ANTONIO BUX – poesie da “Sativi” (Marco Saya Edizioni, Milano 2017)

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8.
 
Vivono di bugie i rami
 
guardali attraversare l’aria
 
come questi mentono
 
così le foglie così i fiori
 
muti tra le corolle
 
umane di cervelli d’alberi
 
e sentieri donne
 
 
 
13.
 
Provocare un limone
farlo luce sanguinante
 
non è verità a stringere
il braccio ma la pietà
 
tra filamenti e fibre
perdendosi in vena;
 
ah com’è stato giallo
 
esserci
 
 
 
1.
 
Verrebbe da ridere se la pioggia
ah se la pioggia venisse dalla terra
quante risate guardando il cielo
riempirsi di specchi sul fondo
 
 
 
11.
 
Ho sognato un gigante
così grande che ero io
ma ero troppo grande
in sogno per vedermi
 
 
 
19-03-2015
 
SONO TORNATI A PARLARMI IN SONNO.
Non c’era nessuno, ma mi si parlava. Del meno
saputo conquistare, della fatica. Ma com’è
difficile cambiare se sono uomo e poi scelgo
la vita. Vorrei non scegliere e dormire o solo
la pace del risveglio che non c’è. Per dirmi
parole che preferisco sognare. Non più mie ma
del senso di un segnale. Di come fare a dormire
 
 
 
19-03-2015 (2)
 
SE NON HO AVUTO UN PADRE
è perché sono senza figlio. Una crescita
sola si distingue come il ramo dall’albero.
Trasmigra dentro un nuovo frutto. Così pare
dimenticarsi il sole dell’eterna luce quando
contro di sé la rigenera. Ma forse nell’occhio
lucente di chi sarà dopo potrà esser di nuovo
prima del suo buio assoluzione verso l’alto
 
 
 
21-03-2015
 
Qui non dorme più nessuno. Eppure
gli occhi non comandano, non
dirigono la mente o il corpo verso
l’alta definizione. Però si sogna,
ognuno sogna a vuoto, di andare
comunque, nel rimpiazzo delle nuvole.
Dove ogni saluto è aria che si sposta,
aria che fa massa, aria un po’ più eterna
se si saluta sognando, se è un sorriso
di sogno o solo un’eco il risveglio coperto.
Ma è un’eco, laggiù, il saluto che ci sveglia?
Qui non dorme più nessuno. Si dovrebbe
sbadigliare paralleli, o sbagliare atmosfera
baciando, perdersi come in un sonnifero
troppo dolce: chiuso l’occhio, aprirlo insieme,
scendere lentamente sottobraccio, nell’eclissi
 
 
 
L’ULTIMO MARE
 
L’ultimo mare che ho guardato
sulla tua schiena sembra il mare
che da bambino sognavo
dietro di me
 
ed è così reale, ora
saperti verso il tuo mare
dove tu sei bambina, insieme
con me a guardare noi sogni
svegliati dal mare
 
ma è la tua schiena
e tu non sei sveglia, ed io
sono ancora bambino
e il mio mare ti è dentro
 
 
 
POTER ESSERE PICCOLI
 
Poter essere piccoli, grandi soltanto
come uccelli, dopo del volo,
mentre la grandine rimpicciolisce
e il vento, giovane eterno,
scolpisce i rami, o si fa sguardo:
 
sì, poter essere piccoli di vita
ancor più piccola, che poi grande
soffia eternamente, si può tagliare
ed esistere, senza misura?
 
Quando si è piccoli si scrive
con l’occhio alienato e semplice
come semplice il cuore
ma senza scrivere, le mani.
 
Poi si è grandi, in un morbo di luce
a contare ombre, non più semplici,
e l’occhio, certamente allenato,
come alienato d’uomo,
scrive solo mani.
 
Ma essere piccoli e grandi
si può? Ed allearsi col popolino
senza luci né ombre? Magari
alienarsi con quei superstiti
e senza scrivere, vivere mondi,
 
i mondi più piccoli, semplicemente,
quei mondi che presto
o tardi si scordano. L’uccello
più piccolo della vita quando apre
le sue ali è in segno di pace:
 
l’essere grande non lo sa e lotta
contro le proprie ali
il minuscolo vento andato
già via, in un vento più grande
 
 
 
IL NEMICO
 
Il nemico ha occhi bassi,
non ti guarda mentre paghi
la bolletta. Storce sul muro
la tua ombra, muove per te
le dita tra i fogli del giornale.
 
Il nemico ha occhi fidati, ti sceglie
sin dal primo giorno. Guida
le tue mani, e nel cervello ti cresce
quella rosa. Sarai la sua vita,
perché morirai.
 
Il nemico lo sa, per questo ti ama,
ti fa vedere lontano, col tuo corpo
qui fermo. Ti dà cinque o sei ali
e alcune e strane donne, e qualche
nome infedele, da non ricordare.
 
Il tuo nemico ti vive nell’ombra,
il tuo nemico ti lascia e ritorna.
Chi è il tuo nemico, tu non lo sai,
ma parli con lui giorno e notte.
Il tuo nemico ti scrive e sei bianco.
 
E tu sei lui, perché scrivi stanco.
Questo scrivere, fa il tuo nemico,
questo vedere chi sei e non togliere.
Il nemico che è qui ed implora
la tua vita per sé, e per chi non ne ha
 
 
 
QUANTI NOMI
 
Quanti nomi ha una terra, e quante pietre
con gli stessi nomi; e andranno
per molti giorni e dopo di questi strati
ancora nei giorni
per i nomi che non ci sono. Ma quante
piccole pietre formano i nomi
e la terra, quanti piccoli amori! E saranno
gli stessi, per giorni e ore, e per le notti
dei signori! E dopo questi strati
saranno ancora terra, in nome
della lotta, per la pietra
senza nome. Ma quanto
di questo amore, signori,
è solo terra, quanto di questa
pietra ogni giorno fa la lotta!
Che tornerà, e sarà giorno,
e per molto tempo
sarà l’ora, per molti strati
di essere amore
 
 
 
LEZIONE
 
Dopo aver chiuso ai monti
la strada maestra,
il cervo vide i suoi occhi
mutati, i suoi occhi colorare
i canneti. E la strada
ora allieva, di colpo prese
a mutare altre vie, dove apparvero
cervi immutabili, tra i canneti
con gli occhi ancora umani
aprirsi al sì dei monti.
Ma io che scrivo poesie
non so mutare, e sono uomo
con occhi di cervo
mentre leggo l’impossibile strada
e dietro di me il canneto
già allievo. Quanto coraggio
per mutare in un sì, e per
renderlo chiuso, dice il maestro
ora cervo lontano quanto questa poesia
che da sola scompare
 
 
 
SOGNO DI VENERE
 
Venere era alta
sotto, era le montagne
 
Venere e i suoi capelli
alti più del bianco
 
ed erano anni vivi chiusi
ad invocare Venere
 
chiusa alta sotto il porticato
bianco delle montagne
 
ed erano anni senza neve
ed erano Venere
 
che senza anni amava bianca
senza montagne sotto
 
il porticato le altezze
e i suoi capelli
 
(ed eravamo noi a scrivere
e Venere a non amare
 
se ora scrive pure Venere
e le montagne sono più bianche)
 
 
 
TEMPO DI MIGRARE
 
Tempo di migrare sotto le aiuole
e di trovare formiche vive è tempo
come se non bastasse, di esistere;
 
cattivo tempo di stare insieme o bello
il tempo di tutti uniti, è forse specchio
senza più pause, abbracciare, o fiore
 
strappato via dal cielo, questo tempo
di andare, con un velo al cuore, nel filo
invisibile o nella clessidra, e di spaccare
 
il mare malato, se è malumore, sì, del tempo
che ti richiama, che nell’oscuro è qui
e ti dice: fai ancora in tempo
ad esserti amico
 
 
 
NELL’OSCURO
 
Nell’oscuro un giorno
mi hai detto: “quando
non ci sarò più
dovrai chiamare me
come la nostra casa,
e saremo insieme
quando siederai
sotto i petali del camino,
o quando in bagno
ti toccherai pensando
a come eravamo a come
oggi sei tu. E se vorrai
io ti chiamerò dal buio
con il mio nome, e quando
ti sentirò rientrare sull’uscio
apparirò, per un secondo,
per dirti ti chiamo, per chiamarti
ancora amore mio”. Ed io
da quel giorno ti cerco
e ti chiamo, come la casa,
nell’oscuro io
quando torno ti vedo
rammendare le pareti,
e fare luce sui piatti,
che quelle ombre
che ora vedi sono l’amore,
sono solo questi i resti
del mio nome ora tuo.
 
Ma la casa ora ha un odore
che tu non sei più,
ha un ricordo senza nome,
ed io che sono
casa ti chiamo, e ti vedo
raggiungere la mia ombra
quando dormo
di giorno, quando scrivo
e ti chiamo come me,
e tu sei il vuoto
che mi insegna alla luce.
 
E così nella luce quel giorno
ti dissi: “insegnami a chiamare
con il tuo nome le cose,
come quando tu sogni
ed io ti vedo
in silenzio sapere la vita,
la vita come una casa
chiamata da un sogno
che ci vuole qui”. Ma dimmi,
amore mio, ora che vivi
dentro le cose, da dove
mi chiami dimmi se un giorno
sarò anch’io come te
chiamato solo dal buio
delle piccole case…
 
(E così io ora ti chiamo,
con quel poco che so
di me ti chiamo
dalla sparizione del vetro
dove nel mio volto ti vedo
chiamarti per rivedermi)
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