ALBERTO PELLEGATTA – da “Ipotesi di felicità” (Mondadori, 2017)

pellegatt
LA PATINA SULLA STRADA, LA SCIA LUNARE, LA BAVA SONORA E LA SCHIUMA
 
Sulla poesia di Alberto Pellegatta
 
Seguo da vari anni la poesia di Alberto Pellegatta (Milano, 1978) e ne ho sempre apprezzato la raffinata ricerca, oltre che il gusto per l’osservazione – osservazione spesso architettonica – delle specie viventi e dell’esistenza tutta. La sua poesia forma ambientazione: cassa aperta di un morto che sorride. La sua poesia forma patina sulla strada, e scia lunare, e bava sonora e schiuma. E si potrebbe pensare ad un Pellegatta ormai vicino, più che altro per disincanto e potenza visiva, a certa poesia d’oltralpe (penso ai versi di scrittori come Viton o Houellebecq), piuttosto che alla poesia nostrana, spesso spenta, priva di colore e garbo. In questo suo nuovo lavoro, Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017), la ricerca di Pellegatta riconferma pienamente tutto questo e con esiti ben precisi e anche nuovi sviluppi. Il libro si divide in sette sezioni, due delle quali fanno da chiusa con una sorta di appendice dai libri precedentemente pubblicati dall’autore milanese (Mattinata larga, edito da LietoColle nel 2002, e L’ombra della salute, uscito sempre per Lo Specchio Mondadori nel 2011) dove già era evidente un segno di sicura originalità, unito ad una forma quasi prosastica, seppur sempre sonora e ritmica, senza sbavature o cenni di pose effimere. Ma la poesia di Pellegatta – colta, frizzante, mai banale o patetica – si riconferma e si rinnova, appunto, anche nelle precedenti cinque sezioni, dove si alternano brevi sequenze ad esilaranti e fantastiche piccole prose (un passaggio particolarissimo del libro è il personale bestiario pellegattiano della sezione Zoologiche, dove strani animali si fondono con altri esseri meta-umani), restando, però, sempre il poeta in una specie di bolla, in un gas, in un chimico perennemente in fermentazione, da dove vengono distillate poesie che oltrepassano il ragionato, e si trasfigurano, diventando paesaggio, muffa, ingegneria molecolare. E questo mi colpisce, della poesia di Pellegatta: la speciale osservazione strumentale, mai atona, e il progressivo monitoraggio delle sequenze vitali, delle strutture, quasi a scandagliare ogni singola particella della sostanza, e dunque della vita; per questo mi piace pensare ad una poetica di passaggio da stato liquido a solido, da pensiero a forma, perciò da materia a vita. E anche se il tono di questa poesia è spesso informale, oggettivante, quasi clinico, la matassa che viene a formarsi/deformarsi, è in continua mutazione, è carne viva che ricrea altra carne, ma anche acqua, bolle, nervature. E da questa condensazione viene fuori spesso opportunità paesaggistica, un cielo astratto di concatenazioni sonore e referti. Dove la felicità resta un’ipotesi. Questo, pare infine dirci nei suoi disincantati, lucidi e originalissimi versi, Alberto Pellegatta: non siate solo un’ipotesi, per essere felici; ma sangue e memoria, metodo e dispersione, condensa e raggelamento.
 
 
 
Antonio Bux
 
 
 
3 poesie dal libro
 
 
DOTTRINA DELL’IMPERFEZIONE
 
 
We know how to get by on what comes along
 
J. ASHBERY, The Pursuit of Happiness
 
 
Quando è scattato il verde interferiva occipitale.
Ringiovaniva deviando la luce dagli spazi
comuni. Si portava avanti.
Una vocale bastava a muovere i pianeti.
 
Il significato delle frasi ti allaga le cantine.
L’autore qui presente inciampa nel guaio e nel fallimento
non è più attendibile ma prendendo la rincorsa
vuole dirti qualcosa.
 
All’altezza degli occhiali da sole
e sulle scale del veterinario
tra sognatori d’incendi e
innumerevoli scenate di donna
Un caffè macchiato per favore
 
nei lacrimatoi e nei tribunali video sorvegliati
e in generale nelle sue subordinate
una questione di competenze
spaventare i piccioni di questa poesia.
Essere oro.
 
Il tempo di sbottonarsi i jeans
e strappare il lenzuolo al fantasma.
 
 
 
L’APPRENDISTA
 
Avremo la felicità del capriolo.
Sassi – ormai castori – scali
in sfacelo. La pioggia notturna
indebolisce le parole che rimangono.
Tre gradi in più e saremmo morti.
 
Il lago emette luce nel disinteresse,
una frizione quasi melodica.
Parla pure, anche se è sconveniente,
per dirmi almeno come imprimerla.
Se le bufere del passato abbiano incrociato le stelle.
 
La notte nebbiosa degli ortolani
trasporta cori di lupi intonati.
Potremmo vederci da te alle tre e mezzo e basta
da quelle parti l’acqua uccide i poeti romantici
 
e le abitudini si moltiplicano insostenibili.
 
 
 
L’INCORONAZIONE DI FILIPPO VI
 
per la lingua spagnola
 
 
Sulle risolute donne e sui loro poeti prediletti
sul ginepro delle nostre notti felici
una pellicola di significato si stende sulla terra.
 
Vai, notte plebea, davanti al nuovo re di Spagna,
che nel cuore oltre al sangue
del quarto – ritratto con labbra inumidite
– ha quello di chi l’ha ritratto.
Nell’arena sanguinano i bianchi tori
d’Europa e per lo stato l’acqua è maschile.
 
La statua del quinto rimane un bozzetto del Prado.
Meglio il secondo, collezionista di Tiziano
per lui la morte è un imbuto, e lo partorisce in cielo.
Soprattutto per chi va per vie straniere
lavora a dettagli cui nessuno farà caso
per poi scattare come accucciata
iena. Senza ideali
la numerosa flotta.
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