere questa essenza. L’altro, però, non è specchio in cui riconoscersi, ma un punto di vista dal quale guardarsi in compimento («Beato il mio vicino che dalle sue finestre / coglie con gli occhi i fiori che io curo… che chiama il mio balcone il suo paesaggio / e che di fronte a sé tra strada e cielo / vede distintamente il mio destino»).
 
Dicevamo dei dettagli che, per necessità, vengono omessi dalla rappresentazione. E se – con una sorta di sineddoche esistenziale – partissimo da quei particolari per provare a capire ciò che realmente è una vita? Oggetti, azioni, facce, voci che ci sono sfuggite e che, costantemente, tornano a chiederci ragione.
 
 
Però non è diverso trovare
nella terra di un prato
un puro oggetto senza più funzione –
un distintivo, forse, o bottone d’un guanto
o il tasto spezzato di un rottame, la zampa
dell’animale di una spilla – ecco,
una vaga scheggia senza la cosa,
quasi nulla,
 
pulirlo con un soffio
e avere sulla mano quell’ossicino
di un momento morto, il suo nome perduto
che canta, mare nella conchiglia,
il tema solo umano della pena.
 
 
La spiegazione pulsa nel marmo – suggerisce la Bre. Dunque, è nella prefigurazione che bisogna individuarsi; è nel progetto che bisogna stare. Perché l’atto – il compimento – porta con sé un’urgenza che, se ascoltata, avrebbe su di noi il pieno sopravvento e ad imperare sarebbe la vita («Non vedi, appena nato, come perdi / come già perdi dalla mano?»).
 
 
GIUSEPPE TODISCO
 


 
 
Tre poesie dal libro
 
 
 
 
***
 
 
Vedevo uno che ha smesso di sapere
seduto verso il mare, nel silenzio:
una forma dell’aria, un’onda pura
partita da un secolo qualunque.
Eravamo nella stanza nella stessa luce,
nell’ombra – io, come si dice, viva
lui creatura del giapponese che lo dipinse.
Parlavo mi pare del bene che faceva
quel suo covare di schiena l’orizzonte
e la mia calma in fondo alla sua vista,
mi chiedevo che felicità fosse
ad arrivare da così lontano
e non pensavo a nulla
mentre da fuori il sole ci ha fasciati
e rispondeva.
 
 
***
 
 
L’estasi di Gian Lorenzo Bernini, beato
mentre scolpisce Ludovica Albertoni
 
 
Ah mezzanotte semplici capelli
lungo il collo imperlato dai respiri,
sopra la fronte altissima di fronte
a chissà che mattino – incoronata
che immagine che sei, così di tutti!
Se non sei mia è più mio l’averti avuta?
Fammi chiedere ancora, ancora
non di che cosa, solo di più, per slancio
per aurora, soltanto ancora e non saperne nulla
mia povertà mio calco
cieca gioia, che forze avrai sfidato
per venirmi alla mente
dove ti sfioro senza fare un gesto.
Ma ti devo fermare per cadere ai tuoi piedi
per ritornare in me
pieno d’un viso senza più pensiero.
E sono già chi dice «ti tenevo» e già vacilli
nella coda lunghissima degli occhi.
La spiegazione pulsa nel marmo, ricomincia.
Non rimane che il farsi della vista,
di un discorso che dubita, del tempo,
e questo suono stesso sta per dire
che anche io, lo scultore, sono un resto.
 
 
***
 
 
Potenza elementare che organizza la vista
l’aquila ancora si rapprende nel cielo.
È il pensiero che s’insedia nella sua forma scura
per meditarsi a lungo, per restare.
 
Nel buio degli sguardi il suo bello s’ammala
e tuttavia il difetto la completa:
in tanti occhi può specchiare il panorama
come un diamante spacca in minimi frammenti
tanta luce.
 
L’aquila sa il suo senso, ma non io.
Da qui posso ammirare il movimento
del cielo che lei vede, e in questo senso è mio.
È questa la potenza che mi dico:
nell’esempio del sole, l’aquila resti un punto mobile,
fedele, il presente infallibile che cresce
dal suo girare lento, la fondata certezza
d’un moto che ripete e che compone.
 
Chiunque io sia,
nulla che può distrarmi:
la poesia mi tiene rigorosamente
con la lingua severa per lezione –
ma è piacere, ridirlo, sufficiente.
 
Basta guardare come fanno le parole
nelle loro distanze siderali,
che misure mantengono,
con che suoni perduti si contendono
lo spalancarsi dell’universo muto –
una ricchezza come s’addice ai poveri:
in mancanza di tutto.
 
Basta vedere le cose come sono
per supporre variazioni clamorose:
nel colpo d’ala, nel cerchio un po’ più largo
l’aquila prende tempo e lo rende cristallo,
ricava minuziosa dal reale
l’immenso giacimento del possibile,
di questo sempre possibile cantare,
senza mirare a nulla che non sia
sé stessa più profondamente.
 
Tutto ciò che è abissale
parla forte di noi.
Ma accade di avvistare in mezzo alla disfatta
l’invenzione che regge,
accade che qualcuno, anche uno solo,
sussurri le frasi adeguate,
quelle che accolgono con le intonazioni
giuste per la sua volta –
può accadere che l’aquila, uscita dalla mente,
s’allontani abbastanza da sorprendere,
assoluta nell’alto, sontuosa nel suo nero,
mentre si lascia sostenere dalle proprie ali nell’aria.

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