PUNTOLUCE – La poesia della settimana – A cura di Sergio Bertolino

OCTAVIO PAZ
 
(da Piedra de Sol, 1957), traduzione di Rosario Trovato
 
 
 
voglio avanzare, andar più in là, e non posso:
precipitò l’istante in un altro istante,
dormii sonni di pietra che non sogna
e al termine degli anni come pietre
udii cantare il sangue prigioniero,
cantava il mare con suoni di luce,
una ad una le muraglie cedevano,
si sgretolavano tutte le porte,
il sole saccheggiava la mia fronte,
le mie palpebre chiuse dischiudeva,
staccava dal suo involucro il mio essere,
mi strappava da me, mi separava
dal mio dormire secoli di pietra
e la magia di specchi riviveva
un sale di cristallo, un pioppo d’acqua,
un alto getto che s’inarca al vento,
un albero ben saldo ma danzante,
un camminar di fiume che si curva,
avanza, retrocede, compie un giro,
e arriva sempre:
 
 
 
***
 
 
L’istante che precipita in un altro istante è la linea del tempo che si curva a formare un anello per effetto d’amore. «L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa». Non a caso l’incipit e la chiusa del poema di Paz coincidono. E non a caso Piedra de Sol prende il nome da un calendario azteco. 584 sono i giorni dell’anno venusiano, e 584 sono i versi di questo monolitico splendore. Va detto che la concezione ciclica, pre-giudaica del tempo era una costante di molte civiltà arcaiche: la condividevano, ad esempio, greci, persiani, maya e (appunto) aztechi. Nient’affatto un’esclusiva buddhista e induista, tantomeno nietzschiana. – Per Paz è ancora «l’amor che move» il mondo, il corpo-mondo che si mostra nel corpo di lei, che riluce nella trasparenza di lei. Sconvolto il dato, tutto diviene possibile, ciò che potrebbe essere o essere stato. La poesia, che vive le possibilità della cosa, che vive di sola possibilità e di assenza che scatena, s’avvicina come non mai alla noce dell’essere, affrancandola dal suo giogo identitario, «dal suo involucro». Così si fa l’eterno.
 
 
Sergio Bertolino

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