ANTONIO BUX – 5 poesie da “Terza persona interiore” (Edizioni Transeuropa, 2019)

***
 
 
I giorni chiari, quelli tinti di nuvole,
quando è piana la tristezza e vola
tra le gambe mentre stanno ferme
 
in attesa del sentiero. Sentirsi liberi
tra le fiamme della vita, e prigionieri
in quella luce che determina parole,
 
parole che vogliono dire più niente,
se non questo sciame di giorni sereni,
e tutto che si agita intorno, senza dire
perché finirà, perché siamo già finiti,
 
e la vera libertà è morire, forti di buio,
dove anche il giorno della fine impara
il suo inizio, la sua strada senza uscite;
 
calpesteremo dunque la paglia, il diavolo
non veglierà su di noi, ma le montagne
che dentro di noi si formano, e così i fiumi
 
amati una volta, ritorneranno nei baci,
nei volti deformi degli angeli. Morte
come non sentirsi soli, come vivere
per sempre dove la libertà vorrebbe,
 
il giorno più chiaro questo attende:
venire di sera, quando l’anima rompe
il destino e torna a ridere, così eccitata
 
e calma, vuota come non mai dell’uomo
che dice di abitarla; e poi un tuffo sull’erba
che non vuole vento, ma riposare nella mano,
 
e nella mano ritrovare un filo d’aria,
l’ecosistema dell’amore ancora intatto,
l’amore della pietra che nella pietra canta.
 
 
 
***
 
 
Vedi, la vita, che finale ha
in scopo: così fittizio, così
di splendore pieno e mancante;
che anche le chiome degli alberi
hanno teste tonde, e come il grido
notturno dei gufi giganteggiano;
anche per questo stanno a guardare.
A volte sembra stiano a spuntare piume
da una fronda all’altra che si vive,
un dormire instupiditi al giorno,
e quel giorno si diventa intelligenti.
E infatti, si pensa: io sono vivo perché
ho da rifare! Ma non l’anima, non il cuore;
solo una mano lasciata sospesa.
Eppure, una mattina la fronte si apre,
cade una luce laggiù, come fosse dentro
un’anima sola che spinge; così vedi, la vita,
non ha che un indizio: la cenere vuota
bruciata sugli alberi in cielo.
 
 
 
***
 
 
Quando dormi, altre voci ti chiamano.
Vorrebbero essere te, la tua mano.
Vorrebbero vivere invano, sperando
nella chiamata, eterna, di occhi dormienti.
Ma tutte queste menti, se resti sospeso,
nel barlume di un sogno ancora vuoto,
non vogliono per davvero vivere,
crescono nel sonno solo per svegliarti.
E sono con te anche da sveglio,
chiamano il nome che tu hai scordato.
Dormire con loro, nel non conosciuto,
ti dà la stanchezza, e la gioia notturna,
che tu non lavori soltanto, quando torni
nel buio della stanza, e la paura
come l’amore ti sembra spaziale.
Per avere ricordo di una voce
eterna devi per forza svanire,
come queste che chiami poesie,
devi poterne ricordare l’odore,
così come la morte sa della vita
il nome segreto che sogni dormendo.
Queste voci, che non sono tue,
ma come tue le rendi mortali,
uscendo dal sonno, amando la terra,
e questa notte piena di quarzi,
chiamale col nome più tuo,
falle dormire, sveglia il tuo corpo.
 
 
 
***
 
 
A volte gli immaginari si somigliano.
Una pozza d’acqua a San Paolo
rispecchia nella sua acqua ciò che
il Mar Caspio rigurgita.
 
Vi è una falena in entrambi i flussi.
Scioglie coi suoi voli i mille volti
delle tombe di tutti i morti, sottoterra;
e in un bicchiere di bolle che bevo.
 
Sarà che tra cento anni ad Al Cairo
scenderò come sudore di una donna
mentre lei leviga la pietra del marito,
o come un po’ di pioggia sulla sua tomba.
 
Ma a volte gli immaginari sono oceani,
e i grandi ghiacciai del Nord conservano
solo ciò che pensammo, quel che resiste.
Su quelle punte, le falene sono libere.
 
 
 
***
 
 
Potrei dirti le cose che amo,
fare di ciò che tu vedi
il mio amore; il bersaglio
che l’aurora mi centra,
o l’ombra avvolta una sera
dove per ombra io c’ero e non c’ero;
e non quella sera, il futuro,
ma la tua bocca, di fianco,
e poi, più dentro, la vita.
 
(Ma che bello poterti inventare,
e portare nel tuo corpo l’altrove,
dove il mare si chiude col cielo…
Senza questa miseria
di dirti che ti amo, o come
sei bella, se la forza del sole
la tua pelle curva, già non sei mia…
E se una parola tra me e te canta,
apre parole che noi mai sapremo).
 
A dire il vero, potrei dirti di meno,
e chiudere il tuo bacio
nell’anima che porto bambino,
o scavarti una fossa qui al centro
sopra la mia mano lasciata svanire
nel vento che non morirà…
 
Sarà che potrei dirti nient’altro,
un petalo che da sempre
mi fugge lo sguardo,
ma quel tulipano che ho dietro
da allora, odora parole
che oggi ti dico; il più amico
che ho forte e diritto, è il tuo amore:
mi dice che io non ti amo
a parole, ma per la parola
più grande; e se io davvero ti amo,
di lei mi vuole più forte.

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