FRANCESCA DONO – da “Fondamenta per lo specchio”

ESSERE IL PROPRIO MONDO E NON MUTARLO
 
Brevi spunti sulla poesia di Francesca Dono
 
 
Mi sento di consigliare questo libro di Francesca Dono, “Fondamenta per lo specchio”, recentemente uscito per le Edizioni Progetto Cultura, nella collana NOE diretta da Giorgio Linguaglossa. Lo consiglio innanzitutto per l’originalità ed il coraggio con la quale Dono offre la sua poesia immaginifica procedendo per scatti, frammenti, ma non facendo mai una semplice lista, dunque non catalogando roboticamente, piuttosto dando un taglio al proprio tempo, e quindi al proprio inconscio attraverso un flusso mentale davvero sorprendente, sia per la sua combinazione di immagini, talvolta claustrofobiche, altre volte irriverenti, in certi casi perfino spassose, sia per il suo “freddare” l’istante, e dunque la scena dove si svolge l’azione, per sedare, propriamente, il corpo delle parole, e dar loro nuovo abito, nuova carne, nuovo splendore. Dunque ecco l’osceno della Dono, il suo stare fuori scena, ma ben saldamente al comando del proprio disperdimento. Perché la temerarietà di Francesca è anche quella di non prendersi sul serio, ma con serietà, quella serietà bambinesca di fare bene l’inconscio, si lascia andare in questo funambolico gioco-giocattolo che è la sua magmatica poesia, la poesia del suo mondo. E questo è un rischio che pochi, oggi, hanno la qualità di prendersi. Di essere il proprio mondo e non mutarlo. Auguro a Francesca ogni bene, e tanti auguri per il suo futuro, sicuramente radioso, di poetessa.
 
 
Antonio Bux
 
 
6 poesie da “Fondamenta per lo specchio” (Edizioni Progetto Cultura, 2017)
 
 
– il pigiama –
 
il pigiama appoggiato allo schienale.
 
Non ha tempo la rocca – vulcano
dentro metri di scarna maiolica.
 
Rombi sul pigiama.
 
L’ orto botanico discendeva per lucidi paradisi.
 
Spingo il timone.
Senza acqua la vodka nel tuo bicchiere raggelato.
 
Ci prestano gemelli in antimonio con ombre di fuoco.
 
La pronuncia del Muto si disperde.
 
Cose sul tavolino. Una vecchia rivista nel soggiorno.
 
Quasi una luce nel cono trasparente.
 
Mi addormento borghese.
 
 
– la foto della nonna –
 
troppe baracche del lontano sisma_dicevi.
Nonna Concettina dietro un finto piedistallo
fugge dai limoni e dalle fronde di seppia.
La foto ha lo stucco sotto la crepa. Lei appare
insatura accanto al doppiopetto giallastro
di un estraneo senza baffi.
I morti dell’addio e di sempre.
Mi liquido con i bastardi.
Diluvia o è solo una manciata di rimbalzo?
Di te l’evanescenza nella veste-grembiule dai
fiori cilindrici.
La forcina si annoda nel crocchio degli spettri e di mille parole.
È poco il fondo. La cristalliera-contadina.
ancora un ripiano. La tazzina buona. Nel tedio un piattino
[d’argento.
Spargevo senza stelle.
Tu lamentavi: ci fosse un dio-mosto da riempire le botti di
[castagno.
Cerbottane veloci. La palamita con la farcia andata a muffa.
 
 
– la casa di anna –
 
la casa di anna nel doppio manicotto di tre vetri stagni.
Lungo la costa giungo con sassi paleolitici.
Non oltre i claustri di altamura.
Una vivida bambina fa gestacci in una stanza.
L’intarsio ha la boiserie in fiori oro-olio.
Sei tu che mi fai tutt’uno al piano della città indecisa?
Svoltano velivoli per la sabbia infinita.
Loro ci guardavano dalle facciate di vetri
[barocchi.
Un dio fannullone con la carriola per sgocciolare
[sangue.
 
Stelle di muschio.
Pavone genera pavone.
Tu esisti dove ogni mio luogo sparisce.
 
 
– il salasso –
 
il salasso.
La pienezza della vagina davanti ai tuoi duri testicoli.
Dammi l’uccello Mr. Bloom. Volatile l’oscurità.
Mi sciacquo con la tua sega triviale.
Finiamola_ splendido maiale. riempimi la bocca d’acqua
santa.
Più di tutto l’orgasmo per sbavare e fuggire tra i morsi colati.
Va bene_ Mr. Bloom_ lancia una banconota.
In me la prostituta insoddisfatta. Lo prometto.
oscurità segreta. Il calco intero sul lenzuolo.
Tutto Mr. Bloom
 
 
– Eliopoli contro il vetro –
 
semi senza sembianze.
Di là picchiava la grandine.
C’era un budello con gli uomini e il borro-bersaglio
dentro la terra sabbiosa.
Vengo a vangare l’averno.
Il bestiame bruca tra ruderi i carboni
di ogni tramonto. Sulla branda di carne
il tuo fiore minuto.
Eliopoli contro il vetro.
 
 
– odisseo –
 
il sole a finire.
Consuete civette frullano
dietro le transenne assetate. odisseo ha
lo scalpo affievolito. Due fanali ombrosi alla chiglia voluttuaria.
Nessun suono.
anche tu sulla ruvida nave
con la stoffa azzurra sotto la spalla.
Mi prodigo nel lembo di un gonfio ingorgo.
Un poeta è caccia del cinghiale.
Lasciare il cavallo di Troia nella luce della nebbia.
Una biondina col fiocchetto sul blocco di cemento.
Lenti galleggianti fino all’orizzonte.
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