PAOLA ZAMPINI – Sette poesie

***
 
Le spighe crescono come cicatrici del cielo
è questa la carne il pane
il seme che s’infrutta senza cupa doglia
con suono lieve – un po’ di vento –
sulla pianura, mare baio,
con le radici e l’umido della marcita.
Potere d’attacco,
non cupa digressione
né sentenza univoca e pietrosa
nell’universo terraneo
è solo azione,
mai ferme né stasi
mai nell’entropia la morte eterna
mai il separarsi
dal grembo loro, sradicarsi è solo cielo.
 
 
***
 
Pensa la tua salute
è in questa circonflessa notte
umile di stallatico
e luce neon e più dirompenti enigmi
al mio sorriso insegna.
La stagione autunno imbarca foglie fa spallucce
trova senso un qualche dolore
non trovato tra questi limiti di respiro sognante
chiuso del cranio,
equilibri disastri eponimie del senso
nella curva che sensitiva accelera
e illogica in sé racchiude.
 
 
***
 
Mia la falce iridata, la vocale aperta
dai boschi del cielo serale
manti che a terra diventano vanti
arsure, piccole astenie dell’anima.
L’indagine allarga le linee del senso,
alla paura ne gode, più si allontana
in tralice conviene, bocca attenta
a possibili ragguagli.
I bambini giocano con le sirene,
la giornata si allunga palpita
la coda delle stelle, rapivano
nella materia delle stelle
altre occasioni di sommo bene.
 
 
***
 
Onde misteriche. Dolce terrore immettono
queste parole naufraghe, d’animo secco
a placare le isobare del mio tempo.
Ammassi di scorie come connessioni grigie
intemperie nella mia stanza
dai vuoti placidi,
ipso-facto sfocato, imbrunito da questo crepuscolo
che viene a farmi visita col suo dono di morte.
 
Passato il ponte mai la stessa acqua.
 
 
***
 
Enormi forze di spinta che tu
soltanto conosci come ramo ancorato della psiche
ombre di nuove ondate innominabili.
Tu sei restato dove la luce non è altro
che un dono avvelenato
e con quanta disponibilità all’arbitrio
quanta solenne determinazione
il tuo viso ha scavato un’orma nell’acqua la mattina.
Quell’emulsione e in così perfetto ozio
vive il tuo mondo,
la sua memoria sensitiva ha triturato
parole né in alto né in lungo
cercando un vuoto che le calmi.
Ma tu oh tu.
 
 
***
 
Nato per una vita breve di particolare splendore
la testa nel cielo i piedi nei pattini
il suo nome si è formato come appartenente a una stirpe eroica,
rapito dalla sua bellezza.
Chi procede a senso inverso non vede
non ha strumenti per pesare le anime
solo vuole andare e diversamente chiamata
la sua bellezza entra tra i mortali.
 
Sotto un margine
come visto e predetto figurava un epiteto,
per affinità chi sceglie e l’iniziato,
due fratelli nel vino.
L’adolescenza passa ogni frammento diventa storia
che s’illumina senza lasciare traccia.
 
 
***
 
E’ normale in città ancheggiare. Lo fanno i fanciulli.
Ogni ritmo è più fedele dell’anca. Lo sanno bene.
Il mattino è più tenue se un fanciullo vi ancheggia.
 
Vicino le borchie dei marciapiedi
gli spazzini asportano le croste degli alberi.
 
Ogni mattino ha più luce se è d’estate.
Si dorme meno. Ogni cattivo sogno si allevia.
L’ora lene è le undici. Tutto dorme e c’è quiete.
Il sole è più forte dietro le nuvole l’estate.
 
Ognuno si muove per il lavoro anche l’estate
ma tutto è più festaiolo. Anche il portiere sul portone
ha la camicia bianca.
 
Il tè è spostato alle sei.
In silenzio le tazze si offuscano.
Un vecchio cabaret ha il tovagliolo bianco.
Il pendolo è sul limitare dell’ora.

In copertina: Arnold Bocklin – La guerre (1896) 

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