CLAUDIO DAMIANI – 5 poesie da “Attorno al fuoco” (Avagliano Editore)

***
Se il tempo scivolasse senza ferire,
se non ferisse, ma solo scivolasse,
se potessi stare sempre così, come adesso, in giardino
a scrivere, con gli alberi che mi crescono accanto
– anche l’erba è cresciuta, e dovrò tagliarla -,
se non fossimo posti davanti a delle scelte,
o delle preoccupazioni, per noi o per i nostri cari…
ma non è così… il tempo scorre e taglia come un’accetta
e dopo ritorna uguale, si asciuga il sangue veloce
e ti ritrovi nello stesso giardino, con le stesse piante,
in un tempo tardo, dopo che è successo tutto
eppure è tutto così fresco, e non vorresti pensare a niente,
vorresti abbandonarti al cinguettio degli uccelli,
vorresti addormentarti nell’ombra.
 
 
***
 
E’ una guerra dove non c’è da combattere,
cadono bombe, e basta,
ti colpiscono per strada, dal fruttivendolo,
nei cinema, nei supermercati, nei luoghi di lavoro,
anche a casa: entrano dalla finestra
e ti esplodono in faccia.
Anche se ti costruisci un bunker
cento metri sotto la terra,
con le pareti d’acciaio, con le porte di diamante,
anche lì le bombe ti colpiscono.
La gente infatti non va nei rifugi,
né sta in casa, né cerca di nascondersi
ma fa tutte le cose, come se fosse tutto normale,
esce lavora va al bar va a divertirsi
come se fosse tutto normale,
come se fosse tutto come prima.
 
***
 
Noi della resistenza non è che andiamo in strada a sparare,
né ci nascondiamo in montagna,
né scriviamo sui giornali,
noi della resistenza non facciamo niente
ma quando moriremo avremo nella nostra mente
un ordine beato che ci ha consolato,
ci ha accompagnato nella vita, ci ha dato gioia
e felicità, ha fatto sì che la vita valesse veramente viverla,
morderla con tutti i denti come un pomo,
e quando moriremo questo paradiso
che noi abbiamo trovato, che era per strada
sotto gli occhi di tutti,
lo porteremo con noi sotto terra
e anche sotto terra continuerà a brillare
 
CESARE
 
Cesare viene la sera, e si siede sulla strada.
Cammina male, perché è zoppo,
ha una zampa rattrappita
perché è stato bastonato dal padrone.
Adesso non ha padrone,
vaga qua e là per il paese,
penso che gli diano da mangiare
perché non chiede niente, si mette lì seduto
e sta buono.
Ha degli occhi così tristi
che, se lo guardi, ti viene da piangere.
Forse ha delle zecche, e così non lo tocchiamo
ma lo vorremmo accarezzare
e lo vorremmo stringere a noi
da quanto è bello, e buono,
e vorremmo dirgli: Cesare,
non sei solo a essere abbandonato,
anche noi, anche se non sembra,
tutti noi, lo siamo,
e vaghiamo qua e là per il paese,
ci sediamo in mezzo alla strada
e quando passa una macchina
ci alziamo lentamente e ci scansiamo,
trascinando la zampa rattrappita,
senza protestare, senza dire niente.
 
 
***
 
Siamo come chi gioca
alla lotteria,
abbiamo pochissime probabilità di vincere
ma siamo pieni di speranza,
siamo come il pescatore
che spera di prendere un grosso pesce
poi ne prende qualcuno piccolo
e si accontenta.

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