MARK BEDIN – un estratto da “Il Fallout degli Dei” (inedito, 2020)

Mark Bedin è nato a Vicenza il 05/03/1997. Vive ad Altavilla Vicentina dove svolge l’attività di operaio in una acciaieria. Ha sempre contrapposto il suo percorso di studi tecnici al percorso letterario intrapreso in solitudine. Ha pubblicato in passato la silloge Variazioni in versi (Controluna, 2018), poi ripudiata, scartata e rivista e mai ripubblicata. Un testo unico è stato pubblicato nell’antologia L’ovulo cercato (Occhionudo, 2019). Per Disgrafie propongo un’anticipazione dal suo ultimo lavoro inedito, Il Fallout degli Dei.
 
Antonio Bux
 
 
 
I.
 
Corteggiar, così com’io ho profuso,
fu il principiare d’un sorgermi straniero.
-così cretina visione d’un scrittore in versi-;
poetastro preso nell’indagine di convulsi
             che ricordevole possano scolpirlo.
Furente scopiazzo di certi di Eliot, de la Rosselli,
Rimbaud o Campana per non dire gli altri;
                                        contorto dileguarsi
nel perpetuare uno sforzo nel sortilegio
di non essere miseria o penuria.
 
Seguono soporifere le incastonate
      di già concepite;
ebbene, ch’ora scrivo, sia questa la mia poesia,
s’è così che m’è in fato;
e fra i meno sfavillino di quelli
che m’hanno preceduto; postero,
non ne posseggo che il trascorso
e s’incrinano figurandoli propri
                         nella ristrettezza che mi s’impone;
schiamazzo dell’ottava elegia di Rilke, mi persuade.
E se questa è poesia
-mi domando se lo sia o meno-;
sia uno squillo che s’erga,
poiché dell’esclusiva celebrazione
che mi concedo, peregrino nell’udirla
     che va privandosi.
 
Congedare, dunque, la traccia che ebbi
d’essere pur io castigato di sottili rapine
                     col fluire delle primavere:
pigliando il posticino nelle congrega
di chi non si è mai sfogliati,
eppure li si delira; chi s’esercita e l’intende, forse,
che sian pure d’una cifra sulla soglia dell’amnesia,
li delira; compreso tra questi, pertanto,
in virtù del rifiuto -tra secoli, s’intende-,
dell’urgenza d’un risorgere per ronzarne di pochi, di versi.
Benché non sia che un seguire di cretine visioni.
 
E mi pare rinvigorisca in me l’essenza
                           dell’Odradek:
quest’essere ch’è un similare d’un rocchetto
di filo a stella -sfilacciato in un garbuglio
che dire caotico è un eufemismo-, peso soltanto,
un poco sbilenco, s’una bacchettina obliqua e l’altro
lato a trascinarsi della stella un raggio.
                                                Non suffraga,
l’indizio che abbia posseduto, in passato, qualche
                                            conformazione stramba;
quel ch’è certo è che non rimanda a fissa dimora;
o che sia di slava origine o germanica, o di queste
nemmeno; nulla si suppone alla realtà conforme,
né se sia, com’io di me non so, se possa, dunque,
continuar il suo proseguir eterno -di progenie in progenie-,
sulle scale o pianerottolo o chissà dove o se egli debba
effettivamente morire.
 
 
 
 
IV.
 
I.
 
Cercai vanamente in solitario
ciò che collimò nella più ardua ripa
-tra segale dal culmo saturo di pruina-,
                                   in passato,
facendomi pregno d’una casta eloquenza
con l’intento di ricamare un verso
infine, là, osservando, ove volle Icaro nell’etere sostare
-né le coturnici o le starne mai s’arrischiano
a simili alture-, sapendo l’avidità:
il capriccio che infranse del paterno ingegno
la creatura lo posero, in un epilogo di caduta,
esanime tra acque marine -l’ali screziarono al sole,
colò dalle giunture la cera-, orfano di qualsivoglia
sepolcro o tumulo.
 
E nel frivolo ristoro d’un lenzuolo
-un poco desto e d’altro canto più assopito
dall’alcool-, che mi venne incontro la stele di diorite
a Susa rinvenuta; ben in evidenza percepii
le infule incise d’una levità di piuma scendere
dalla tiara cerimoniale sul capo di Samas,
la quale, similmente alla medioevale corona dei papi,
sormontate da un globo crucigero,
portava sulla sommità
-classica rappresentanza di certi miti-,
                                         molteplici corna.
 
E con la cautela che s’accosta al codardo
che rinvenni al frangente
che mi diagnosticò il sapore -con la sentenza
del pignolo scrutinio-, d’usarmi in continuo
la legge del contrappasso, per analogia,
come un vizio, una gelatina interna al cranio,
dal soporifero anelito d’accidia.
 
 
 
II.
 
E colmi
d’un vergine panico, s’è presi
della frenesia lapidea che pone l’acqua
del fossato; a tratti enarra scialbate
stasi, poi altr’acqua quando cacciati,
struggenti, impauriva l’emigrare
pure dei muti uccelli, riflessi,
e dovunque spiumata appare pigra
-come lische di pesce spolpate-
l’ocra polvere lapidea che s’appressa
a cedere all’acquea sfinge -ruggito!-
poiché spira e aleggia e cupa tende, sovente,
la tregua del lepidottero ove là si incrina
il vetro, e basta che si posi perché scocchino,
                                       sopra l’argenteo fosso,
in un sorgivo largire, i richiami del corvo;
e così per questo, per dirne pochi, Caino e Salomè
                                     presero pure peccato:
il primo gravido d’invidia per mano di Dio,
la seconda, lussuriosa Salomè che nella gloria
dei sette veli mentre fulgida del percettore
la lingua, Erode, tetrarca, batté pronunciando:
“Danza, danza per me Salomè”,
                e un bacio solamente
fu il riscatto al capo tolto de il Battista,
che le profezie, egli mordace, sull’avvento
pronunciate giunsero, poi, in un bacile d’argento.
 
 
 
V.
 
D’un sparger di lacrime non m’è capace
-scontare l’altri che in me fan saturo; eguale
il volto, le reni o la schiena che si sfa
                                        non differenzia-,
s’è me concessa la moritura sorte;
meglio presto che tardi s’è m’è permesso
senza che voi diciate, miei cari lettori: “risulta
        ozioso il mal di vivere; così remoto
   già nel novecento”; sguscia, in rilievo,
ne possiedo coscienza, una spocchiosa indigesta,
in questi versi: un coevo comico e vanitoso,
in egual istante. Tutto è perduto; e non m’è capace
di lacrime codesta sciagura che manco d’un consono
-oh, un sorriso m’è sfiorato tra le labbra, io,
che so d’essere idoneo a fronteggiar il linguaggio
nemmen più in questo convinco-, vocabolo,
saprei limitarla.
 
Fosse in proscrizione stata affissa,
-già prima dell’effettuarsi della mia venuta-,
ne avrei rilevata in minor peso, l’osservanza,
d’essere in me stracolmo dai quali non posso
scontare un nonnulla se non di me, in loro,
una sparizione; un perdere la capocchia;
                                   chiedo umilmente perdono;
è inteso ciò che di me non sapete, e se m’è precaria,
benché in tripudio, la brama di rivelarne,
sarebbe un mendicare di contro la solitudine, e direste,
risulta ozioso e io no so!
 
Delle feroci persecuzioni
           son io in prima linea
compormi con ferocia -a questo punto, i critici,
                                             se mai si sprecheranno,
non più esitazione sarà per loro volontà cogliere:
qui è da l’Euganei colli, Jacopo Ortis, l’undici ottobre
del millesettecentonovantasette, a sostituirmi;
tempo perduto: v’ho rapinato l’offesa in virtù del privilegio
di cui non difetto in questi versacci: l’averli scritti-;
io, rifuggo, con le ginocchia colate a picco, e poi le spalle,
             fino ai capelli che più uno strepito non squagliano,
              nel bitume ch’è proprio d’una venerazione,
in gratifica, d’uno spasimo, da questa sciagura concesso.
 
                   M’accosto, se m’è permesso,
allo stilato di Lautréamont
-milleottocentosessantanove, in Belgio-,
sul pidocchio -bestiaccia capace
di fertile prole, posa i lendini, le uova,
alla radice del capello, e tra i servigi,
di cui fan man bassa, si nutre-, seguendo, poi,
    in gran ragione, il francese poeta,
col dire che non son provvisti, questi esseri,
di mascelle conformi alla loro smania:
             di succhiare fino all’osso e oltre;
così son io, che non m’è capace un spargere
                                       di lacrime, e vi cresco
il latte alle ginocchia d’una vecchiaia
                         già nel novecento.
 
Decretare ebbene ciò soprattutto
       che da noi non è concepibile mai nemmeno;
si contenti, tolleri al più, ciò che fa imperio.
 
[Non più la tanatosi della volpe
che tira a se il corvo per porlo a carcame
preconizza lo smembrarsi del becco
o persiste. Pare pure del cetaceo
                                           che s’arena
là ove non scabra prospera la secca,
irta dalla marea -forse, per il seguire
                   dell’organico o infezioni-].
 
Ah, Crono, giungo infine, per chiudere il cerchio,
        che Urano, tuo padre, evirasti
con l’harpe, e poi, in seguito, con l’amplesso
                 dal quale nacquero
le altre divinità, con Rea, ricevesti in spiffero
                 nell’uditivo organo,
che t’avrebbero spodestato. Ecco che alla venuta
di Zeus, fu l’inganno: egli, a Lycto
partorito clandestino poiché degl’altri facesti
banchetto, offerta, al suo posto, avvolta in fasce,
                     ricevesti una roccia; e in mia simile maniera,
non il profetato accogliesti, e finisti, comunque, per compierlo;
non v’è scampo: chiedo perdono.
 
 
 
I.
 
Discosta dal pane azzimo
consacrato: rifiutò l’ostia, il sacramento,
la latria nel momento della celebrazione
eucaristica: è quanto più osservo in Apollo,
poi che il canto -al pari d’una gracula religiosa
allo stato brado, imitava della selvaggia il suono-,
al seguito della contesa s’esaurì
e nell’istante che seguitò a stento, di Marsia, il satiro,
delle carni fece un scorticamento;
e vi è più appartenenza -non in maggiore in Apollo-,
bensì nelle carni martoriate
con l’istinto anatomico della cicatrizzazione
          -foggiando una monacale presenza-,
che nel tuo corpo, Cristo, in memoria di te.
 
E eccoli, poi, farsi padroni
sul filo teso della celebrale elettrica
in un ostracismo d’offuscata notturna coltre
i fiorentini prigioni de il Buonarotti:
ciò che nel magro inganno il non propenso
                                                   al compimento
erse ne l’opere statuarie d’ellenica ispirazione
il primordiale istinto di contro il caos;
e il riaffiorar, poi, de le foto sparse
                                      delle macerie
-in storici documentari per la televisione-,
dei piloni in calce che s’ergono compiuti,
del fosforo sull’asfalto e benzina
tra le folate di fuoco nelle crepe dei laterizi
nei vicoli di Dresda, o di Cernobyl,
ne l’Unione Sovietica, la centrale nucleare
posteriore al malfunzionamento;
in questo, Cristo,
la presenza che del seviziato satiro
persiste nell’uomo come nella crocifissione che ricevesti;
ma essa, fu postuma.
 
 
 
POEMA PER UN SENTORE CHE S’EBBE A PATMOS.
 
 
Fu celere razzia e carente incedere, poi,
come al seguire d’una abbuffata natalizia,
                per la grama palpebra
-ch’è la mia da poco più di vent’anni-,
quando -oh, Baudelaire, che codesto
avverbio di tempo lo usasti in maniera egregia
nella tua spleen; sempre tu sia lodato, maledetto poeta-,
scrutò, forse per sbaglio, ciò che a Giovanni,
cristiano apostolo, venne a Patmos
-isola dell’Egeo, tra Grecia e Turchia-,
lì, poiché da Domiziano esiliato, da Cristo, rivelato: l’Apocalisse.
 
Vidi, dunque, come già riportato,
con la grama palpebra del pensiero
e udii ciò che egli scrisse, in quanto,
scioccante sentore l’animo
  appicca, l’estatico scritto,
anche solamente, come nel mio caso,
se poggiato sul comodino in legno al fianco del letto.
 
Oh, Giovanni, tu che a Betsaida nascesti
-strozzata cittadina della Gaulanitide,
                                                 al confine
con la Galilea, a nord del Lago di Tiberiade-,
                                                      ove nacquero,
tra gli altri apostoli, Pietro, Andrea, Filippo,
e nelle vicinanze del miracolo del pane e dei pesci
si fece storia, perché mai, Giovanni, figlio
di Zebedeo e Salome, cogliesti senza rammarico,
               i suoni e le movenze, dei quattro cavalieri?
 
Che ora tornano in me; barattarli per l’incolpevole
esclusione, non se ne parla: sarebbe di poca creanza;
come farsi scollare un braccio o una gamba dal resto del corpo
con l’ausilio della scienza chirurgica; che andarsene
al mercato, in chiesa o in osteria in tale maniera, è per certo,
di poca creanza e di furente spauracchio già lo sono
nel paese mio natio -tra conoscenti e sconosciuti-;
                               che come s’è mormorato,
mi pare, gli scrittori -posso definirmi tale?-,
è meglio che non si incrocino mai se s’è fiduciosi:
che pure Montale, sempre sia lodato, a quanto bisbigliò Bene,
      fosse d’una noia mortuaria, fine e borghesuccia.
 
E ora tornano in me; in bella vista; poggiato sul comodino,
come si poggiano gli uccelli, sui rami in primavera
              per essere romantici. Uccellacci neri; consento:
questo l’ho ripreso da un poema per un verso di Shakespeare
di Pier Paolo, ma ne presi memoria il giorno a seguire,
cioè l’odierno:
                                son passate delle ore
                         -dodici per la precisione-,
               da quando misi il punto a seguito di borghesuccia-,
ma lo ricalco:
uccellacci neri, come il carbone, che oltre a parere romantici,
                                                per essere infantili.
 
E torna in me, traverso la palpebra
                                         del pensiero, Giovanni,
l’Apocalisse, su questo terreno nel quale
ci costringiamo un proseguire che non ha motivo,
per quanto mi riguarda,
che s’è vero, cioè non scorta menzogna,
che oscena l’iridi il mostrasi menomato,
                                     non per forza lo è il suicidio.
E qui lo scrivo, tra questi versi che si pongono a conclusione
                          di poco più d’una decina di testi; poiché piove,
d’una pioggia insulsa, cretina, su ciò che non funziona,
        al pari d’un macchinario,
           o un capotto fin troppo
scucito per provare ad assisterlo
con ago e filo da pratiche mani;
su questa società civile, Giovanni, scorre la rivelazione
            che riportasti a Patmos; e io mi dolgo e mi pento.
 
Chiedo perdono,
come De Quincey,
nelle prime pagine
delle confessioni,
per l’essere venuto meno
         a quel tenue riserbo
d’esporre in pubblico le proprie
gracilità o sbagli. Rifugge
in uno spudorato ripudio
un sorriso come chi comprendere
non vuole nemmeno più;
s’inasprì il letargico sfiato
dell’io che fui nascituro,
nel millenovecentonovantasette, poiché,
quando d’un lembo il grembo spaccato giunse,
il vergine corpo nacque e dall’inclito pianto venne
scortato, scordando, che informe nell’amniotico fluido
            giacqui inquieto, in quanto, già avea dimorato
                          l’ossa la noia ma infima tacque.
Che solo quando il ventre di cuoio
verrà scuoiato e lo scuoiato cuoio scagliato, il greto erboso,
gremito e saturo di latebre angosce andrà a svanire.
 
E tornano in me i cavalieri;
che sia per questo, volgendomi indietro,
che mi portò a osservare ciò che riportasti a Patmos
-morte peste stragi e carestia-; eccetera eccetera.
 
Farò dunque ciò che non potrò fare
a meno di fare, s’è vero che chi s’umilia
sarà esaltato; che sciocchezza; e rinvenni
                        nel vescovo
di Margus, nei pressi dell’odierna Belgrado,
percorso il Danubio, per violare degli Unni
i tumoli dei re. Fu poi poiché timorato, che agli stessi Unni,
l’intera cittadina cedette in baratto per la salvaguardia
                     della propria vita; ah, che smisurata risata;
mi toccherà di vivere, praticandola, come chi la odia in tragica
                        statura; una visione di me tremenda, in un trionfo
di prematura funerea, in una pattuglia, nel frattempo,
lirica sia pure, del repertorio in melma, di chi si sofferma
sul punitivo sapore; il costringersi in un proseguire che non ha motivo
in celere razzie e carente incedere.

in copertina: Alfonso Benadduce, “La strage della mia innocenza” (2010) 

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