CRISTINA ANNINO – Le perle di Loch Ness (Edizioni Arcipelago Itaca, 2019)

Nella sua lunga e originale traiettoria poetica, Cristina Annino è rimasta sempre fedele al suo fare poesia, in senso per davvero materico. Perché la poesia della Annino nasce da una commistione di interessi (figurativi/pittorici, lirico/musicali, esperienziali/mistici e dunque dialogici/sperimentali/vocativi) e di risorse, che fanno da spartiacque ad una poesia sì logico-esistenziale, ma dai toni spesso e volentieri sarcastici, invettivi, impersonali. La Annino riesce a trasformare il fantomatico “ermetismo” in filosofia di linguaggio poetico. Un divertissement, parrebbe in superficie, ma, al contrario, si potrebbe parlare di puro dadaismo, per certi versi. Come, di contro, finanche di poesia civile, ma di un civile votato alla metrica, e perció non meramente rivolto all’uomo, bensí al suo lato onniscente, di strumento sonoro. Dunque anche Espressionismo. La Annino, difatti, fonda e rinnova un linguaggio a partire dal suo dire popolato di voci multiple e di personalità ondivaghe, generando una poesia di istanti lucidi e mai banali, oggettivando con fantasticherie, o se vogliamo, fantasticando nell’oggettività. Anche in questo suo recente lavoro, “Le perle di Loch Ness” (Arcipelago Itaca, 2019), se ne ha conferma. Il tono affabulatorio e fabuloso, la “messa in scena” di un teatrino linguistico/ritmico irriverente, danno vita a questa poesia di sensi e di immagini che giocano perennemente al tavolo dell’esistenza. Un’esperienza sempre sorprendente, dunque, affrontare la poesia della Annino che, pur rimanendo fedele a se stessa, rinnova il suo dire ad ogni prova, come in questo caso, risultando ancora oggi una delle voci più originali della poesia del secondo novecento.
 
Antonio Bux
 
 
Resurrezione nella musica
 
Mi scollai per estasi, entrai
in teatro con gli altarini. Erano così
gli ottoni che fanno
piangere? cannoni d’estremo
fiato. Saltai sulla testa di loro
con la bacchetta in mano. Oh, stato
divino, ho in mente di nuovo
un’orchestra! Chiesi
perdono ai pianisti in piedi,
alle code lisce, al muto pesce
del suono. Facevano acqua senza
me, le candele spente? davo
la mano persino
ai clarini. L’orchestra che poco
mancava andasse a fondo, oddio!
ritto la dirigo ora sull’orlo d’un
cratere spento, mentre il mondo,
prego, diffonda pure la nostra cenere.
 
 
Mosche
 
Chi può capire che girarsi così, sullo
zucchero! passare i muri con
le palme… Si gonfia
un personale sigillo di mestizia.
Neppure
l’esercito della Salvezza ci usò
per la banda, avanti tutte con
i corni, volando
da guardiani notturni. Noi,
l’olfatto si trasforma in lavoro.
Che fiato non abbiamo per dire
l’ingiustizia! L’anima dell’uomo
ricopia tutto, ma scorda
spesso lo spirito che esiste
ovunque vaga. Si incarna
nel luogo di se stesso. La prego
mi risponda…
 
 
Sogno alfa
 
Per continuità polmonare con
l’acqua (le branchie salite a
strazio per mettere all’aria
le larve), vede sua madre e l’amato
uomo abbracciarsi in mare sul
fondo; e un grande salmone
tra loro. Poi nel
sogno nuota, si disfa, ma
ovunque vada ritrova quel
pesce come il ragno una mosca.
Dicono
cattivo segno o dio buono oppure
anello di congiunzione tra regno e
regno. Perché sempre si
sveglia sulla sponda del giorno
dopo, come fosse rinata.
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