ANTONIO BUX – dieci inediti (Giugno 2017)

***
 
Fino a quando diranno vivi,
saprai molto poco di te.
Dei deserti conficcati, dei muri
che crollando, hai numerato.
 
E non in tempo, per esistere, non
nella tua di mente, ma naturale
da poter dir loro tacete,
restate qui, con me taciuti.
 
Così sapranno, chi sei, quando
un giorno, rose e piogge,
e piogge e rose non saranno,
e tu con loro, e lì la vita.
 
***
 
Come per esistere. Come
per cambiare. Per diventare
ancora uno, e infine dire
ci siamo, ci sei, non più io.
 
Sarebbe normale, e invece
le macchie, i fiumi, stracciate
le mani, tra due funi. Per dire
la morte, non ha nome.
 
Come per dividere. Come
a continuare. Tra i rifiuti
e i volti, i ricordi, qui
ma non così.
 
 
***
 
Chi è qui con me
io non lo sono.
 
Sarà di certo migliore
come senza di me.
 
Vivrà alla mia porta,
mi darà il suo filo,
 
ed io lo terrò tra le dita
per un po’.
 
Ma quando non ci sarò
vedrò come lui,
 
l’eterna finestra, accesa,
nei miei occhi ancora chiusi.
 
 
***
 
Non è che tu t’immagini
tra le fronde
ed io devo vederti passare.
 
O che anche l’anima debba ritrarre
un movimento, di un osso,
o la tua vera speranza.
 
Chi siamo noi per ricordare
se già il primo ricordo
ci ricorda ed annienta.
 
Noi non diventeremo
questo è quasi certo,
un raggio di sole o una stella.
 
Ma siamo qui, ora
e tutto ciò che guardiamo
è il nostro solo specchio.
 
 
***
 
Le nuvole sono sempre serene.
Disegnano felicità, avendo il loro cielo.
Come vorrei che le nuvole
 
mi somigliassero, come vorrei vedessero
in me il loro cielo. Perché io sono qui,
e con tutta la terra.
 
Questa nostra serenità, senza cielo
dopo le nuvole, questo nostro
mondo, come vedere,
 
dentro anche di noi, e la distanza
di tutta la terra, come sentire,
come volare, e non esserci.
***
 
Nella cuspide temporale nei mandorli
senza fiore echi di gelsi e vetri
siderali le memorie dove siederanno
gli orsi più antichi; e noi piangeremo
abbracciati, stretti alla fune spessa,
così cadremo nel balzo atemporale,
nel cerchio dischiuso, e una sola parola
dimenticherai, dimenticherai, dimenticherai…
(E i rami le ossa faranno solo questo).
 
 
***
 
Il nemico ha occhi bassi,
non ti guarda mentre paghi
la bolletta. Storce sul muro
la tua ombra, muove per te
le dita tra i fogli del giornale.
 
Il nemico ha occhi fidati, ti sceglie
sin dal primo giorno. Guida
le tue mani, e nel cervello ti cresce
quella rosa. Sarai la sua vita,
perché morirai.
 
Il nemico lo sa, per questo ti ama,
ti fa vedere lontano, col tuo corpo
qui fermo. Ti dà cinque o sei ali
e alcune e strane donne, e qualche
nome infedele, da non ricordare.
 
Il tuo nemico ti vive nell’ombra,
il tuo nemico ti lascia e ritorna.
Chi è il tuo nemico, tu non lo sai,
ma parli con lui giorno e notte.
Il tuo nemico ti scrive e sei bianco.
 
E tu sei lui, perché scrivi stanco.
Questo scrivere, fa il tuo nemico,
questo vedere chi sei e non togliere.
Il nemico che è qui ed implora
la tua vita per sé, e per chi non ne ha.
 
 
***
 
E vanno per le stesse strade
con gli stessi passi, gli animali morti
vivendo poco.
 
Così soli, nell’ultimo incendio,
in quei passi a ritroso,
sempre più pochi che il dio loro verde
 
li vede ma li lascia fuori,
sotto la luce dei boschi. E andranno
per la loro strada
 
tutti gli animali, vivi, se moriranno
con noi, se il nostro regno
è per loro
 
se udiranno anche il sole
al risveglio, e negli occhi anche il braccio
più amico, sopra le teste.
 
 
***
 
Quest’altro che sono
quando io ti guardo
 
dopo un po’ sembra te
perché tu mi pensi
 
ed è destino di entrambi
dover essere altro
 
è in questo specchio
l’amore
 
dove io sono te
se tu non sei più.
 
 
***
 
Come consentire alle tue idee sulla pianta
di bruciare dentro quel gioco
lì toccando il ruvido della linfa, se materia
e idea sono un fuoco solo
o se guardando dentro gli occhi della terra
la radice è il tuo unico indizio, il tuo
organo di suono che per sempre soffia;
 
ma tu devi dire, e dopo tacere
ciò che diventa la tua specie: muscolo
e poi sedimento, l’abisso vuoto
del vero restare. Tu devi dirlo calpestando
i fiori, dove saranno i morti, e così
più aperto il sentiero, e quel che sarà
tu perderai anche il silenzio.
in foto: (Bux e Janis) 
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