ANTONIO BUX – estratti da “Sativi” (inedito, 2017)

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INTRODUZIONE DELL’AUTORE AL SUO LAVORO “SATIVI”
 
 
Faccio una premessa, prima di presentare questo estratto del mio ultimo, e unico, libro inedito di poesia, intitolato “Sativi”. Da sempre, la peculiarità delle mie raccolte di poesia è stata quella di presentare una poliscrittura, oscillando tra loro componimenti di diversa natura, struttura e sostanza. Questo libro ne è un’ulteriore esperienza. Altra pecualirtà di quasi tutte le mie raccolte, è quella di presentare “una poesia nella poesia”, alternando due componimenti nello stesso periodo, presentando uno in corsivo su margine sinistro ed uno in tondo su margine destro. Anche in questo libro vi sono episodi del genere. Detto questo, il libro si divede in 6 sezioni, tutte formate da 25 poesie l’una (tranne quei componimenti appunto binari, di cui dicevo poc’anzi). La prima sezione, “Sativi”, presenta delle terzine secche, dai toni quasi epigrammatici e aforistici, ed è una sorta di breve riflessione sulla natura umana, ridotta ad un’esperienza sempre postuma. La seconda sezione, “Diario d’ali”, alterna invece poesia raggruppate in distici, sestine e così via, che vogliono rappresentare quella parte “effimera” del pensiero, quella appunto più leggiadra, senza mancare mai però di un pizzico di oscuro. La terza sezione, “Claustrofobiche”, si divide a sua volta in due sottosezioni (“Monofonie” e “Plurisilenzi”), la cui prima parte è contraddistinta da sestine dai versi quasi alessandrini, dove l’esercizio poetico è inteso come mero ritmo sonoro; mentre la seconda parte è formata da distici e quartine, ed evidenzia una ricerca, sempre ritmica e sonora, ma meno fredda, più vicina alla vita delle cose. Dalla quarta sezione in poi, i versi tendono ad essere più liberi e prosastici, meno ingabbiati e più lunghi, più colloquiali. Così, la quarta sezione “Conoscenza del dubbio” offre, al suo interno, un mini ciclo di poesie piuttosto riflessive, intimiste, ma anche poesie più colloquiali, tendenti al ragionamento sempre d’ispirazione filosofica e panteistica. Nella quinta sezione, “Metodo di avvicinamento”, che racchiude i testi più recenti della mia produzione, già dal titolo si evince lo scopo della stessa: ossia quello di giungere al cuore della vita, tramite una più semplice ricerca e struttura di comunicazione. La sesta ed ultima sezione, “Cellevive (Il guardiano di Ponente)”, merita un commento a sé; trattasi di una specie di poemetto dove si racconta di Cellevive, ipotetico paese di confine, dove vi è un cimitero, ed il suo guardiano, Carlo Querques, chiamato qui guardiano di Ponente, che fa da anfitrione ai morti, morti che sembrano non voler morire, e ai presunti vivi, che sembrano invece già morti. In realtà Carlo Querques è egli stesso un fantasma, alter ego gemello di Attilio Querques (che comparirà in una poesia con sua figlia Laila) il protagonista dei miei romanzi ancora incompiuti, per ora solo abbozzati. Il poemetto parte con lunghe poesie prosastiche, per poi stemperarsi verso la fine, redendo il tutto con tono elegiaco e terminando in maniera quasi minimale, irriverente, parossistica. Per quanto riguarda invece il titolo del libro, “Sativi”, viene appunto da Sativo – aggettivo che indica qualcosa adatta a essere coltivata, seminata (terreno, campo sativo, piante sative, ecc.). Per il mio blog anticipo, oltre a questa disamina, tre poesie per ciascuna sezione. Questo è tutto. Grazie per la comprensione. 🙂
 
A presto, Bux
 
 
dalla prima sezione “Sativi”
 
 
14.
 
Acqua risorta
nella morte
uno specchio
 
 
24.
 
Se una domanda
ritorna per sempre
la sola risposta
 
 
25.
 
Fine non è
esserci più forse
sapersi consumati
 
 
dalla seconda sezione “Diario d’ali”
 
 
1.
 
Mordo una pesca
succosa
 
somiglia alla vita
che non ho in mano
 
com’è bella la felicità
del morso
 
senza la pesca
 
 
8.
 
Vivono di bugie i rami
guardali attraversare l’aria
 
come questi mentono
così le foglie così i fiori
 
muti tra le corolle
 
umane di cervelli d’alberi
e sentieri donne
 
 
23.
 
Aggrappati alle mele
avete mai visto voi
 
così tanti serpenti
addolcire il veleno?
 
Vorrei essere stato Eva
per cambiare il pene d’Adamo
 
e farlo liana d’azoto
 
 
dalla terza sezione “Claustrofobiche”
 
 
(da “Monofonie”)
 
7.
 
Il vento verso sera soffia dentro
l’atmosfera condensata o nel ricordo
e non in tempo vi misura la sua pena
diventando prima fuoco poi chimera
ma quel vento verso sera che rientra
come fioco in ogni ombra della terra
 
 
(da “Plurisilenzi”)
 
1.
 
Verrebbe da ridere se la pioggia
ah se la pioggia venisse dalla terra
quante risate guardando il cielo
riempirsi di specchi sul fondo
 
 
11.
 
Ho sognato un gigante
così grande che ero io
ma ero troppo grande
in sogno per vedermi
 
 
dalla quarta sezione “Conoscenza del dubbio”
 
 
*
 
SE NON HO AVUTO UN PADRE
è perché sono senza figlio. Una crescita
sola si distingue come il ramo dall’albero.
Trasmigra dentro un nuovo frutto. Così pare
dimenticarsi il sole dell’eterna luce quando
contro di sé la rigenera. Ma forse nell’occhio
lucente di chi sarà dopo potrà esser di nuovo
prima del suo buio assoluzione verso l’alto
 
 
*
 
SE UN DESERTO È CHIMICO
fa sabbia due volte. Nelle sue cunette
annida più demoni. Ma non pecca
oltre il sibilo della serpe che muta.
Nutre il vento, sospinge uno stormo
di corvi verso il volo vero. Crea falde
concentriche dove beve l’uomo e fa
la sua donna bianca. E il bacio fluido
fiume trasparente. Però giunge presto
il deserto e colora troppo. Chi non lo
sa, vive sognando eremiti. Mai la verga
piegata o il bastone gravido. Suona solo
un tempo di specchi, o finge vigliaccheria
per stringersi al gregge. Ma nel deserto ciò
che è del gregge si dissolve. Resta la mano
complicata che scende verso il vertice del
fuoco. Presto si sveglieranno i suoi draghi
 
 
*
 
21-03-2015
 
Prendi come criterio il bosco
che hai sempre desiderato
dove brucia e perché lo sai
 
ora tutto dentro la fiamma
in te stesso
nella gomma della radice
 
ecco il criterio adulto
fondato sulla combustione
della viva sorgente gialla
 
(ciò che non toglie felicità
ma la espande in cenere
per i fuochi dove verranno)
 
 
Qui non dorme più nessuno. Eppure
gli occhi non comandano, non
dirigono la mente o il corpo verso
l’alta definizione. Però si sogna,
ognuno sogna a vuoto, di andare
comunque, nel rimpiazzo delle nuvole.
Dove ogni saluto è aria che si sposta,
aria che fa massa, aria un po’ più eterna
se si saluta sognando, se è un sorriso
di sogno o solo un’eco il risveglio coperto.
Ma è un’eco, laggiù, il saluto che ci sveglia?
Qui non dorme più nessuno. Si dovrebbe
sbadigliare paralleli, o sbagliare atmosfera
baciando, perdersi come in un sonnifero
troppo dolce: chiuso l’occhio, aprirlo insieme,
scendere lentamente sottobraccio, nell’eclissi
 
 
dalla quinta sezione “Metodo di avvicinamento”
 
 
UN UOMO CHE SOGNAVA
 
Un uomo che sognava d’esser poeta
ma senza ali, con sorrisi come bave
di piccione. Un piccolo uomo, poco
sofferto, una pietra in nessuna tasca,
un uomo piccolo con poco sguardo
ma solo piccole cesoie vagabonde
chiuse al lutto di una caverna.
Le luci che su quell’uomo parlano
ora sono la poesia che si scriverà
sui muri dei poeti togliendo semine:
loro alimenteranno, senza volere,
e il piccolo uomo dormirà specchiato.
Questo è il cadere del taglio, questa
la pietra che non muterà. Così
tanti piccoli uomini fanno poesia,
e tante piccole cose sono distanti,
e ogni uomo è caverna, e la poesia
un’ombra; e ogni poesia sa di luce
sottratta, e i piccoli uomini sono più bui.
Ma verranno piccoli scritti, dove sbiadire,
ancora non scritti, forse inumani. Ma
un uomo è soltanto la sua umanità,
e chi lo scrive è un piccolo uomo,
chi lo scrive ora è pietra e il suo nome
è distante. In ogni piccola cosa lui tornerà
 
QUANTI NOMI HA UNA TERRA
 
Quanti nomi ha una terra, e quante pietre
con gli stessi nomi; e andranno
per molti giorni e dopo di questi strati
ancora nei giorni
per i nomi che non ci sono. Ma quante
piccole pietre formano i nomi
e la terra, quanti piccoli amori! E saranno
gli stessi, per giorni e ore, e per le notti
dei signori! E dopo questi strati
saranno ancora terra, in nome
della lotta, per la pietra
senza nome. Ma quanto
di questo amore, signori,
è solo terra, quanto di questa
pietra ogni giorno fa la lotta!
Che tornerà, e sarà giorno,
e per molto tempo
sarà l’ora, per molti strati
di essere amore
 
 
IL PAESE DELLE FAVOLE
 
Sei andato nel paese della favole:
non andare nel paese delle favole;
se la tua favola è un paese, non
andarci! Vivi il tuo paese senza
favola. Una volta eri favola,
non tornarci! Perché una volta
che sei in paese, sai che ti
trasformano. Allora scendi solo
per la piazza! E grida: non sono
favola! E dì al paese: ma quali
gnomi, se siete nomi! Torneranno
vedrai, così le favole, buone, così
le favole, di ogni paese, e tornerai
tu buona favola, che si immagina
 
 
dalla sesta sezione “Cellevive (Il guardiano di Ponente)”
 
 
PARLA IL GUARDIANO DI PONENTE
 
Il dono analgesico, le tempeste
che aumentano il riverbero
oscuro e la terra; da qui si vedono
i blu e le acacie, le reti
delle palafitte, tra le fosse
splendenti le ossa mentre piove
dalle transenne. Da qui è l’odore
nuovo di un morto, nella cassa
intarsiata il suo nome d’oro
è come la polvere, un sole
sereno. Passandolo al tempo
sotto le ghiaie, per i cunicoli
freddi, dove apro le grate sento
lui dirmi: “Faremo ancora colazione
nei campi, sotto le basse scorie
dei cieli, sopra i tetti presi d’assalto,
noi corvi, noi gechi reali, noi cardi
dell’esistere e del respiro, noi figli
di nessuno; colazione rape e miele,
e ancora odore di nuovo, di alcuni
eroi che splendono sulle lapidi, ecco
chi siamo, tra le mandibole sonore,
ecco le orse minori, ecco perderemo,
ecco sapremo piangere il perdono”.
Io gli leggo in fronte la caduta
dal quinto piano lui voleva vedere
la neve di chi ha sudato vivo, lo zodiaco
di chi non ha avuto, io lì vi leggo il suo
nome: Giovanni Inicorbaf, un quasi
dottore, un quasi manovale, un morto
nuovo, che da qui sarà senza timone
a testimoniare il più piccolo fuoco. E ora
io gli bagno il capo, io gli mostro la luce,
io gli apro le mani e lo lavoro, io gli dò
un’aggiustata alla buona, io lo saluto,
e lui mi saluta tacendo, ché siamo soli
e nuovi, noi morti che si aiutano siamo
soli e di tutti, noi morti siamo i soli
invernali, noi morti siamo dell’inverno
e dei morti che nei morti rivivono…
 
 
OTTAVIO E GIANNA
 
Gianna dorme tra i frassini,
è morbida come la neve
Gianna che amava perdersi
dentro le pietre tra gli oleandri
quando Cellevive era Novembre
e Gianna sognava la polvere
viola danzare sui tetti
coi topi per le grondaie
a ridere e Gianna
con suo marito Ottavio
il barbiere, faceva passeggiate
a rincorrere allodole, Gianna
che sapeva perché la pioggia
è in tempo la sua solitudine,
la pioggia calda sui marciapiedi,
la pioggia fantasma sulle scarpate,
la pioggia come un ricordo Gianna
lo sapeva che la pioggia è vita,
e Gianna vi moriva dentro la pioggia
di un Venerdì strappato all’amore.
E ora Gianna dorme sospesa
e i pini le ronzano i seni, i pini
strappati alla vita, e alle ali
di Ottavio, che alla fine del mese
viene a baciare la pietra di Gianna
ruvida, la pietra senza più nome,
la pietra che brucia strappata,
e Gianna pare svegliarsi, pare
che Gianna sia ancora a sognare
con il suo Ottavio le rondini rosa,
le rondini che strappano il cielo,
le rondini di ogni destino.
Io li vedo insieme volare, da soli
io li vedo e sono di pietra, io continuo
a vederli ridere, ogni fine del mese
senza più strappi io li vedo piovere
 
 
IL PITTORE SENZA FAMA
 
I teschi, folgorati, rotolano
sulla luce del pavimento. Le
formiche vi studiano la chimica
andata a male, l’impronta
ancora fresca della mazza. Com’è
chiara la brezza che sfascia
i corpi quando amano a notte.
Penso a questo e a quanto sia
del soffrire stare qui sul Colle,
a Cellevive spolverando
tutto il giorno le carcasse
lisce, le carcasse sotto le bare.
E penso che la sofferenza sia la manna
perché del peccato giova i corpi
e nei corpi brucia il mandato.
Ma poi penso a quanto sia sbagliato
morire colpiti da una spranga o andare
a piedi nudi a elemosinare, senza
chiedere armistizio, senza potere
biologico avere qualcosa
per dire “sia stanca la morte”.
Voleva questo, pare, Giuliano
Antenozio, pittore senza fama,
pittore che con la fame dipingeva,
tra le sue nocche vedo le trame
di un quadro di mosche rosicanti
la merda della sua tana. Se ne stava
così tra i liquami dove guariva
lo spazio mentre veniva fatto a pezzi
dallo zio. E quella testa di Giuliano
ora rotta così intaglia per gli ioni
delle farfalle notturne il volo
atrofizzato e i rivoli, e così le ore,
la sua testa che asciugo con i vermi
e le sue guance che spariscono
 
 
 
***
 
Antonio Bux (Foggia, 1982). Suoi lavori e recensioni sono apparsi in numerose antologie (tra le quali InVerse 2014/15 – Italian poets in translation, a cura di Brunella Antomarini, Berenice Cocciolillo e Rosa Filardi, John Cabot University Press, Roma, 2015), e sulle pagine culturali dei maggiori quotidiani nazionali (come Corriere della sera e L’Unità) oltre che in diverse riviste (tra le quali Semicerchio, Italian Poetry Review, Poesia, L’Ulisse, La Manzana Poética) e lit-blog (come Rainews, Nazione Indiana, Poesia 2.0, Otra iglesia es imposible) sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi testi sono stati tradotti in varie lingue. Ha curato la traduzione del libro Finestre su nessuna parte (Gattomerlino Superstripes, Roma, 2015) dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che la traduzione di testi scelti di autori ispanici tra i quali Leopoldo María Panero. È autore di vari libri (tra i quali Trilogia dello zero, Sistemi di disordine quotidiano, Un luogo neutrale, Kevlar, Naturario, 23 – fragmentos de alguien, El hombre comido), due dei quali, scritti direttamente in spagnolo, sono stati pubblicati in Argentina. È risultato vincitore e finalista di vari premi, tra i quali il premio Iris di Firenze, il premio Piero Alinari, il premio Città di Minturnae e il premio Lorenzo Montano. Dirige il blog Disgrafie (antoniobux.wordpress.com) e, per le Marco Saya Edizioni di Milano, due collane di poesia e di prosa.
 
 
 
in foto: Androgynous – Remedios Varo (1908-1963, Spain)
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