ANTONIO BUX – da “Sasso, carta e forbici” (Edizioni Avagliano)

Emana da “Sasso, carta e forbici” di Antonio Bux un singolare fascino legato al sentimento dominante nella sua poesia: quello, per usare le parole di Arbasino, di una desolata meridionalità. Le armoniche semantiche di questo motivo sono svolte però rinunciando a ogni compiaciuto ‘vanto delle vittime’, sostituito da una pronuncia scabra, dolorosa e pungente e da un andamento testuale netto e narrativo. In alcuni momenti di questo libro così denso, si ha l’impressione di essere di fronte, per trasfigurazione immaginativa e personaggi messi in scena, a una versione poetica, cambiata la latitudine geografica, delle splendide ‘Botteghe color cannella’ di Bruno Schulz per magia sciamanica volate fino al Sud. Ma, in generale, convivono qui tensioni diverse: sprofondamenti nell’irrazionale ed emersioni di un’energia primordiale scandita da un procedere a scatti che, insieme, disorienta e conforta. E, con esse, una pulsione metamorfica in cui pare intervenire il ricordo di esperienze figurative come quelle di Bosch e Ligabue, con il loro affollarsi di animali domestici e minacciosi. Forse il tratto distintivo di una scrittura segnata da una profonda necessità espressiva e dalla conquista di un suo inconfondibile stile.
Enrico Testa
 
 
Sasso, carta e forbici (che fin dal titolo esprime il gioco, la fortuna, l’infanzia e la scommessa che attraversano l’intero libro) è un lavoro di crescita, di vera e bella crescita: c’è il passo tipico della poesia di Bux, con la sua immagine densa di pensiero, e con accensioni sotterranee che rendono vivo e feroce questo pensiero, come in Gottfried Benn, poeta che l’autore foggiano ben conosce e ama. E tutta la poesia di Bux, sin dagli esordi fino a questo libro di certa maturazione, pare intraprendere una via simile a quella dell’autore di Statische Gedichte, procedendo con un ritmo slogato e irregolare, trascinante. E finanche un tema come l’infanzia, in questa raccolta diventa ossessivo, pulsante; e allora ecco che le poesie “parentali” sono l’apice di un intimismo magico, tellurico, così come molti e notevoli testi qui proposti, dove riecheggiano volti, ricordi, storie ma anche gondole, lavagne, il calcio e persino Maradona, personaggio che commuove sempre. Un lavoro, questo di Bux, che sembra davvero riuscito, con venature sognanti, cosmiche e folli.
 
Milo De Angelis
 
 
Cosa succede all’infanzia quando questa torna a vivere per gioco (o forse per scommessa), e per di più si blocca, nel periodo esistenziale di mezzo, per farsi elegia, ma soprattutto, cosa accade quando essa tenta di modificare presente e futuro? O magari se anticipa la vita, e poi la morte, e addirittura la rinascita, anche di chi è già morto? Operazione di arditissima tridimensionalità. Succede allora che l’infanzia diventa poesia, come in questo libro denso di immagini ossessive, magiche, testimoni della sparizione dell’uomo e del bambino; così genera contemporaneamente il loro ritorno: adulto-bambino, perso nel labirinto che è la sua stessa vita. Squilibrio-equilibrio, comunque virtuosismo eccellente. Fatto sta che in questo labirinto c’è costanza di passione, di amore, di un amore anzi così disperato che sembra arrendersi al fantasma della solitudine, dell’assenza. Ci convinciamo allora, come scrive lo stesso Bux, che anche questo è il compito della poesia, l’urgenza di vivere e di sperare, come il bambino; cioè saper vivere l’attimo solo per dimenticare […] è questa la possibilità, in que¬sta metà / che ti rima-ne: di sperare che in mezzo al vento / esista una tua parola […]. E così Antonio Bux ci regala, col suo epico canzoniere di vera e alta poesia, una testimonianza senza tempo e senza scampo.
 
Cristina Annino
 
 
 
5 poesie tratte dalla prima sezione “Sasso”
 
 
 
La gondola
 
Ci siamo su una gondola, a formare prati,
piccole rotaie verdi. La gondola e i sei anni,
e i sei anni dentro un mare, dentro parole
spinte da capodogli. Suolo azzurro, amore,
dove mi tieni le mani nascoste, tra la sabbia
e la metropoli che si apre, giungla dei sei anni
quando tocchiamo abissi sulle altalene;
 
(noi arrugginiamo così, con il sole
fuori dagli occhi, e la gondola
rubata al gondoliere, e la canna sul filo
di un’acqua che è sopra il tempo;
questo tempo a mostrare i sei anni,
i sei anni che non sono pochi
a navigare il fondo).
 
Ora la gondola rubata è oltre le onde,
e il gondoliere torna bambino,
sulle rotaie i capodogli spogliati
d’aria sono parole, e respirano.
E poi il prato pieno di mani, amore che è altalena
fino alla giungla si sale, non più metropoli
ad arrugginire le vecchie abitudini…
 
(Così oggi sulla gondola spaziale,
abbiamo sei anni e siamo capaci
di avere soltanto sei anni;
e una mano più grande ci spinge
senza più onde né tempo
sott’acqua dove le nostre altalene vanno
e di silenzio il sole sembra vero).
 
 
Il condor semantico
 
Ricordo la notte, il condor
semantico appollaiato sui rami
era il mio esistere (e quanto tempo
per fare la carne a brandelli,
quanto tempo per cuocere
il fegato, quanto a diminuire le cellule,
gli atomi del sentimento); le sue ali
ciò che più temevo, aprirsi
in uno spasmo e quegli artigli dire
la tua carcassa sarà il solo verbo.
 
Poi la notte cominciò a parlare,
la notte divenuta tappeto,
e le parole si stendevano, curve,
con le ali del condor fiancheggiare
(e io scrivevo che non volevo esistere
se io, servo del condor volavo,
ma soltanto tra parole); così la notte
mi piegava mentre il becco
del condor in picchiata mordeva
l’unica parola a cui tenevo.
 
Avevo dieci anni e il condor
mi programmava le parole
(il condor che vedevo sopra le teste,
il condor quando saliva su mia madre,
e sulla maestra, alle sue spalle,
dalle braccia le cadevano le piume).
Da quella notte cominciai a cancellare,
tenni solo una parola, il condor non la sa,
Nemmeno io so quale sia.
 
 
Lettera ad un uccellino
(o per i voli che passano)
 
Caro uccellino, ti scrivo dal tuo nido,
ora mio. Sai che di nuvole sono passate,
da quella tua nuvola di una volta,
dove poggiavi le ali e sedevi a beccare
piccoli vermi e anche un po’ me.
Ecco, uccelletto caro, ora è il mio turno.
Sto seduto dentro il tuo nido, ormai
mi sono fatto grande, sai? Peso più
di duecento uccellini. Ma ci sto bene
qui, uccellino mio, non mi rompo le zampe.
Caro passerotto, dal tuo nido ti scrivo
per dirti che tu sei morto. Non contare
più su di me, ché io non posso volare,
e non posso cercarti. Non posso più mettere
il viso dietro una tenda, non posso più
fare le smorfie se passa un vecchietto,
no, uccellaccio no, basta brutte figure.
Non posso più succhiare il seno
della mamma, né darti ancora un po’
del suo latte. Ti ricordi, com’era
che ti dicevo? Vieni qui, ti ho portato
un po’ di latte della mamma, prendi,
fringuello, è qui sotto il mio dito. Bei
tempi bell’uccellino! E tu eri così pieno
di piume bionde e di zompetti,
non come ora che sei stecchito,
sembri quasi un passero di paglia.
Caro uccelluzzo mio, caro, qui da te
si sta proprio bene, l’aria è strettina,
non riesco a pensare, mi sento uccellino,
ma ci voglio restare un altro po’. È vero,
tu mi manchi, ma io sono cresciuto,
e la mia vita va avanti, o va indietro,
ma a te non importa più. Tu eri, sì,
l’uccello del mio respiro, ma io ora
non ho più tempo per respirare.
Non ho più respiro per avere tempo,
uccellino solare, non ho più te.
Caro uccellino chiaro, caro ruspante,
tu che respiri al posto mio, forse è così,
tu ti sei preso il mio nido, quello in fondo
alle mie spalle. Lo so, tu sei furbetto,
fai finta di essere morto, ma un giorno
lo so, tu tornerai. E vorrai respirare
con me, e stare qui insieme nel nido.
Fare cose che solo i respiri degli uccelli
fanno. Ma io non so se ci sarò, mio piccolo
uccello, mio fiato, io non so se vedrò
come allora, l’ombra del tuo volo passare.
(Ora ti chiedo perdono, ma devo cadere,
perdonami cip cip, se ti lascio a soffrire,
Ma è ora e mi aspetta la gabbia).
 
 
Acquario
 
Mamma, io e te potremmo vivere
che dici – dentro lo stesso acquario:
come due licheni che si sfiorano
guardandosi (e l’acquario si colorerebbe
di colori rossi e di fumo, e i nostri
ricordi stretti tra i massi… con le giunchiglie
attorno le braccia che si sfiorano, e papà
questa volta sarà bravo); davvero così,
ti piacerebbe, mamma, se fossimo noi
sotto l’acqua, senza pensieri
né identità, e qui stessero anche gli altri,
i tuoi figli, con le bocche spalancate
non più per dire cibo, non più
per un tuo aiuto… Mamma, ora che scrivo
con l’acqua alla gola, ora che ti vedo
sul fondo sei uno smalto pieno d’alba,
Mamma, e la luna non mi fa paura, la tua
luna senza cielo è questa bell’acqua
che dal vetro ora vedo e non vedo,
e tu sei calma e sei bella, sei giovane
come un corallo che non sa di sabbia,
Mamma, come un corallo finalmente solo;
dovresti vederti senza più branchie
umane dovresti vederti, con le ali bagnate
e il viso profondo, Mamma, dovresti sentire
i nostri granelli come gridano vento.
 
Un uomo
(o forse nessuno)
 
II
 
Non ci sono morti su questa terra.
Giacciono con le palpebre chiuse
non vedono che una sera eterna
mai così chiari come in vita
assorbono del sole le vere spore
(attimi che chiunque potrebbe
ma da vivi si preferisce parlare
e il sole lontano una parola meno,
tutta luce che salva in quale chi
o dove? Dove la tenebra di ora
che nessun morto tace apre
una tenebra nuova dentro
quegli occhi?). Non c’è nulla
su questa terra che muoia
per parlare verso altra terra
un linguaggio che salva; non c’è
ed è un nulla più vero, senza
parole ma di spore certe
la presenza mortale di dire.
Ma i morti fanno finta di morire.
Dormono su selciati di sole
appena scorti dall’occhio che parla;
dormono ed è questo parlare
sotto la terra per rifarci la terra
(se è vero che si parla è vero come
diventare del sole una sua spora
e chi muore vuole in quella parlare
un attimo prima che sia eterna la sera?).
Ma solo un attimo prima di andare
una luce nuova li fa sempre
solo un attimo prima che sia sole
la spora di quando si nasce li salva.
(Atomo di un salvare sarà questo
che il morto farà finta di morire
per un giorno di sole per la spora
sua di stare sdraiato a mentire?).
Ma non c’è morte su questa terra
non c’è calma; il giro vitale assorbe
gli echi la morte chi fa finta sdraiato
come un’eco le parole state prima.
(Sarà questo allora che muore?
Uno che parla con le palpebre chiuse
eterno solo per una spora il suo
corpo sdraiato è già primavera).

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