Mirko Servetti e Carlo di Francescantonio – UOMINI IN FIAMME (Edizioni Ensemble, Roma 2018)

Uomini in fiamme_Copertina (1)
Per scrivere Dio bisogna essere in due? Da quanto si evince dalla lettura di questa raccolta è evidente. Poiché Dio non è mai l’uomo, o meglio, lo è ma è il suo spirito, ed è quindi lo scontro tra due esseri, esseri che in questo caso sono uomini, come anche anime, e per giunta “in fiamme”, (come dal titolo del lavoro). Le fiamme di un inferno terreno, la sopportazione e il monito di avere la luce di Dio sempre di spalle. Ed è dunque forse la fiamma che anima questi uomini, la sostanza divina? O chissà la decadenza di questi ultimi esseri, di questi residuati bellici terreni che, senza più patria ma con fede − e non è fede in Dio, ma fede della sua assenza− avvertono questa necessità di essere e di sentire? Di sentire di somigliare a Dio, perdendo il proprio essere corpo, per farsi canto di resilienza. Sarebbe dunque Dio il loro ascolto reciproco? Effettivamente questo pare leggendo i testi, così diversi ma così paralleli, di Mirko Servetti e Carlo di Francescantonio, due uomini che si fanno uno, e non uno contro uno − anche se ognuno da sé muove la propria lotta − ma un uno che si rigenera nell’altro, proprio per questo strano parallelismo qui dato. Difatti abbiamo in questi testi due poeti che cercano l’unità nella testimonianza duale. E il primo lo fa attraverso l’uso di un verso rigido e sistematico nel suo ritmo (“Svanisce la percezione abituale / della luce che si fa corpo sfiorato / dal dondolio senza ragione / che non sia il sorriso rubato /alla vastità di un mondo inspiegabile”), tanto cantabile quanto ostinato, ed è un’ostinazione per l’appunto musicale. L’ostinazione di un canto che sa di non rispondere ad una verità esatta, ma solo la perpetua cercandola, finanche in apparenti dialoghi distanti. Ed ecco la verità di Dio in Servetti, il cercare in se stessi l’altro che non è mai. Il secondo, invece, da una pronuncia più narrativa, offre la sua dualità nel mondo con tono scabro, sommesso, velatamente elegiaco, riuscendo a emozionare finanche il semplice lettore, che in questi versi può ritrovare istantanee quotidiane appartenenti all’immaginario collettivo. Ma è appunto un collettivo che si fa uno, data la bravura del poeta di spostare, dal proprio baricentro emozionale, una voce più scura (ed ecco la grazia divina) semplicemente sfiorando le corde delle sensazioni, anche attraverso un verso dialogico (“Ancora oggi vorrei tornare indietro nel tempo, / rispondere: papà, ma lo sai che per fare / l’architetto o l’ingegnere ci vuole una mente piccola, / tecnica, a forma di cubo?”): così il poeta sopravvive nell’immagine servendosi dell’immagine per dirsi del mondo. Insomma, come dicevamo, e come si potrà vedere chiaramente attraversando l’opera, questi due poeti che tentano l’unità,e dunque Dio, sono sì lontani, in senso letterario, tra loro, ma una luce comune li rende, e con una certa spiazzante meraviglia, diversamente intercambiabili. Ed è la luce del dire vero, del dirsi di essere meno; luce che con l’uomo e con Dio compone, forse, una definitiva e più umana trinità.E certi miracoli sono tali solo grazie alla buona poesia. E allora bisogna ringraziare questi due poeti, di diverse generazioni ed estrazioni, per aver tentato di essere Dio, ma anche uomini, luce della verità,che finalmente, e forse da sempre,è serenamente in fiamme.
 
(prefazione interna al libro a cura di Antonio Bux)
 
 
(seguono due poesie di Mirko Servetti, poi altrettante di Carlo di Francescantonio)
 
 
***
 
Svanisce la percezione abituale
della luce che si fa corpo sfiorato
dal dondolio senza ragione
che non sia il sorriso rubato
alla vastità di un mondo inspiegabile.
Parlare pensieri che mai appartengono
agli spazi liberi del guardaroba,
una figura immaginale, esattamente
come quella che non trovo oltre
la periferia del tuo ventre.
Non è strano che le ore dispensino
petali che le tue mani lasciano andare
per vie diverse traversando quei fianchi
fatti per essere sentieri d’erba
sul perimetro di un parco lasciato incolto
 
 
***
 
Non dirò questa strada, dunque.
Saprei, senza voce, avvertire
dove sperde i suoi lati, presumendo
la vita come insieme di rapidi sguardi
a seguire. Forse credi che finiscano i binari
in certi punti del dove, in certe infiorescenze
del quando. Tutto ciò che non è detto né osservato
è offerto per una lunga fila di perle
rubata al tesoro di uno struggente contatto.
Del resto, un lampo obliquo mi spinge
al ventre più cieco della terra
così da sfuggire ai bagliori
altrimenti inguardabili della Bellezza.
E saprò in seguito quale atto di viltà ho commesso
 
 
***
 
alla fine ho disertato il cimitero
e sono rimasto qui,
ad attendere qualcosa che non accadrà presto;
sembra non arrivi mai niente, nonna,
ma nemmeno cose tanto brutte
e dovrebbe essere un bene, no?
Ho quarantun anni, scrivo da ventiquattro,
sia io che la scrittura siamo maggiorenni da un pezzo
e pochissimo è cambiato.
Dieci anni fa, stesso giorno, terminavo ancora una poesia:
in riva al fiume i cani giocheranno per sempre,
il primo verso. Ma quale fiume oggi,
che c’è una siccità scomoda?
E anche se fosse piovuto
non ci sarebbero in giro cani,
tutti a casa, al fresco, coccolati e profumati
meglio dei bambini.
Mi sento davvero triste, a pezzi,
non mi piace sapere che dovrò tornare a lavorare
dentro una vita professionale che non soddisfa.
Sto male al pensiero che dovrò sempre
lavorare, faticare, rinunciare,
avere spazi ritagliati, riciclare il tempo sfinito da altri
e l’offesa di essere impotente davanti ai dolori di chi amo.
Mi viene voglia di crepare, nonna,
per fuggire da questo presente,
dalla gente che lo abita in modo così volgare
e inutile. Non sono a mio agio qui,
ma basta poco per risollevare gli equilibri:
ieri, ad esempio, è stata una giornata di seggiovia,
aria fresca e un poco di paura per l’altezza.
Abbiamo fatto fotografie da famiglia,
nel pomeriggio fotografie da coppia,
però manca sempre qualcosa,
ma anche le cose davvero brutte
e dovrebbe essere un bene, no?
 
 
***
 
ricordo un pomeriggio primi anni Ottanta,
avrò avuto sette, forse otto anni
e mio padre che dice: ci sono tanti
mestieri che potrai fare da grande.
Intanto camminavamo,
l’uno di fianco all’altro,
sulla strada verso casa.
Pensavo ai giocattoli, alle vetrine dove
erano esposti. Per essere contento
ci sarebbero voluti almeno due giocattoli
nuovi al giorno. Questo il metro bambino
della felicità. E mio padre,
con la stazza del marinaio e gli anni
dell’adulto, non considerando i pensieri
che potevano attraversare la testa di
qualunque figlio, continuava:
architetto, magari ingegnere.
Ancora oggi vorrei tornare indietro nel tempo,
rispondere: papà, ma lo sai che per fare
l’architetto o l’ingegnere ci vuole una mente piccola,
tecnica, a forma di cubo?
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