ANTONIO BUX – 6 testi tratti da “Monolite” (Edizioni Gattomerlino Superstripes, Roma)

***
 
Da un amore antico tu sei tornato. Ora spendi in me
il tuo tempo. Macchinari lasciati a fabbricar da soli
nuvole pensanti, giacche di oltre cent’anni indietro,
e le ombre degli orologi, ferme al battito indifferente.
Tu hai spedito lettere, senza nessun messaggio, senza
destinatario alcuno, ma per amore disperato e solo,
e per questa indifferenza, che l’uomo si trascina in sé
e per se stesso se in sé medita figure amiche. Ma non
ci sono, anzi: nascoste viaggiano per millenni, e forse
quando arrivano, sono stanche, si lasciano pascolare.
Si sfasciano per altri millenni, così corrose e mute
da sembrare fantasmi in chi le avverte. Così tu hai
detto: serviranno poche coscienze, e a piccole dosi,
per far sì che il mio Dio mi presenti a me stesso,
e buio in me trovi speranza, che un suo messaggio
sia stato rinvenuto. Così è questa corrispondenza,
un continuo vagabondare tra fiato e pietra grezza,
tra uno stare sordo e un rumore accanito, proprio
dietro queste tempie. E allora la tua grotta di sole onde
sonore, questo tuo mare invisibile attraversa le cieche
sponde di un bambino, che ha delle forbici in mano.
Tu hai fatto il gioco di svanire, chiaro quanto in sogno
è sembrare di esser stati vivi, come anche futuri,
ma in sogno ciò che appare è per sempre, così come
per un rantolo di nero, e queste nuvole pesanti
che son vecchie, ora sono tue soltanto, mio invece
è il male di guardarle cieco, e non poterti dire niente
altro. Ti scriverò una lettera di vento, qualche anno
addietro già l’ho scritta. Te l’ho inviata? So che leggerai.
 
 
***
 
Arriva da un sogno il topo che oggi squittisce attorno
il mantra delle cicale, l’ombra lunga che è la foresta
o quasi mente che si vorrebbe verde. Il topo è brutto
ma non è menzogna. Anche la bruttezza ha da vivere
e nel sogno è necessaria, come le bende chiuse a respiro
non sono bende ma begonie morte. Attualmente
il sogno è un corallo di schiuma, fa la sabbia più buia
e l’anima nel mare che s’affoga. Un airone non sa
volare in questo sogno, ma picchia comunque il cielo
e lo fa vuoto di rosa. Un bambino inizia a vomitare
la sua infanzia su una spiaggia secca, vorrebbe aurore
trapiantate in gola, invece di ragni parlanti, di spade
che nella realtà lo faranno sottile. Questo specchio
non è reale, ma con curiosità si guarda, ognuno vuole
vedere sul fondo il vomito del bambino. Chissà
che non sia il mio! Sarò forse io quell’omino senza
finestra da fare? Ma un topo nuovo esce dal cranio
in cerca di blatte che sul mare a vegliare stanno.
Un lenzuolo spaziando sull’acqua notturna, la notte
ha sonno ma non riesce a dormire, perché pensa
l’uomo il suo letto, dentro quel corpo la vera stanchezza
che somiglia alla brezza del vento. Sono secoli
dietro questo sogno, non si muovono come focolai
ma bruciano il sognante, anche nel fuoco morto
del mare. Da questo sogno nessuna nave viene.
 
 
***
 
Scrivere come noi no, o scrivere noi sui muri,
come non andati, come stati via, via da qui,
e da ogni promessa nata aperta. Ma le colonne
che crescevano, di lì alla testa, e il pensiero troppo
corto, il pensiero di dire che potevamo vita,
che non è potere vivere ma cercare. E ora siamo
grandi, ora possiamo solo dire questo è stare al mondo:
imparare e costruire, o per poco imparare, da una
palizzata all’altra, e non vedere niente. Era per ciò che
scrivevo alle medie, per ciò era che amavo, e amavo
tutti i volti, e le mani che mi portavano avanti o
indietro, specie la sera, sotto coperte di nuvole.
Ero piccolo, e concentravo le mie idee, le tenevo strette
dentro a un fazzoletto. E ora quel fazzoletto si apre,
come se non fosse più qui, e non fosse invisibile.
Ma ora scrivere sui muri non è piccolo. Come se
ad andare via in ogni istante non fossi io, ma la mia
ombra, e il sogno del bambino, l’aria il suo colore.
Ma il lavoro che si faceva Agosto, le mandrie
di lucertole storte alle pareti. Bianco che sembrava
di non esistere. Coloravamo il tempo affinché
splendesse. Sospesi da un’entrata, dentro il salice
aperto al sole, tu te ne stavi sulla barricata. Un sole
ancora vero. Le mani disegnavano filari, cespi grezzi,
bitume. Vieste era pece, era notte, un muro blu
di sentenze. Dentro la casa il contadino era un’altra
casa, erano vimini e cesoie, i suoi occhi scavati,
erano arnesi. Erano i cani, i gattini, il loro pasto
immobile. Perché di lì la borragine, la salvia,
il rosmarino erano canto di cieli, e i nostri visi
sapevano tacere. E la luna non sembrava, se non
di vivere, come se a colorare non fossimo noi
ma il disegno di un’estate.
 
 
***
 
Un passato che già è oggi, e fa capire molto.
Quanto le strade che si aprono, confuse,
e portano tutte dove nessuno passa. Chi entra
sa che non dovrebbe entrare, sa che la porta
socchiusa è la migliore. Sa che dovrebbe tornare
a guarire la strada. A insegnare alle piante
il nome che non si ha, che si ha da sempre
solo una sillaba in comune. Ed è sì. Quel sì
che secoli hanno confuso, reso solo un piacere
della mente distratta, concentrata su di un tempo
soltanto. Solitario ma non solitudine. In solitudine
si può rivedere Pangea, la neve sottile sulla pelle
di un lupo. La speranza negli occhi del giaguaro
scampato al freddo della taiga, ora in Kosovo
la stessa speranza ha gli occhi di un bambino.
In solitudine si vede trascorrere il tempo
che non esiste. Sono solo tombe a sedimentare
ciò che un solo essere ha potuto svelare,
ma quell’essere giace sottratto, così come
la terra è in cielo per l’aria, e solo il vento può
comprendere, quanto il solitario destino dell’uomo
non può ritornare. Non si ritorna perché si è già qui.
In ogni momento si potrebbe svegliare, l’assoluto
che non dimostra niente. Ma è un niente che fa male,
è la spada lucente che divide giorno e notte. È un sì.
È un sì diverso. È il sì che piega il sogno degli uomini.
 
 
***
 
Da che forma dà colore il mondo è vero
non mostra il rosso sangue la sua vertigine.
Più di una clavicola sospesa in cielo vedrà
fulminarsi negli occhi di un giovane ragazzo
al ventre come fosse scimitarra sonante
questo stare nervoso, tra cielo e fiato.
Ottenuto un colore diverso, non è mai reale
la realtà di servire a mo’ di pianto il nero
normale che di una vita intera si fa burle
o solamente finge una sovrumana idiozia
di fondo. Da che firma il suo sapere aperto
il mondo è vero poco se non scolora bene!
Ma a chi riesce di stare tra le foto, intatti,
e con la scintilla accesa sotto le vesti, chi
vede sparire in quella la propria nuda pietra
incolore, la muta acqua che non scorre
senza presente, senza staccarsi da terra,
se poi spinge mani, braccia se sposta poco?
Errore di calcolo, infinito a gettoni spesi
male, il labirinto deserto appare buono
solo per innamorarsi. Doppiato il tempo
nel colore dell’ultimo cunicolo si vedrà
cambiare poco a poco anche l’azzurra
verità del fato. Sarà bello cancellarsi vivi.
 
 
***
 
A parte un velo che divide cielo e mare
la terra sopra la terra è solo una speranza
di non voler unire le tre cose, di non vederle
vive fino a che gli occhi risorgono e il sole
è la quarta parte, una sinfonia eterna
dentro il coro degli occhi, ferma, e la parola
dolcemente abbandonata tra le tempie
e l’essere col suo velo, senza coprire nulla.
Un uccello segretamente liberato, sopra le teste
di chi sa di volare con un velo sulle labbra
ha le ali di nuovo umane, ha in petto le vertebre
del silenzio, a sapere che il silenzio è la quinta cosa
che sa l’essenza delle ombre, così il velo della mente
come il vuoto è sapersi respirare. In parte cielo e mare
solo guardando sparire un’ombra che si muore,
in parte l’alba di un nuovo giorno, e l’uccello aperto;
cadere giù col velo sulla faccia, tornando al vento
solo per sapere che il vento sa del silenzio, sa di dio
e l’uccello abbandonato il suo volo solitario,
non libereranno mai le parole dal loro immaginario
velo, in parte; e la sesta forza è poterlo scrivere di nuovo.

3 thoughts on “ANTONIO BUX – 6 testi tratti da “Monolite” (Edizioni Gattomerlino Superstripes, Roma)

  1. 🙂 …facevo un discorso soggettivo, il sesto mi arriva come la tua giusta intensità, lo leggevo e ti vedevo 🙂

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