CECILIA SAMORÈ – Inediti

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DEL GIOCO E DELLA FORMA
sulla poesia di Cecilia Samorè
 
Una poesia che non gioca (ovvero, che non si prende gioco di sé) non potrebbe essere poesia, dato che poesia è soprattutto un “sentire il bambino saggio” che è in ognuno di noi. Perciò poesia è qualcosa di consapevole, che nella forma assume consapevolezza di sé e del mondo, ma che poi, giocando con la vita, si bilancia rendendosi canto, ossia delirio. Di poeti che ascoltano il loro niño interior che canta, ve ne sono, certamente. Poi, come ovvio che sia, ognuno ha le proprie forme, e le esprime attraverso un sentire differente. Ma il gioco è comune. Ci sono poeti in Italia (e mi viene da pensare a nomi come Cristina Annino, o anche Gian Piero Bona, Valerio Magrelli, Pietro Roversi) che hanno fatto della forma dialogica e cogitante – spesso anche intrecciata di rime sia baciate che interne – quel gioco che però mostra anche il suo essere bambino, ossia spettatore allucinato e sorpreso dalla propria forma e dalla forma che il mondo assume in quel suo fondo, in questo suo ritmo. Ed è quello che avviene anche nella poesia di Cecilia Samoré, dove la cadenza sincopata si accosta ad una quotidianità resa viva, reale, e perciò dura, dolorosa. Ma è qui il gioco: arrendersi all’esercizio lieve della forma di queste poesie, trattando però tematiche delicate ed importanti. E questo Cecillia Samorè lo fa, con estrema precisione, rendendo il suo dire come un canto snaturato, giocando ad essere un cigno nero che si piega nel suo stesso becco sperando d’arrivare all’acqua più pura, più incontaminata della parola, che qui, in questa poesia, è davvero fonte inesauribile di forma, di angoscia, ma anche di canzonatura, ovvero di stridere, ed è questo a renderla umana, e dunque, perfettamente reale.
 
 
Antonio Bux
 
 
10 poesie inedite di Cecilia Samorè
 
 
I.
 
Se tu fossi la notte io
t’andrei
in cielo fuori e dentro in terra,
giù alla fonte
e su al contrario.
Dico meglio: togliamo
di mezzo le stoffe e i capelli persino.
Ancora meglio: viviamo
altrove il quando e il dove.
So
ma che importa ora pensare!
Di più dirò vicina al fare.
 
 
II.
 
ITALIA
 
 
Cerco d’essere. Fan meglio in molti.
Agli amati mi presto e loro mostro
le vie a me destinate,
un capo, coda, appena un’isola,
scovata preziosità d’amante.
Sta il diamante in corpo alle città,
vergine e devoto
come il servo risparmiato alla cucina
o al cesso,
che dorme nolente.
 
 
III.
 
Poggio la mano sul petto:
c’è un picchio che fa scandalo.
E spingo
il piede sull’acceleratore: sono omosessuale.
 
Se segno d’un errore ne è il rumore
non è il caso di dire
che è la frutta
a stare nel vassoio capovolta.
Non dite puttanate come questa.
 
Avete mai visto le quattro stagioni
ai cento metri piani?
Siamo quattro vite a cena: da quando
d’amore si fa a gara?
Proprio ve ne avanza? Non c’avvelenate la pietanza.
 
Chissà se è più ridicolo
ch’io porti una cravatta
o metta al contrario una maglietta.
O che alla strana donna
scivoli il vestito sul corpo di gomma,
mentre un amico urla nel sonno <<ho bisogno
di fuggire lontano
voglio uscire da me
aiuto>>.
 
Si spia l’arcobaleno da una stanza:
non spedite cartoline con su scritte
le nostre quattro lettere.
Quando la vita cena
spingo sul pedale
affinché voi sappiate
che moriremo assieme.
 
 
IV.
 
Nel sogno sono all’ospedale, ossessionata
da piramidi e giostre pericolose,
tipo i calci in culo.
Sono come una farfalla nel nulla,
solo che sono morta,
fulminata da una prolunga in acqua.
Prima di chiudere gli occhi ho visto
una barba grigia, bianca,
la periferia lontana un quadro
di spine illuminate,
il dente di leone, un palo qualsiasi,
tutte scie di sangue senza nome.
Allo zoo non c’ho visto più, alla fine
ho contato otto cavalli.
La frusta brucia, un serpente al sole, più avanti
ancora le macerie del terremoto, un mosaico
di bestemmie.
Ma io volevo solo fuochi d’artificio.
Nel mio sogno volo
come il quadrante di un orologio, e il mio stormo
è un labirinto colorato
come l’inquinamento sulla città
che scompare.
Le scimmie testimoniano l’odio.
Nel mio sogno sono su un’amaca e rido.
Volevo dimenticare i complimenti
e donare gli organi salvi,
eco di un addio nel vuoto.
Ero una bella donna prima dello stupro.
 
 
V.
 
Diffido: dal punto traggo già
la frase dopo.
Mi spia un vicino
preoccupato, – Sto mangiando
-la mia casa- e non ho tempo -.
 
Suppongo la Terra una menzogna,
valle di garbo fra spiriti polari:
a norma è neanche il clima,
tradito da se stesso in poche ore.
 
Dici –Ora! – per parlare.
Grido sempre in conseguenza
del mio essere eccezione.
 
 
VI.
 
I punti cardinali sono quattro,
mai visti.
Per me son solo passi, semafori rossi
e paradossi:
perdo i sensi nella vita
così lunga – un premio per me stessa –
per quale fame, questa!
 
 
VII.
 
Scienza! Sempre inesperta
nell’uso di pesi e morbosa
madre generosa:
dai case ai bisognosi,
invadi le stanze a vuoti numerati.
 
Tre due supera d’uno: è quanto.
Ma come s’è
se uomo e uomo soli
li vuoi illogico amore?
Son più che fosser tre
a odiarsi o darsi impiccio: sappi come.
 
O forse credi uguali gli asessuati?
Son uomini contati!
La donna piegata la dici a novanta:
se quella in piedi scatta
come ama non sai dire.
 
 
VIII.
 
Semi confusi nella terra il giorno: ore
prive di sapere – credere è più -.
 
E fossi un animale nella strada di scale,
quattro passi di poco passato,
mai nominerei le case,
che sono senza fine.
 
 
IX.
 
Cammino,
e la mia ombra mi cammina di fronte,
e la luce la sposta.
La vita è l’ordine femminile delle cose,
un grazie a caso le parole che partono,
il foglio col pagliaccio che scivola
sotto la porta,
la mossa della carta onnivora.
Il cuore non si specchia nell’invincibile
giacca di pelle,
si abbina a lei
come la spugna bagnata alla boa,
come l’aria alla doppia elica, il fuoco all’avaria,
il suolo a questo tacco.
 
 
X.
 
Respiro ancora, che serenata.
Il caos
fuoriesce
dal corpo.
E non so chi sono
ma penso che il dolore circola
come una foto distrutta
inutilmente.
Sì, la gente fa l’amore,
perché le lingue vorrebbero fare le capriole,
spuntare lentamente un ovale,
commuovere
il giorno che deve tremare.
 
 
Cecilia Samorè (Velletri, 1990) scrive dal 2010. Ha studiato filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Ha scritto e articoli di filosofia del linguaggio, estetica, semiotica, logica. Ha fondato il blog di critica letteraria Spazio Virtuale Occupato. Nel 2014 il suo racconto “Controllo periodico” è stato selezionato per il concorso 8×8 dello Studio Oblique. Suoi componimenti sono apparsi, tra gli altri, su Italian Poetry Review, Poesia 2.0, Samgha.
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