BORIS RYZHY – 9 poesie

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Boris Ryzhy (1974 – 2001) Boris Ryzhy nasce a Chelyabinsk, in Russia, l’8 settembre del 1974, in una famiglia dell’intellighenzia locale. Inizia a scrivere versi all’età di 14 anni e nello stesso periodo si aggiudica il titolo di campione regionale di boxe. Nel 1992 appaiono le sue prime pubblicazioni su Rossiyskaya Gazeta, il più importante quotidiano nazionale. Dotato di grande talento, fascino e dolcezza, si sposa all’età di 17 anni con la sua compagna di studi, Irina Kniazheva. Nel 1997 si laurea alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali. Pubblica diciotto articoli di ricerca scientifica sulla struttura della crosta terrestre e sulla sismicità degli Urali e della Russia. Nel 1999 riceve il Premio letterario Anti – Booker. Vive a Ekaterinburg, lavorando come assistente di ricerca scientifica all’Istituto di Geofisica e collabora con il giornale “Ural”. Nel 2000 la Fondazione Pushkin pubblica una sua raccolta dal titolo “E cose così”. Il 7 maggio del 2001 si toglie la vita, impiccandosi al balcone di casa. Lascia moglie e un figlio.
 
ryzhy
*
 
Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l’estate.
Due lampioni piangono l’estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all’alba,
poi lasciami.
Rimasto come un’ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po’,ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò.
 
*
 
Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell’autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).
 
 
*
 
Da cinque anni ormai non sogni più
che scopi, ti svegli per la noia, vai verso
il gabinetto e – allo scopo di farti
la barba – infili il tuo proprio ritratto
nello specchio e indietreggi:
e questo chi sarebbe, chi è?
Magro, con la barba lunga. Sei tu!
Lo specchio di fronte, un labbro rotto,
i nervi a pezzi, ma sempre il bello,
l’altero e allegro Boris B. Ryžhj,
che cosa priva di gusto sarebbe, ora
tagliarsi le vene con un innocuo rasoio.
 
*
 
Una nave smaltata
L’oblò, il comodino, il letto.
Vivere è difficile e scomodo,
però è comodo morire.
Sto disteso e penso:
forse queste lenzuola bianche
hanno avvolto colui che oggi
se n’è andato all’altro mondo
Il rubinetto gocciola piano.
La vita scarmigliata come una puttana
appare dalla nebbia e vede
il letto, il comodino
Io cerco di sollevarmi un pò
Voglio guardarla negli occhi
Guardarla, mettermi a piangere
e non morire mai.
 
*
 
Inizia a nevicare. E incontro al movimento della neve
Si leva nell’alto – parola antidiluviana – l’anima.
Tutto – su vita, poesia e destino dell’uomo
Non serve più pensare, siediti, e fuma, senza fretta.
Accendo una sigaretta, accovacciato, come un urca finito
Io, finché sono vivo, non ho bisogno delle tue chiacchiere
E quando dopo morto diverrò un bellissimo poeta,
Eccoti, per epigrafe, un verso per il tuo scritto su di me:
nevica e smetterà di nevicare, e si colmerà di luci il cielo,
E che sui monti degli Urali discendano codeste luci.
Sono passato sulla tangente, ma senza contrastare i cieli,
In questo punto di tangenza – le mie lacrime e i canti miei.
 
 
 
*
 
Come una farfalla nera – il cappio al collo.
Abbandona lo spirito un inutile corpo:
Allo spirito – l’eterno, e al corpo – la terra.
Il tempo si è spezzato. La vita è volata via.
Pioggia sulla grondaia – temporale di maggio
Porta via le concrezioni dai fumosi Urali.
Nella finestra le betulle spalancano gli occhi,
E le foglie delle labbra sussurrano: “È poco, poco…”
Come una farfalla bianca si libra l’anima
Sopra il verso, interrotto dall’incrinatura,
Sembra smuovere nuvole di parole…
Perché il verso si concluda con un punto.
Dei libri postumi vive le voci.
Fece tutto quello che gli disse la vita.
L’anima se n’è andata nei celesti boschi
Eppure, com’è poco… poco… poco…
 
 
*
 
Un violinista – dalle mani bianche neve,
Dopo che sui tralicci si accomodarono gli uccelli
Spaventevoli, ci suonò una dolce musica –
Solo che non chiese a noi.
In un giardino qualunque, cappello di feltro
A tesa larga, dal filo nero.
E gli gocciolava di continuo qualcosa –
Per il vento, – da un ciglio –
O per l’abitudine?
Cercammo di applaudire, ma – di nebbia –
Dal cuore non staccammo le mani noi.
Distrutti – divenimmo – strani,
E le foglie del giardino divennero scarlatte.
Ah, se solo i suoni non ci avessero toccato,
Al violinista noi avremmo cacciato grana.
È cosa unica – note, corvi – ripeteva
Quando siete morti.
 
 
*
 
Dettami versi d’amore
Sii d’animo un po’ disonesto.
Il mio cuore cattivo e freddo
Fa’ esplodere con un sorprendente verso.
Raccontami semplici parole
Fa’ che mi parta, girando la testa.
Nel parco umido le teste bianche,
Sorridendo, scuotono i ragazzi della mala.
Si meravigliano: quanti anni hai?
Tu fratellino, per natura, sei un poeta.
Tutto questo è accaduto a te
Per il tuo racconto non c’è prezzo.
Sorrido, facendo fuori un bicchiere
Alla fortuna, e lo nascondo in tasca,
Stringo le mani ruvide,
Nuoto via nella nebbia, ondeggiando.
Metto tutti i puntini sulle i,
A me – per le bugie, ardere nel fuoco,
Ma è già pronto il posto nel Paradiso
Per voi – per fede alla mia vocazione.
 
 
*
 
Serge sognava di emigrare
ma picchiò sul muso un piedipiatti
e la cosa finì in tribunale.
Bob è morto, Vadim bruciato,
adesso sono del tutto solo,
come l’ultima merda in natura.
 
Vivo a malapena, a malapena respiro,
non conservo quello che scrivo,
accendo Bach tutto il giorno,
alle finestre volano le foglie
appena appena
e di fronte alla morte non c’è paura.
 
Dove sei tempo passato
quando ero ubriaco senza vino
e dalla buia casa dello studente
facendo un inchino alla guardia
mi allontanavo, come Apollo, inseguito
dalle muse della facoltà di chimica.
 
Fermavo un taxi. Portami
dove ti pare, corri, vai.
Abbracciando con una mano Ira,
per esempio, e con l’altra,
poniamo, Olja, me ne volavo
sopra tutte le schiocchezze del mondo.
 
 
(versioni di Gironi, Stepanova, Ferraro e Martini)
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