SERGIO BERTOLINO – “Chiave di volta” (Edizioni Nulla Die, 2018)

LA CHIUSURA DI UN CERCHIO
sulla silloge “Chiave di volta” di Sergio Bertolino (Prefazione di Leonardo Guzzo, Edizioni Nulla Die, 2018) 
Una silloge densa e dai molteplici rimandi, quella di Sergio Bertolino, dal titolo “Chiave di volta” (Edizioni Nulla Die, 2018), lirica ma non rigorosamente metrica, dunque svolta in un verso sciolto che non rinuncia però a rime interne, suoni prosodici ben marcati, ma anche brevi componimenti, più scarni, rispetto ad altri testi più densi e decisamente dialogici. Una poetica del basso continuo, che non disdegna però anche momenti più giocosi, anche se i componimenti migliori restano quelli più fedeli a certi solchi del miglior Novecento, dove la contraddizione tiene banco anche nel ritmo (“Tutto cambia. Nulla è cambiato”). E tra un virgolettato e vari momenti tra parentesi, il poeta fa notare la sua formazione culturale e letteraria, come anche musicale, ma senza peso, piuttosto elevandola, facendola canto, motivo di intonazione lieve, come delle volte grave. Perciò si può parlare di musicalità e di lettere, di momenti aforistici come di ritmi serrati e intonazione, pur nei passaggi più marcati da un dettato di significati. Si può parlare di mistica e di amore, come anche di filosofia inneggiante la ragione perduta. E anche se a volte i toni e gli stilemi potrebbero leggermente rimodernarsi, visto che il talento c’è, e dunque diventare meno ampollosi, sesquipedali e “lirici” (ma di quel lirico che si è ostentato troppo in passato) si può parlare di poesia, oscillante tra la tradizione e un certo tipo di scrittura contemporanea, che sia cantautorale o poetica poco importa, o figlia di un tempo piuttosto che un altro, ciò che importa è  che sia vera, e che nutra un talento che potrà ancora sorprendere, e forse anche di più di ora, una volta asciugato il sottile nodo gordiano che lega l’esperienza personale alla dispersione sensoriale di sé (e per questo ci vuole soltanto mancanza, allontanamento, sia da questo che da quel tempo che fu). In effetti, già dal titolo si avverte, che con questo libro l’autore chiude un cerchio, un periodo di scritture, in attesa che altro di nuovo avvenga. Sicuramente un bel cerchio, insomma, fatto di tanti e bei felici momenti; una buona e convincente prova d’esordio, originale e fresca, come anche immaginifica, che fa ben sperare per il futuro del giovane e promettente autore calabrese.
 
Antonio Bux
 
***
 
«Tutto cambia. Nulla è cambiato
— sii sempre insoddisfatto.
Qui-condannato ad erigere il nuovo
sulle macerie di ciò che lo è stato —
in apparenza — intuisci
l’alchimia che fa denso il vuoto?
E la complicità dei poli, il patto
tra le voci che muoiono distanti?»
Tutto cambia. Nulla è cambiato
— solo il tuo vago aspetto.
Vorrei spendermi
in qualche assurda guerra dello spirito,
crogiolarmi al pensiero idiota di un porto
verso cui dirigere — ansante — il mio vascello
in rotta con le ragioni del mondo.
Che non ci sia altro da esplorare
è l’idea che muove al metafisico.
O meglio, è la paura.
 
***
 
(«ὁ θεὸς βουλόμενος αὐτὰ διαλλάξαι
[πολεμοῦντα»).
 
L’Essenziale
Cosa. Apprezza il vuoto. L’automonitoraggio
muove, s’assesta… E ne avverto vertigo,
e l’anima immortale
immortale quanto me — l’occhio pineale
— si fa strada non so dove
s’arresta… Non so
se dentro fuori
o in nessun posto.
 
 
***
 
Non c’è tempo —
solo lunghe passeggiate
nell’eternità del giorno,
ignorando l’intimo drenaggio,
l’evidente fragilità del nodo
organico.
 
 
***
 
Se
a volte ho
sprezzato la vita,
adesso che in lacrime e
sospetto la vista mi s’infrange,
— e porto al pascolo la mia morte,
per passi d’ossa algebriche —
io l’amo follemente,
come si ama
negli addii.
 
 
***
 
Amo l’oscurità poiché lì sta il perfetto.
(Non un’anomalia — nel suo cerchio di luna.
No, tamburo argentino… la parola, la parola è morta!)
Andando a piedi nudi, — giù, per la china del Tempo
— ascolto i violini sotterra… Ho sciupato anni
in elucubrazioni e strambi apprendistati.
Rimpinzavo l’ombra di un’infanzia involuta.
(Concedermi, dunque, a un amante senza volto?
Indicargli — sul torso — la ferita pulsante?)
E oggi non conosco selve, né città dove trami
l’inverno aspro, prematuro, che nel lastrico
avviluppa radici… e digerisce fiordalisi.
Conosco invece una solitudine gremita di specchi
— in cui vorrei che anche tu ti riflettessi, alter-ego…
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