GIOVANNA ROSADINI – “Fioriture capovolte” (Einaudi, 2018)

Giovanna Rosadini fa poesia come si ara un campo. Con la consapevolezza del duro lavoro ma anche con la leggiadria di chi vuole vivere. E così la poesia rizolla il pensiero, gli dà nuova luce. Ma con un’alba e con un tramonto dietro, come a far da veglia alle cose e ai giorni. Ed ecco, l’infanzia diventa cimelio, e così la distanza tra ciò che si nomina e ciò che è senza nome. E il futuro sembra un nodo gordiano, un cappio al collo che sperando si rompe. E allora la vita continua a seminarsi. Così come in questo suo nuovo lavoro, “Fioriture capovolte” (Einaudi, 2018), un vasto poemetto terreno ci indica il substrato incolto, della mente che si vuole fare corpo, e si vuole dare, perenne, all’ascolto di un eterno vaticinio, che è cantare le cose e poi toccarle, farle apparire sembianti alla terra. E così l’infanzia, e così il ritorno alle origini, come anche il rovescio del sapere, ed ecco il lemma del mare, del fiore, del dirsi di questo mondo eppure vuoti. Il lemma di un’intera esistenza, dilaniata ma sempre in rinnovo. Non una poesia che sgomenta, quella della Rosadini, ma poesia che tenta la salvazione. Riuscirà a uscire dal mondo, per tornare ancora al mondo, più nuova, e fiorire? Probabilmente è qui da sempre, nello “spazio bianco”, il rumore della lotta, il seme autentico della poesia rara e sottotraccia; nel rovescio della terra qualcosa sedimenta: forse l’amore, il buio dell’amore, incessante catena silenziosa, unisce come queste poesie uniscono la luce con l’ombra. Come ci dice la poetessa, vivere è consolidare l’amore attraverso la perdita, la rinuncia di se stessi, solo per tornare se stessi nella dualità dell’altro. E non solo solennemente, anche con ironia, la Rosadini ci dimostra il coraggio di “essere del mondo”. (Quello che stavi cercando / al momento non esiste più / a questo indirizzo. / A meno che non stessi cercando / questa pagina di errore, / in questo caso: congratulazioni!/ l’hai trovata.)
 
Antonio Bux
 
I.
 
 
Un tempo la vita era larga e non si sottraeva,
nella città luminosa, spolverata dall’aria leggera –
viva del mare sospeso nell’intaglio del golfo,
scampoli di blu tramati ad ogni scorcio
 
E le strade prendevano per mano, portavano
lontano – l’approdo era sicuro, la nonna il parco
il Lido, mai un muro, le cose avevano
un nome solo, nessun agguato ci attendeva al varco…
 
 
 
II.
 
 
Da piccola non c’erano guerre, e il mondo
sorrideva, pettinato e ben educato.
Ci chiamava un riflesso iridescente,
modellava il nostro sguardo, ne asciugava
le ombre, sarebbe sempre stato così.
Luce alta e diffusa disegnava strade e case,
i luoghi semplici del nostro divenire,
giardini ricolmi dei misteri colorati dei fiori
cuciti dal ronzio degli insetti, quella
sospesa immobilità nei pomeriggi
delle stagioni di mezzo, è sempre maggio
riguardando indietro, è sempre tempo
di promesse, e complicità salde e leggere
che sono, e non occorre dire.
 
 
 
III.
 
 
Nella casa che non è più la mia casa
la notte è custodita dai cipressi
e il sonno è lieve, non ha peso,
si solleva nel sogno come fosse
il compimento del giorno.
L’anima nera delle falene cerca
orientamento nel buio denso
di profumi del giardino,
mentre le lucciole tessono
costellazioni terrene, fra gli alberi
di agrumi ed il pitosforo, fino
a disperdersi tremolanti in una
vaghezza di ombre silenziose e scure.
 
L’eco del mondo si riverbera sui
profili dei genitori addormentati
nella stanza in fondo al corridoio,
immobili, immemori figure…

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