MADDALENA BERGAMIN – “L’ultima volta in Italia” (Interlina Edizioni, 2017)

Bergamin, L'ultima volta in Italia 180
L’ULTIMA VOLTA IN ITALIA O FORSE LA PRIMA
 
L’ultima volta in Italia è anche forse la prima, poiché è la fine di un inizio, dove il poeta, così come l’animo inquieto, recupera i frammenti di uno specchio già rotto in partenza, con una lucida desolazione, mai disperata, piuttosto funambolica e battente, ragionata ma dinamica, riflessiva e riflettente. Perché l’Italia è un paese di vetri nati infranti, di sogni consegnati alle buste di un gioco a quiz. Dove a perdere è sempre la vita. E la vita, presenza invisibile, già passata, quasi trascorsa in sordina, è la consistenza preponderante di questa seconda raccolta di versi di Maddalena Bergamin (Padova, 1986), intitolata “L’ultima volta in Italia” per l’appunto, ed edita nella collana “Lyra Giovani”, diretta da Franco Buffoni, per le novaresi Edizioni Interlinea. La poesia di Maddalena Bergamin non è propriamente, per vocazione intrinseca, una poesia di protesta, dunque non si fa invettiva, più mancanza, più riflessione invisibile, di un qualcosa che però muove dentro. E si muove, mappando una traccia di deserti e di desideri stracciati, di aspirazioni rubate al fiato e al braccio, di corpi che si sfaldano in cerca di un presente. E non disdegna, nella sua forma, la Bergamin anche la rima intrecciata, interna o baciata, che di tanto in tanto si rinviene tra queste pagine cariche di ritmo solo all’apparenza di superficie; in realtà è uno scavo biologico sull’essere in prima istanza, e sull’esprimere di questo essere che, memoria dal fondo delle memorie, vuole farsi testimonianza di una sparizione (condizione propria del popolo italiano, e del suo territorio, destinato all’estinzione). Ed è dunque un lungo poema sull’estinzione, estinzione senza tempo e distillata in singoli versi, quello che la Bergamin traccia in questo libro, senza farne un mero testamento demografico o asettico, contorcendo invece con precisione e raffinatezza, senza sbavature emozionali di sorta e senza punzecchiare più di tanto il potere latente che governa le miserie di questo nostro mondo. E anche se la freccia è scagliata, e la Bergamin punta il mirino, lei pare solo apparentemente nascondere la sua mano, centrando definitivametne il bersaglio bianco della perdita “(Pena mi faccio / per gli abbagli / che ho già preso / ma fanno pena / anche gli eroi / del contrappeso)“. Perché a perdere qui non è solo la poetessa, ma anche un intero sistema, che non bilancia le vittime e le distanze, più che altro si appiattisce, facendo appunto da contrappeso e producendo un equilibrio difforme (peculiarità anche di questa raccolta) che presagisce ad una prossima disperazione. E dunque lo scarto, la cifra della Bergamin viene fuori esaltata, pur nella sua condizione di “esilio” (la poetessa che lavora in Francia ne è un ennesimo esempio), di chi deve assistere dal di fuori alla propria consumazione interiore. Perché la radice è sempre ciò che avanza verso il futuro, verso l’origine di ogni essere pensante. Verrebbe da dire, a questo punto: Meno male che l’Italia pensa (e pesa) almeno nei libri dei suoi scrittori più distanti, distanti quanto meno nel cerchio del momento: “L’idealismo a quanto pare / è corridoio tangenziale / che sempre dritto ti conduce / all’indefessa depressione / E quindi è l’opinione / che ci fa danno di prigione / l’adolescenza non trascorsa / mai maratona, sempre rincorsa”.
 
 
Antonio Bux
 
 
 
cinque poesie dal libro
 
 
***
 
Chi ha detto che questo è il paese
del mare non sa delle nostre giornate
su tangenziali padane, della periferia
latina malmessa e delle grigie ore
che ci separano dalla vista del sole
Non sa di come sia estranea alla nostra
la vita che di noi si racconta
 
 
***
 
a L. e D.
 
La madre è uguale alla figlia
sul fondo lo sfondo urbano, che strano
la madre è uguale alla figlia!
due volte gli stessi capelli
rossi sul fondo urbano
sullo sfondo profondo e quanto…
profondo. La madre e la figlia
sono uguali, hanno casacche
fosforescenti e parlano dietro
la linea gialla, sullo sfondo i treni
dal fondo, i rumori corrotti
i lamenti, i brusii della gente
che sta sullo sfondo. La figlia
è uguale alla madre (la madre bisbiglia
sorride, la figlia)
 
 
***
 
L’ultima volta in Italia
facevano santi i papi
era un pacchetto di due
al prezzo di uno. Il palinsesto
ne risentì: non più giochi a premi
non fiction su preti inventati
ma storia vera e documentata
di miracoli alla luce del sole.
Nel frattempo su Facebook
si diffuse la notizia di un giovane
morto schiacciato dalla croce
del santo. I miscredenti gridarono
al contro miracolo, ma la voce
si spense surclassata dai fasti.
Cristo era a terra con i piedi
amputati, enorme in mezzo alla valle.
 
 
***
 
La pupilla nera dei bambini
è uno spillo lancinante lui
che brama una sorpresa lei
che freme nell’attesa della parola
che non viene. Lo sai che cadono
le foglie, che c’è l’aurora boreale?
vuoi che facciamo facce strane
il cioccolato dentro il pane?
così si arranca si arrampica
il buffone, le dita lunghe
fino a domani sempre
più lunghe delle mani.
 
 
***
 
Sono dentro la parola
che si ritorce e che cade
sui vetri rotti e si taglia
mentre risorge in forme
sconosciute e grida
all’improvviso come
verità inaccessibile
e irridente. Sono dentro
la tua parola, quando
l’hai detta e stavo
sulle scale ad ascoltare
di nascosto. Demolisce
con agguati ripetuti
e silenziosi i mobili
Ikea, gli entusiasmi
i programmi per l’estate
dagli abissi di questa parola
guardo le macchine per strada
e mi vedo al volante di una
piccola Wolkswagen, assorbita
nel nero dell’inchiostro.
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2 thoughts on “MADDALENA BERGAMIN – “L’ultima volta in Italia” (Interlina Edizioni, 2017)

  1. grazie mille, mi fa piacere invogliare alle letture con le mie piccole disamine… allora spero che ti piaccia il libretto, così come è piaciuto a me. A presto e grazie per il passaggio! 🙂

    Bux

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