LUCAS MARGARIT – “Bernat Metge” (cura e traduzione di Antonio Bux, Edizioni Joker, 2020)

DA UNA BIOGRAFIA MENTALE, L’OLTRE DI UNA POESIA BIOGRAFICA 
di Antonio Bux
 
Le biografie, si sa, di solito sono invenzioni più o meno letterarie; cosa succede, dunque, se un poeta decide di scrivere la biografia di un altro poeta in chiave narrativa-poetica? Forse l’occasione dell’incontro tra inconscio e anima del mondo avviene. E la fusione tra due mondi apparentemente distanti diviene possibile. È quello che ha provato a fare Lucas Margarit (Buenos Aires, 1966), una tra le voci argentine più originali e salde della sua generazione (studioso, tra le altre cose, dell’opera di Beckett), dedicando questa sua opera alla figura di un poeta catalano, Bernat Metge (Margarit stesso ha discendenze di quella terra), nato a Barcellona nel 1340 circa e che, oltre ad essere stato segretario alla corte di Juan I d’Aragona e uno dei primi umanisti del quattordicesimo secolo della letteratura catalana, fu autore dell’opera Il sogno, scritta in prigione e attraversata da figure mitologiche come Orfeo e Tiresia. Si tratta dunque di un omaggio, ma soprattutto di uno specchio dove la riscrittura dell’oscura poesia oratoria di Metge rivive e si fonde con la scrittura moderna di Margarit, in un connubio distante spazi e secoli che si rinnova e apre scenari pseudo alchemici in questo poemetto. Perché il confronto (inconscio, certo) è serrato, e non solo tra le due voci/anime dei poeti, ma anche tra i corpi, in una sorta di esercizio liturgico-mesmerico che il poeta argentino attua incessantemente sulla carcassa fantasma di quello che fu il poeta Metge. Non è solo, dunque, un lavoro di ricerca e di testimonianza, ma anche evocazione spirituale, invocazione del discernimento del corpo con l’anima. Così come le figure mitologiche e di morti, qui evocate, assumono il contorno di una mediazione, in chiave quasi negromantica, o meglio ancora esoterica. E allora la lettura di quest’opera risulta straniante ma famigliare al tempo stesso, così come la continua litania assurge a canto, a intonazione sommessa di oscure forze che da sole tengono in piedi il mondo degli uomini. E che il richiamo di queste forze avvenga tramite la letteratura, e in questo caso tramite l’incontro di due voci poetiche, è sicuramente un atto di fede e di devozione che la poesia stessa celebra attraverso gli esseri umani. Grazie, dunque, a Lucas Margarit per aver dato nuova voce a Metge, e grazie a Metge per aver inviato, da chissà quale altra dimensione, la forza necessaria a Margarit per far rivivere la propria storia attraverso l’espressione poetica contemporanea, creando così questo paradosso: da una biografia mentale, l’oltre di una poesia biografica.
 
 
 
Bernat Metge
 
l’angelo è il peggiore dei dragoni
J.E. Cirlot
 
Ho passato tutta la vecchiaia mettendo assieme
forme acide e piante acquatiche
osservando in ciascun tramonto
la forma chiusa del mare
 
la vecchiaia tutta di uomini stupendi come il cactus
ogni volta che i colpi accarezzavano i frantumi della riva
 
ho passato tutta la mia vita cercando tra bibbie oscure
la vita occulta di Bernat
 
all’ombra della candela di resina nera ho visto la prima scienza
modellata con indifferenza da una mano che non tremava
ho letto le primissime pagine del mito e degli oggetti
ho visto i primi disegni che tracciavano il limite tra questo e quello
il limite che segnavano le fibre della pergamena sfatta
 
 
V
 
‒ Cosa vedi, Bernat, dentro le foglie frantumate
dai tuoi passi?
 
‒ vedo il mio corpo rivolto verso il mare
e le foglie in frantumi.
vedo le tracce della pecora che fugge
e la pernice che dal falco si nasconde
vedo le foglie in frantumi
 
‒ e il nido devastato di un uccello vuoto
e Orfeo che schiaccia le foglie seccate
dal vento
 
‒ Cosa vedi, Bernat, dentro le foglie frantumate
dai tuoi passi?
 
‒ vedo il mio corpo cadere dentro il mare
e le foglie in frantumi
o le tracce del cervo che fugge
un fiammingo che dal leone si nasconde
vedo le foglie in frantumi
 
‒ e un nido di topi devastato e
un dio nudo che passa
tra le foglie seccate
dal vento
 
‒ e un’anziana signora che fa a pezzi
dei ragni con la sua oscura pelle,
e un uomo con la testa di maiale
come maschera luminosa di una statua,
un uomo con la testa reclina
che beve sangue e canta
prima di risvegliarsi al cospetto
di tutti gli orizzonti di pietra
 
‒ e vedo le foglie in frantumi
che, come squame, riportano
il mio corpo bambino a una terra vuota
 
 
III
 
nessun libro è stato terminato
nessuna casa è stata costruita
tutto
si accumula sopra macerie che fanno parte
già di nuove rovine
 
Bernat si inginocchia e stende la pelle di un uccello
sopra la sabbia
poi allunga le sue braccia come a disegnare una lettera muta.

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