GIANCARLO BARONI – da “I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli” (Grafiche Step Editrice, 2016)

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BREVI NOTIZIE DALLA NATURA
su “I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli” di Giancarlo Baroni
 
Giancarlo Baroni è un poeta onesto, umile, scrupoloso e aperto al fragile. Ed è uno scrittore sagace, duttile. Baroni è un uomo con i capelli al vento, ma col vento ci rumoreggia, è un uomo che di vento ne ha fatto crescere sotto i suoi ponti. E di uccelli sotto quei ponti ne sono passati, in tanti. Ed eccoli ad uno ad uno, nella sua natia Parma, poco e dentro quella Pianura, che non invasa è stata invasa, e gli uccelli provano a conservare oltre la nebbia la propria nebbia – di essere. E il poeta Baroni, come la sua terra, offre oltre la nebbia il proprio spirito, e soprattutto lo spirito geografico di ciò che lo circonda. Lo spirito degli uccelli Ma come? Portandoci brevi notizie, ma con slancio e ammirazione, proprio dalla Natura. E lo fa con questa sua ristampa personale de “I merli del giardino di San Paolo e altri uccelli” (Grafiche Step Editrice, 2016; versione ampliata di una raccolta già editata, nel 2009, per la casa editrice Mobydick, con una allora prefazione di Pier Luigi Bacchini). Questa nuova versione, oltre alla nota del grande poeta scomparso, porta anche la nota di Fabrizio Azzali, e le belle illustrazioni a tema (uccelli che si dipanano nitidi tra le pagine) di Vania Bellosi e Alberto Zannoni. Detto questo, il libro è una traposizione elementale, naturale, del codice volatile e animale, trapiantato negli occhi dell’uomo, che guarda, ma non tutto può sentire. Può vedere, certo, e vedere offuscato (e riecco la nebbia). Di certo può scrivere, un uomo, e provare a volare (quantomeno basso). E la poesia di Baroni qui prova a “volare bassa”, ossia a mantenersi in quota con quelle sensazioni terrestri, che spesso sorvoliamo. E lo fa con ragione lucida, spesso anche reale e anatomica, ma anche con mite sentimento, ragionando e facendo ragionare i passeri, e l’uomo, in un unico folle e tacito accordo. E come non ricordare allora certi versi del poeta Wallace Stevens, tratti dal suo “Tredici maniere di guardare un merlo”(“Un uomo ed una donna/Sono uno. /L’uomo e la donna e il merlo /Sono uno“), come non ricordarli, appunto, dato che anche Baroni ricerca questo senso di finitezza, di unità, tra l’essere terrestre e l’essere volante. E si vola, dunque tra le pagine di questo libro, e tra i chiostri finanche, del monastero di San Paolo (grazie ai merli, dove si immagina che questi siano i custodi del trattato di ornitologia e falconeria scritto dall’imperatore Federico II), ora sconsacrato, ma quanto mai reso di nuovo alla sua sacralità da questa poesia che non “canta”, piuttosto parlotta, filosofeggia, fischia (come i merli appunto) e schianta, e schianta contro la breccia dell’esistenza, per sua difesa, o forse per ristabilire soltanto un principio di equilibrio, tra essere e animale, ovvero tra animali che si pensano il nostro habitat e noi, che pensiamo a come essere il loro cielo.
 
 
Antonio Bux
 
 
 
 
Sugli alberi
 
La vita sugli alberi non è
quella che immaginate. Spesso vediamo
le foglie dei più giovani
ippocastani del parco
diventare secche
senza un motivo; e poi sfaldarsi.
E anche, accovacciati sui tigli
che riempiono la strada
di profumi dolciastri,
osserviamo i pidocchi
che succhiano dalle foglie
come vampiri lo zucchero.
Sono mali che spingono a pensare
e ci inquietano. Nemmeno le querce
che un tempo rivestivano
enormi la pianura padana
ne sono escluse. Nel ramo
reciso delle farnie si insinua una carie
che le corrode. Sorprende
non ci abbia infettati
l’epidemia degli olmi
o il cancro dell’inchiostro dei castagni.
Quali uccelli verranno
dopo di noi? e quali piante?
 
 
Merli e colibrì
 
(Merli)
 
La melanina che scurisce il corpo
e ci rende simili a fantasmi
fa paura all’allocco.
Allora gonfiamo il petto
gli gridiamo te l’abbiamo fatta
un’altra volta, gioiamo
ma piano
come avessimo in gola dell’ovatta.
 
(Colibrì)
 
Il risveglio vegetale si mostra
con colori e sapore. I petali ci attirano
gli zuccheri del nettare convincono
a intingere il becco. Anche noi
come mosche e farfalle.
Crescono da questi fiori
frutti carnosi con dentro il seme.
 
 
 
Rami
 
 
*
 
Mentre camminate
sotto i rami gocciolanti di un sempreverde
attenti a proteggervi dal fango
schizzato per la strada ci fiondiamo
decisamente fra le foglie sorridendo
se col ghiaccio vi bagniamo la schiena.
 
 
*
 
 
La noia si spinge fino in aria
non esiste solo quaggiù. In caduta
virando come aerei inseguite
allora lo sfinimento.
Conosciamo la vostra fitta
spola dai rami.
 
 
Anatre e storni
 
*
 
Ci sono nel mare delle fessure
che non si rimarginano. Faglie, fratture
le stesse che scatenano i vulcani
e i terremoti. Sgorgano da queste
le specie ittiche più orrende.
Fra loro nocivi risalgono
i pesci siluro fino al torrente
dove le anatre immergono
come un radar il becco.
 
*
 
Gli storni sui rami pensano
di essere sopra a una nave
che senza rollare li trasporta
nei luoghi più inverosimili
dove è impossibile arrivare.
Appena dell’inganno si accorgono
imprecano e protestano,
si battono con le ali
scagliano addosso a noi
maledizioni, escrementi.
 
 
 
Dei pennuti
 
*
 
Dei pennuti è impossibile annoiarsi
non appena avvicinati si dileguano
basta questo per renderli mirabili
benché non gli interessi.
 
*
 
Li aspettiamo nei soliti luoghi
mirando fra nubi e rami
spuntano invece da dietro i cespugli
guardinghi a passo lento imitandoci.
 
 
 
Le cose
 
 
*
 
 
Bisogna prendere distanza dalle cose
allontanarsene. Non oltre gli uccelli
né sotto agli uomini,
amando invece questi
quanto più si è capaci di afferrare
i segreti dei primi.
Parti perciò trascurando
le voci che promettono
di farti troppo dissimile da entrambi.
 
 
 
*
 
Come un uccello impazzito
il mondo si è messo a ruotare
fuori della tua finestra.
Piatti e soffitto rimangono dove sono
mentre i pesci galleggiano in aria
e le piante si perdono in mare.
Una goccia vicino all’altra
sotto l’effetto della pioggia
il cielo si scolora.
Invece le case gridano
come i loro inquilini.
Qualche uccello picchietta
contro i tuoi vetri
implorando di entrare
nel fondo del bicchiere
dentro la tazza ancora tiepida
o sotto il tuo pavimento.
Allora apri le persiane
contando di ritrovare
le cose al proprio posto.
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