MARINA PIZZI – da “Miserere Asfalto” (Ed. La linea dell’Equatore, 2017)

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SUL CINQUE O SUL DESTINO DEL CERCATORE
 
(sproloqui sulla poesia di e su Marina Pizzi)
 
 
Non è un caso che Marina Pizzi, poetessa romana nata il 5-5-55, abbia in sé il destino di questo numero, il cinque, che è il numero del cercatore, del cacciatore (o se vogliamo, del girovago), ossia di colui che risponde alla chiamata dello spirito e intraprende il viaggio verso i misteri centrali dell’esistenza. Il viaggio del Cercatore, e dunque quello del poeta, comporta il coraggio di spingersi oltre i confini della realtà dell’Io, per attingere alla conoscenza che appartiene al dominio della psiche collettiva. Tuttavia l’integrazione dei contenuti inconsci, non è scevra di pericoli e comporta lo shock e il disorientamento, tipici di ogni esperienza iniziatica. Per questo nel suo ultimo lavoro “Miserere asfalto” ,che si compone di due parole dissonanti come Miserere (e qui ritorna ancora il cinque, dato che il “Miserere” è Il più noto dei cinque salmi penitenziali, è il salmo 50 della Vulgata, con il quale David chiede perdono a Dio dei suoi peccati) e Asfalto (dal latino tardo asphaltus, che è dal greco ásphaltos, ‘bitume della Giudea’) – che indica dunque il percorso umano – vi sia l’interferenza iniziatica del poeta, quel “ciarlare” tra le “divinità della crisi”, che presiedono all’iniziazione e alla metamorfosi. Così qui il poeta, come Dioniso che rappresenta la metafora della scissione dell’Io a favore del ripristino della coscienza totale dello spirito, si scinde tra materia e antimateria, per ritornare essenza, più sola testimonianza. Ed è  ancora il numero vitale della nostra a ritornare e a confermarci il suo specchio informe, come quello del già citato Dioniso, divinità del fondamento emotivo e corporeo dell’esistenza, e potremmo definire dunque il numero 5 come l’Archetipo stesso della vita. E la Pizzi, fa di questo archetipo numerico e vitale la propria lancia e, contrapponendosi alla visione ordinata di Apollo, come Dioniso infrange le barriere esistenti tra uomo e natura, permettendo l’irruzione del miracoloso nel quotidiano. Difatti in “Miserere asfalto” avviene proprio questo miracolo, del quotidiano che si fa eterno, ma anche duro, agli occhi della poetessa che, come Il Cercatore, non sa definire cosa gli manchi, ma anela a quel misterioso qualcosa che è oltre la vita di tutti i giorni; una ricerca di significato, come di un proprio Graal (che è forse l’immagine del limbo tra la vita e la morte) e di una propria Terra Promessa (che è dunque l’Aldilá). Così che la Pizzi, con questa sua ulteriore testimonianza, non si arresta di fronte a nulla pur di trovare la verità sul cosmo e sul senso della vita umana, addentrandosi anche nell’ignoto con il coraggio di spezzare la dipendenza da tutto ciò che lo limita e lo deforma, con la tenacia del Cercatore, dell’Ondivago, di colui che assedia fino alla morte la propria vita.
 
 
Antonio Bux
 
seguono dieci poesie di Marina Pizzi tratte da “Miserere asfalto” -afasie dell”attitudine 2007-2017-
 
Ed. La Linea dell’Equatore, 100 copie numerate.
 
 
 
71.
 
con un capitolo nel ventaglio
così per raccontarti l’ultima crisalide
desta sull’asfalto chissà se domani
sarà crisi o sigillo il lungotevere
malato stracco contro il muro del carcere
cerimonia dell’attenti starsene
semivivi seminascosti al mito del veliero
la maglia di rovescio così per sbigottire
il perbenismo dell’angelo possibile
 
 
72.
 
ho aggiunto un eremo al tuo verdetto
un eremo al verdetto con l’eremo
e si rincorrere la coda del cane
così la trottola là nel canestro
di decapitati quando da nascita appena un po’ dopo
corre per correre lo scisso sole
il figlio solo dolissimo sisma avvenuto.
 
 
73.
 
i miei stracci hanno l’età del quadro e del cerchio
mi aspettano nodali sul corpo che ancora hanno
pietà di coprire o alloggiare in singoli cipressi
pronti per una colonia cinque per cinque qualsiasi
donna o uomo per stracci di muffe sempre
un po’ pasquali già comunque e nonostante
la rinascita scivoli sempre in un tarlo
di via del Corso al gin tonic del pensionato
scismatico sul verbo che lo attende e lo
disputa finanche e addirittura nonostante
l’età trifoglio di un qualsiasi sia.
 
 
80.
 
ci guardiamo con discapito
allora è capito che il modello della pace
non diede certo la felicità
ma un benservito in quiete senza quiete
per disconnettere quel massimo di battito
atto alla scommessa del deliquio
quale una falena semi bruciacchiata.
 
 
 
189.
 
le rupi delle suole, così difficile il giorno
nel prontuario del cerchio
le medesime ragioni sismiche
le medesime origini medesime
ma non parte la ruota
questa taccagna enfasi di niente
 
 
258.
 
in un cuore gotico ho visto l’alba
in un petto panico ho sentito il crollo del cipresso
in uno sguardo fisso ho sospirato il gusto dell’abbandono
in una nuca cava la genia del vento dava vortice
in un polso sono apparse le vene del tepore
 
 
321.
 
In un viottolo di crepe la donna cuce.
Dovrebbe rammendare il mondo. In un
angolo il figlio si rigenera in un gioco
inventato. Il vento è leggero tanto per
non disturbare. Il padre giace con
l’ossigeno e attende la morte. In casa
tutto è intatto.
 
 
403.
 
E’ sparita la donna della polvere o è solo
un aspirapolvere? Tali gimcane non
servono proprio a niente. Ma è proprio
tutto così. Prova a ribattere e uscirà
l’anima della materia o la materia
dell’anima. E’ un soqquadro d’angolo che
ha fulcro globale.
 
 
414.
 
Ho finito di piangere in soffitta, ora
posso scendere e fingere di rincorrere la
tartaruga nel giardino. Questo
stratagemma funziona per arricchire la
mia idiozia, farmi salvo da demente,
avere lontananza, scivolar via senza
rimpianto.
 
 
433.
 
Si narra che la guerra scolpì facce.
Nessuno ne uscì liscio. Né le basse
maree lasciarono conchiglie sulla
battigia.
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