ANTONIO BUX – 12 poesie edite (2000-2017) più una inedita

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Si ringraziano le case editrici che hanno pubblicato questi libri, ovvero: Oèdipus Edizioni (Salerno/Milano), Marco Saya Edizioni (Milano), Di Felice Edizioni (Martinsicuro/Teramo), Edizioni Achille e la tartaruga (Torino), Ruinas Circulares Ediziones (Buenos Aires), Edizioni Il Foglio (Piombino/Lucca), Añosluz Editora (Buenos Aires), Società Editrice Fiorentina (Firenze) e Editorial Juglar (Ocaña/Toledo).
 
 
Antonio Bux, dodici poesie edite più una inedita.
 
____________________________________________________________________________________________
 
 
da “Disgrafie (poesie 2000-2007)”
 
INTIMISTO
 
Come mai il sole.
Perché l’acqua, e le montagne
bianche, e i prati in fiore.
O forse anche il chissà
di un desiderio.
Questo mare che filtra
nel porto, i pesci volanti.
Come mai qui non c’è fine
né un incendio di passato.
Soltanto le catene,
la prigione di un perché;
nel purgatorio di diventare
gli altri -sentirli svanire
come il presente- fa l’anima
scuro il giardino.
 
da “Trilogia dello zero”
 
 
PREASSENZA
 
Vorrei leggerti l’ombra della morte.
Se la guardi vi è sempre un filtro di luce
contento di essere lì, a disturbare.
 
E tu lo lasci lì, in mezzo alle voci.
 
Il buio è così, come quei fogli
che pieghi nella notte
quando leggi più occhi che parole.
 
E tu che ancora non sai dei fuochi
che accendi sulle stoppie di ieri,
dei minerali che bruci nei versi.
 
Il verbo sbottonato ti invita a colazione
per cibarsi di noi.
 
E riesci a godere a malapena del mattino.
 
Come nel verde silenzio della sera arrivi sfatta
quando aggrovigliata ai rami che sospirano di sdegno
mi dici -è troppo tardi- e ripiombi nel sogno.
 
Ed io che vorrei spiegarti la fibrillazione di un incubo,
quel mercurio di febbre nelle ore in cui
 
approfitti del mio sonno
per modellare il profilo di un’assenza.
 
Ma mi arrendo,
e decido che le parole diventino deserti
e i nostri corpi la fiamma del tramonto.
 
 
da “Turritopsis”
 
 
***
 
 
Essere la fiamma prima
che il corpo si spenga
comporta il calore
degli occhi al buio,
e il loro raffreddarsi
in un dilatare di roghi,
dove è la solitudine
un fuoco mantenuto basso,
torcia che non brucia
ma illumina la specie,
e poi tramuta in cenere
quel tizzone ancora acceso.
 
 
 
da “Sistemi di disordine quotidiano”
 
 
***
 
 
Si vive divisi in due
— prima e dopo la vita
sempre è un altro che vive —
quando invece a morire
è un doppio che precede,
come se morisse due volte,
prima la vita e poi la morte,
con l’essere nel mezzo,
un doppio che si dimezza,
come mai nato, a metà,
come se fosse il doppio
solo la sua morte.
 
 
 
da “23 – fragmentos de alguien”
 
 
17.
 
Qué lindo es vivir
en un sótano.Puedo soñar con el sol
penetrar por los ventanales
bajando ahí a llamarme para ir
hacia nueva luz, y ojala quizás
también puedo imaginar que hay buen
tiempo afuera mientras en realidad
el frío como rompiendo las frases
en la garganta de dos amantes. La única
distancia que quedaría sería aquella
de cuando jamás consigo
como ustedes asomados a los balcones,
llegar a tocar el paraíso.Sin embargo
prefiero este infierno
al invierno de vuestras sonrisas.
 
 
 
17.
 
Che bello che è vivere
in un seminterrato. Posso sognare
il sole penetrare dai finestroni
sceso a chiamarmi per andare
incontro a nuova luce oppure
immaginare che sia bel tempo
mentre invece il freddo rompe fuori
le frasi in gola tra due amanti.
L’unica distanza resta quella
quando non mi riesce come voi
di affacciarmi ai balconi e arrivare
a toccare il paradiso. Tuttavia
preferisco quest’inferno
all’inverno dei vostri sorrisi.
 
 
 
da “Un luogo neutrale”
 
 
NON È PER TUTTI
 
 
Esiste un mattino ma non è
per tutti. Si alza da sé cresce
un volo di rogne. E non è per
tutti. Non è per tutti sapere
il mattino, alzare una specie
di nebbia in qualcosa quel livido
dove ognuno può riconoscersi. Ma
non è per tutti. Non tutti possono,
non tutti sanno il mattino, non a
tutti è dato capire se il cielo è un bel
velo, se davvero riflette o se esclude. Però
perché dire il falso? È per tutti lo stesso
cielo a squarciare, è per tutti uno sbalzo
nel nero o soltanto il gelo della promessa
se per tutti vale la sfera, il mondo girato
nella mano nemica. Se per tutti è straniero,
meglio si dica: non contate più troppe stelle.
Ma no, non è per tutti, se il mattino dirada
le piogge se le nuvole atrofizzano i volti se
l’aurora non finge e mostra la terra. Non è
per tutti se ritorna a costringere il buio al suo
specchio, se si mostra più caldo e se apre
nel ventre la voragine umana. Se la notte
combacia i silenzi, non è per tutti starsene
zitti. Allora cresce ancora in miseria, da una
scatola nera l’ombra terrestre. Quella è per tutti.
 
 
 
da “El hombre comido”
 
LA ISLA DE VIDRIO
 
Creo en una isla
de vidrio, en una fauna
precedente. De infancia no muere
nadie. ¿Viste alguna vez
el sol batir
sobre el instante? Ya nace
caído, como demasiado
reluciente. Se conocen así
pueblos sometidos, bajo la manta
tienen manos espléndidamente rugosas
y joyas secas. Si te sobra tiempo ve
hacia su hambre.
Si te sobra conocimiento, vuélvete
ese fósil. Precede.
Porque se muere a menudo
de sueños en los márgenes.
A través de los desmontes africanos
de una cierta África perlada,
o en la prohibida estepa siberiana
donde se acoplan los trenes fantasmas,
o entre los escombros vivientes de las tundras
esquimales. Envueltas en el blanco, verás
flores de yeso, y un frío distinto
oprimirá las eras. Como no llegando,
te entrarán desde todas partes.
Estos nuevos tú de tormenta
con el furor de un primer aislamiento.
 
Te faltará el cielo de Golconda.
 
 
L’ISOLA DI VETRO
 
 
Credo ad un’isola
di vetro, ad una fauna
precedente. D’infanzia non muore
nessuno. Hai mai visto
il sole battere
l’istante? Già nasce
caduto, come troppo
lucente. Si conoscono così
popoli sottomessi, sotto la coltre
hanno mani splendidamente rugose
e gioielli secchi. Se t’avanza del tempo
vai incontro alla loro fame.
Se t’avanza conoscenza diventa
questo fossile. Precediti.
Ché si muore spesso
di sogni ai margini.
Attraverso le sterrate africane
di una certa Africa perlata,
o nella steppa proibita siberiana,
dove i treni fantasma combaciano,
o tra i rottami viventi delle tundre
eschimesi. Avvolti nel bianco, vedrai
fiori di gesso e un freddo diverso
costringere le ere. Come non arrivando,
ti entreranno da tutte le parti.
Questi nuovi te di tempesta
col furore d’un primo isolamento.
 
Ti mancherà il cielo di Golconda.
 
 
 
da “Kevlar”
 
 
LA CITTÀ DELLA MIA VITA
 
 
È chiara, Foggia, e grigia. Ha una scia
di rumore che muove al silenzio. Ed io non so
se la gente che vedo esiste, non so
se i colori che spingono questi
all’esistenza siano poi gli stessi
del cielo annullato. E io non so davvero
chi siano questi messaggi, chi sono
i messaggeri che ogni giorno moltiplicano
le giornate e le fanno smaniose.
Ma c’è Foggia, ed è un muro di secoli
che parla, ed un sottofondo di uomini
arrampicati alle viscere. C’è Foggia e ci sono
gli occhi addormentati degli amici e le mosse
del fuoco e del vento scapestrato, c’è
Foggia e ci sono le piazze questi vicoli
ciechi e gli odori di una misericordia
viva nostra di noi, come essere stati.
Sarà bellissimo ricordare, quando il mio
cadavere verrà scavato, come su questa
stessa strada io stesso abbia creduto
possibile il tempo e la città della mia vita.
 
 
 
da “Naturario”
 
 
DOVE PENSA LA VITA
 
 
Dove pensa la vita e dopo muore:
l’ho visto tra le pagine
di un giornale, gli uccelli neri
in gabbia tra le notizie,
una madre col bambino nella neve
di un paesino dell’Emilia
sotto il suo cappotto con la scure
e la luce del diamante, dentro il male
appena fresco, il bacio rotto
tra le mandibole. Ma perché
la vita dove pensa
dopo muore?
 
Perché un bambino appena nato, sotto
quella pelle di cartone, là nei nidi
d’ogni cuore spaventato?
Perché il sogno si tramuta, perché
spaventa quel bambino,
perché è già ora di scriverne la fine?
Io l’ho visto tra le notizie, passare
come il fondo di un rumore
di catene, dove pensa
la vita e dopo muore,
una madre con il figlio
senza dio, su nessun giornale
leggo mai queste notizie
 
(ma se la vita dove pensa dopo muore
se la vita non si sogna, se la madre
ha quel bambino, io lo leggo
e chiudo tutto).
 
 
 
da “Sativi”
 
 
IL NEMICO
 
 
Il nemico ha occhi bassi,
non ti guarda mentre paghi
la bolletta. Storce sul muro
la tua ombra, muove per te
le dita tra i fogli del giornale.
 
Il nemico ha occhi fidati, ti sceglie
sin dal primo giorno. Guida
le tue mani, e nel cervello ti cresce
quella rosa. Sarai la sua vita,
perché morirai.
 
Il nemico lo sa, per questo ti ama,
ti fa vedere lontano, col tuo corpo
qui fermo. Ti dà cinque o sei ali
e alcune e strane donne, e qualche
nome infedele, da non ricordare.
 
Il tuo nemico ti vive nell’ombra,
il tuo nemico ti lascia e ritorna.
Chi è il tuo nemico, tu non lo sai,
ma parli con lui giorno e notte.
Il tuo nemico ti scrive e sei bianco.
 
E tu sei lui, perché scrivi stanco.
Questo scrivere, fa il tuo nemico,
questo vedere chi sei e non togliere.
Il nemico che è qui ed implora
la tua vita per sé, e per chi non ne ha.
 
 
 
 
da “Saga familiar de un lobo estepario”
 
 
AMANECER EN LA MANO
 
 
Amanecer en la mano
una piedra y ver en la piedra
 
menos que una sombra si la vida
es donde nunca amanece
 
¿de qué sirve la piedra si se muda
en palabra la mano?
 
Si muda en piedra la sombra
es la mano que nunca amanece
 
¿o quizás la palabra que hunde
sin su piedra la caída de la noche?
 
Hombre raro, tú que cortas
palabras en la sombra, cuando
 
amanece ves en tu mano sólo
la mano, que te escribe.
 
 
 
ALBEGGIARE NELLA MANO
 
 
Albeggiare nella mano
una pietra e vedere nella pietra
 
meno di un’ombra se la vita
è dove è mai alba
 
a che serve la pietra se muta
in parola la mano?
 
Se muta in pietra l’ombra
è la mano che non fa alba
 
o forse la parola che sprofonda
senza la sua pietra la caduta della notte?
 
Uomo strano, tu che tagli
parole nell’ombra, quando
 
fai alba vedi nella tua mano solo
la mano, che ti scrive.
 
 
 
da “Gabbie in codice”
 
 
***
 
 
Ogni domenica sbocciano
le rose. Sono nascoste bene
fino alle loro spine. Giorni come
fiori, intorno a un solo gambo.
 
Dirlo è come perdersi le arie
intanto che nei cieli regna aperto
l’improvviso della pioggia intorno
allo sciogliersi compiuto respirando;
 
una volta tornava primavera
ed era tutto onesto: la brevità
degli esseri ancora imperfetta
verso una luce che significava.
 
Ma ora è tardi, il buio inghiotte
molti; nelle curve passeggere
ci si abbassa per dimenticare
il fulmine buio della comprensione.
 
Allora dire non basta più, le parole
moltiplicano la lunghezza. Scivolano
giù dal fiume mentre scorre altrove
l’acqua che moltiplica ancora in sete.
 
 
 
da “Spoiler” (inedito)
 
 
CRONACHE DI UN DESERTO AMICO
 
Capanne sull’orlo dei prati, capanne fresche
di agricoltori. Cantano la frutta, dentro le siepi,
come a respirare. Formano ruscelli, con gli orti,
presepi d’animali, fosse di verde, moscerini.
Più di questo pensiero, fa la terra l’amore
alle sue bacche strette, nelle falde aperte
tra i cunicoli, dove squilla un topo e una blatta
nuota nei batteri. Capanne sopra le fogne,
cisti perimetrali, lungo gli assi un altro sole
scalda, protegge gli invasi notturni. Dieci anni
e spariranno le zolle, le raganelle in polvere,
qualche farfalla sbaglierà vento. Poco tempo
e l’agricoltore morirà la sua casa, un ronzio
malato, casa senza odore, casa di vetri rotti.
Tra qualche giorno sarà già ora di andare,
di chiudere le finestre. Verranno solo le ombre
a ricordare il camino, la gittata di zolfo, Satana
nascosto tra le mele, bocca di dio che ora taci
nella piantagione rinsecchita resta il tuo odore,
resta la farina spogliata e il bianco della gallina.
L’agricoltore stringerà le braccia al cielo, come
un segno d’avvenire. Le locuste divoreranno
la sua ombra, il paesaggio parlerà solo nero.
Capanne non più vive, fantasmi sopra le acque,
chiamate voi la terra col suo nome, dopodiché
andatevene, tornate nel gorgo a smentire.
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