CESARE VIVIANI – da “Osare dire” (Einaudi 2016)

osare_dire
Non mi parlare di ugonotti
o di Horkheimer,
di Dancalia o di estrusione,
non so, non ti seguo, non capisco,
sono un analfabeta,
ho imparato l’abbecedario e poco più,
o tutto il resto l’ho dimenticato,
il professore di matematica Cateni
per la mia memoria spenta diceva:
«Viviani sarai un analfabeta di ritorno».
Aveva capito tutto.
Tutti i mortali capiscono tutto,
mentre noi crediamo solo agli immortali.
 
 
 
 
Vorrei non esistesse l’assenza,
strazia, amputa esige,
sostituzioni, immaginazioni, vorrei
stare sempre sveglio, diceva
l’invincibile, e fu così, riuscì.
Resistette a lungo, e per sempre.
 
 
 
 
Più dell’identità personale conta
lo sferragliare del tram,
le voci dei passanti,
i rumori dei lavori
in corso.
 
 
 
Il bosco sempre più fitto, la guida
si è impantanata,
fin qui ha spiegato tutto bene,
ora non trova più la definizione adeguata,
l’intrigo sempre più fosco delle piante copre
la traccia di sentiero,
la guida ha preso ad affondare nel terreno,
vuoi vedere che va a finire che sprofonda.
 
 
 
Uno che lo liberano,
non si sa perché, per quale intervento,
direi dall’alto,
anche un altro dopo giorni,
li guardiamo andare, uscire,
noi restiamo qui.
 
 
 
E cosa possiamo fare
di fronte al tuo uscire di strada e perderti,
se assistiamo dalla tribuna
col posto numerato?
 
 
 
Mi avete già spaventato abbastanza
con tutte le vostre invenzioni,
con tutte le vostre perfezioni.
Ora c’è anche chi dice
che un disastro planetario distruggerebbe
le specie viventi e potrebbe aprire
all’evoluzione di una specie superiore.
Ma via, allora meglio il ritardato
che crede l’orizzonte appoggiato
alla recinzione dei campi.
 
 
 
Tu vedi come è vicina la gloria
alla stupideria,
la gloria declamata, invocata
proprio mentre si esce incontro alla prima
raffica di mitra.
 
 
Anche i duelli, le lotte
con le bestie feroci, i sacrifici umani
devono rispettare le forme,
svolgersi nel campo del bello,
gli scontri, le morti
offrire una grazia a chi paga
per vedere.
E non parlo di Roma,
parlo di automa.
 
 
 
Con voci e volti diversi
era sempre la stessa persona che incontravo
da anni, ogni giorno. Sono tutti
uguali, ferrati dallo stesso fabbro,
tatuati dallo stesso stile.
E poi mi chiedono di partecipare
alle loro differenti storie e sventure,
piangere ai loro lutti…
 
 
 
 
No, non sapremo mai
se quel che abbiamo avuto
ci è stato dato,
se in tutta la vita
abbiamo conquistato
un filo d’erba, un frutto, un sorriso.
 
 
 
E se fossimo nati per credere
non per procreare,
certamente non per lavorare,
e nemmeno per amare e meditare,
ma solo per credere?
 
 
 
Com’è, come sarà
vivere senza ricevere aiuto,
senza favori, protezioni,
senza materne associazioni,
anche quando la febbre sale,
anche quando il fiume straripa
e travolge il riparo, orto e baracca.
Sarà come vive il resto della natura,
vicino ai predatori e senza paura.
 
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