INTERVISTE: Massimo Sannelli

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1. Caro Massimo, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Con te vorrei fare un’intervista meno convenzionale. Ti direi, domàndati da solo, che tanto non sappiamo le risposte. Purtroppo io ci sono, e dunque partiamo subito male: in un paese come L’Italia, che è in via d’estinzione, a cosa servono i poeti, se mai servissero? O a cosa serve l’Italia? Ecco, riformulo la domanda. Cos’è l’Italia?
 
 
MS: L’Italia ha avuto la funzione di educare e unire il Mediterraneo. Naturalmente è stato un atto di violenza, ma – come dicono i rivoluzionari di Brian di Nazareth – i Romani hanno fatto tutto: scuola, strade, fognature, acquedotti.
Oggi l’Italia è la prima candidata all’estinzione del suo tessuto originale. Il suo tempo è scaduto, e la demografia italiana parla chiaro, se le interpretazioni sono giuste.
Bene: senza italiani – bianchi e cattolici, mafiosi e faziosi – non ci sarà più l’Italia, ma un ibrido che si normalizzerà nei secoli. Nessun poeta pensa da demografo, e allora si scrive in ritardo, parlando genericamente di un “popolo futuro”.
Così non si scrive sublimando l’estinzione (sarebbe santo) o contro l’estinzione (sarebbe dignitoso), ma ignorando l’estinzione.
 
 
2. Sulla scia della prima domanda: mi hai detto di aver rinnegato totalmente la tua produzione poetica precedente al 2013, ossia la tua radice. Tu sei un artista poliedrico. Spazi dalla letteratura alla musica, fino ad arrivare alla cinematografia. Dunque ti chiedo, dove finisce in te la poesia, e dunque l’arte, e dove inizia l’uomo (o se vuoi viceversa)?
 
 
MS: Totalmente, sì. O il rinnegamento, sano, o l’autodistruzione, che è sana solo in mancanza di meglio. Io ero la parte visibile di una radice malata. Ero servo di alcuni demoni – cioè di alcuni rapporti umani – e la mia poesia era servile, oltre che devastata e disperata. Era anche ambigua, perché era musica senza musica. PRIMA.
POI mi sono curato, evitando i medici, perché la malattia era nei rapporti e nel male di vivere. Ho costruito un corpo nuovo e – per forza di cose – il parassita sociale del vecchio corpo è morto. Sono morti i rapporti e sono morti i testi degli altri. Dove finisce la poesia, in me? Sarebbe più giusto chiedere QUANDO e SE finirà.
 
 
3. Ancora sulla tua poesia, e sul tuo modo di esistere: qualcuno a noi caro diceva “l’arte è tutta borghese”, dunque l’arte è manierata, è una maniera di fare. Come sappiamo in Italia la borghesia è uno sputo di piazza, ormai, e nessuno fa più niente, a parte i mascalzoni. Ma non ci sono più i mascalzoni di una volta. Non c’è più classe. Dunque ti chiedo, per quali ragioni l’arte, oggi, ha bisogno di essere ancora borghese, se la piazza “sputa in cielo e poi in faccia gli torna”?
 
 
MS: I borghesi servirebbero solo come finanziatori, ma non finanziano niente. I poeti di 40/50/60 anni sono poeti borghesi, e se io oggi sono conosciuto – anche se non sono borghese – è perché sono stato considerato un amico dei borghesi, in particolare dei borghesi romani.
Poi ho rinnegato gli amici, e quindi i rapporti, e quindi la mia poesia.
Non è possibile essere conosciuti se non si è borghesi. Certo, uno può essere come Valentino Zeichen, a condizione di assumere un’apparenza epicurea e pazza, e di essere pagato dai borghesi, come un clown. Zeichen scriveva poesia d’occasione. Ha fatto bene, perché era una poesia degna dei finanziatori. La prostituzione pagata è molto più dignitosa della borghesia pagante.
I poeti borghesi non sono strategici. Se i poeti borghesi fossero strategici si comprerebbero una fama migliore di quella che hanno ora. Ma non osano. I borghesi non spendono più di 3000 euro, e solo per pubblicare. Io, se fossi borghese, comprerei una fama molto più capillare, e spenderei molto più di 3000 euro. Tieni presente che per i poeti borghesi non sarebbe un problema spendere 30.000 euro. Ma non lo fanno. Perché il borghese è sempre conservatore: nel senso che conserva i suoi beni.
 
 
4. La tua ricerca, come ti dicevo in una conversazione privata, mi pare offra il paradosso ossimorico del buio/luce, ossia del Nosferatu che diventa anche Buffone di Corte (ma della sua Corte, del suo stesso farsi Re), ossia di quel notturno che sa ferire alla luce del giorno ma anche ritirarsi nell’ombra quando la luce soffoca il gioco. Ecco, in questo processo di disumanizzazione, quanto è gioco e quanto è scherzo?
 
 
MS: Io non gioco, perché giocare da soli non è divertente. E non scherzo, perché non essere capiti vanifica lo scherzo. Ridere da soli è una cosa da masturbatori del cazzo.
 
 
5. La tua ricerca spinge sul ritmo, sulla musicalità, sulla circolarità. Sul respiro che si fa corpo, sulla parola, che è corpo. Questo vale per tutta la scrittura, secondo te? Ci puoi dire per te qual è la differenza tra scrittura in prosa e scrittura in versi? Se mai esistesse questa differenza, ovviamente.
 
 
MS: I versi sono metrica, da quando ho ripreso in mano la metrica. La metrica è nella maggior parte dei nuovi testi post-abiura. La prosa non è poesia. In generale, la poesia serve a dire “io sono bravo e voi non capite”; la prosa serve a dire “avete capito che io sono bravo? Bene: se non vedete i versi lo capite meglio”. Non ho parlato solo di me e per me.
 
 
6. Come pensi che il linguaggio poetico, e dunque i poeti, possano ancora incidere, se possono, sulla società contemporanea? E se pensi che possano, in quale maniera? Una volta mi hai detto che sta cambiando il concetto stesso di Uomo. Se puoi integrare alla domanda questo concetto, e se puoi dirmi secondo te come cambierà anche il concetto di poesia in relazione a questo.
 
 
MS: È bastato diffondere Facebook e lo smartphone per cambiare l’uomo. E i poeti usano Facebook e lo smartphone, febbrilmente, ma sono ancora convinti di vivere nel mondo in cui l’elegante Pietro Giordani conversa con il nobile Giacomo Leopardi.
Io ho scritto un libro di Poesie nello stile del 1940 – preferisco sempre il Novecento all’Ottocento, e il Duecento al Novecento – ma posso occuparmi di cose diverse: nello stesso tempo. Non c’è e non voglio una forma cogente, ma c’è una tempesta di possibilità, e la voglio. Ma attenzione: la tempesta delle forme non è mai – MAI – uno scherzo, e così torno alla risposta 4.
 
 
7. Pensi che l’editoria, la rete, e i vari vecchi canali, come le librerie, siano ancora un qualcosa che aiuti la poesia, o pensi invece che la disperdano e inaridiscano, rendendola una materia di nicchia? Se mi puoi dare la tua idea di contemporaneità poetica, insomma, in termini di diffusione, ossia cosa pensi della situazione attuale?
 
 
MS: Ci sono due Papi viventi.
Uno è colto, l’altro no. Uno è europeo, l’altro no. Uno è poliglotta e teologo, l’altro no. Uno tende a non apparire, l’altro appare liberamente. Uno è molto anziano, perché sembra nato anziano; l’altro è un po’ meno anziano, ma nessuno lo considera anziano. Uno, l’europeo, è rigoroso e preciso nelle sue affermazioni; l’altro, il non europeo, si fa fotografare con il naso da clown e parla a caso, mescolando understatement e autoritarismo. Il non europeo ha fatto anche il buttafuori, come è scritto sull’“Osservatore Romano” del 3 dicembre 2013.
Ratzinger è come Montale e come Luzi, diciamo. Bergoglio è un incrocio tra un duro argentino e tutto quello che Montale e Luzi NON sono mai stati.
Ora dimmi: tra i due Papi, chi è che decide, oggi?
Non l’umanista, ma il buttafuori.
Non il raffinato, ma il duro.
Non il calcolatore, ma l’improvvisatore.
E tu pensi che la Chiesa non sia uno specchio terribile del mondo di oggi? I poeti agiscono come Ratzinger, ma nel mondo di Bergoglio. Questo per quanto riguarda i poeti non performativi. Dall’altra parte: non basta fare un poetry slam per essere Bergoglio. E questa è una fregatura colossale.
Perché Bergoglio non fa nulla di spettacolare. Questo è il punto. Fa il matto, ma non è un mattatore, soprattutto quando celebra la Messa. In Bergoglio lo spettacolo è lo stesso Bergoglio, come matto, non come mattatore. Comunque è una strada che non continuerà tranquillamente. Dico: il papato in Italia e la poesia italiana. È la stessa strada, Antonio.
 
 
8. Perciò, di conseguenza, come pensi si possa fare per avvicinare la poesia ai giovani, e più in generale, alla gente che voglia approcciarsi a questo tipo di disciplina?
 
 
MS: Solo una cosa si può avvicinare agli umani. È l’umano: né più né meno. Oggi The Caveman ha successo, con la voce e il corpo di Maurizio Colombi. The Caveman non ha una particolare apparenza teatrale, non ha complicazioni intellettuali, non è cultura accademica. In certi punti potrebbe sembrare un seminario motivazionale. Oppure un pezzo di buona televisione, dilatato nei tempi lunghi del teatro.
Colombi parla del pisello e della patata, dei padri e delle madri, delle donne dettaglianti e degli uomini contrattanti. E questo basta. E Colombi è veramente bravo.
La poesia non si avvicina a nessuno, in quanto poesia, perché gli umani non la sentono umana. Se diventa umana, può essere avvicinabile e avvicinata. Ma allora il seduttore non è il testo in sé. Non conta la poetica, né la poesia, ma l’ESEMPIO. L’esempio seduce.
Osservare il pubblico del Caveman è istruttivo. Un poeta che sia solo poeta – una specie di muto orgoglioso del mutismo, ma borghese – potrebbe morirne. Io ho sentito quelle risate e ho preso appunti. Questi.
 
 
9. Sapresti indicarmi tre nomi di poeti che ti sembrano interessanti, tra quelli nati dopo il 1970? Se sì, sapresti indicarmi i motivi della tua scelta?
 
 
MS: Quando un poeta parla di poeti “interessanti” parla solo di rapporti umani con i poeti “interessanti”. Io faccio fatica a parlare di poeti come se fossero solo autori di testi, perché so che i loro testi sono il pretesto per avere un ruolo poetico. Dal ruolo deriva un rapporto umano con me e con altri poeti.
Ho amato la poesia di Marco Giovenale e di Alessandra Greco, nati nel 1969. Va bene. E poi? Ho amato Neuropa di Gianluca Gigliozzi, che non è un poeta. Ma io ho chiuso questi rapporti, e dopo aver chiuso i rapporti il desiderio è morto. Vedi che uso termini ambigui, come RAPPORTO e DESIDERIO. L’interesse di un poeta vivente per i testi di un poeta vivente è affettivo & strategico. Credo di aver letto solo per amore, dato e ricambiato, & per strategia, data e ricambiata. Nota la & commerciale: anche la parola COMMERCIO è ambigua, perché può indicare un rapporto d’amore o un rapporto spirituale.
I testi sarebbero dovuti essere la colla dei rapporti. Oggi è evidente che non lo erano. Non c’era un bel commercio, né un sacrum commercium. E l’unica domina che trovai non era la Paupertas, poi addio. E io non ero san Francesco, nemmeno quando il corpo era sottilissimo.
L’uomo malato coltivava i rapporti, con la scusa della poesia, per sentire l’abbraccio di un braccio maschile e soprattutto il fruscio di una veste femminile. Che meraviglia, no? La strategia serviva anche a cercare e ad avere il consenso. Ho avuto il consenso, il piccolo consenso che può avere un autore di versi. Poi ho visto che la Bellezza seduta sulle mia ginocchia era amara. E l’ho ingiuriata. (Questo è solo Rimbaud, ovviamente).
Oggi scindo sempre il commercium dai testi.
L’amore ha preso una forma poetica e segreta.
 
 
10. E ancora: sapresti dirmi i poeti che maggiormente ti hanno influenzato e perché? Sempre tre nomi, se è possibile. E se mi sai dire, dato che ci piace provocare, anche dei nomi sopravvalutati e che pensi rovinino la possibilità poetica di questi ultimi tempi (se te la senti, ovviamente, altrimenti lascia perdere). Grazie per il tuo tempo e per le risposte.
 
 
MS: I classici. I salmisti e i profeti. I primi provenzali. Guido Cavalcanti. Il conte Giacomo Leopardi. Emily Dickinson. Amelia Rosselli. E Rimbaud. I nomi sono questi, i meno nudi tra tutti i nomi.
Fui cooptato tra i poeti viventi da Giuliano Mesa. Amai molto la poesia di Mesa e quindi – se il rapporto è la testualità e la testualità è il rapporto – amai Mesa. Poi Mesa morì, ma prima di lui morì la nostra amicizia.
Sopravvalutare è un atto da infanti e da deboli. Ho 43 anni e non posso più permettermelo. Io stesso sono stato sopravvalutato, quando ero nella “tirannia dei rapporti”. Oggi non sono né sopra né sotto. Ci sono e basta, e mi prendo mille ruoli, di giorno in giorno: dall’umanista alla spina nel fianco, dall’attore al cercatore di oro orale.
Una cosa manca sempre ai poeti, e l’ho sempre detto: la felicità degli altri. Nessun poeta si è mai posto il problema di rendere felice qualcuno. I poeti non rendono felici nemmeno i loro compagni più stretti. Per non rischiare, io non vedo più poeti, di solito, ma attori e musicisti.
Per non rischiare, sto da solo, e lavoro. La compagnia è graditissima, se è la compagnia di un pubblico feroce ma felice.
Grazie a te.
 
 
 
10 poesie di Massimo Sannelli
tratte da “Memoriale della lingua italiana” (per “Lotta di classico”, ebooks a cura di Massimo Sannelli, Genova, 2017)
 
 
 
 
*
 
Non vuoi perderti ancora, di prova in prova:
osso per osso e mente per mente. E un cane-attore
lecca e morde un altro cane-attore,
perdente.
 
L’uomo, che è qui, non è comune,
è ricco, ma non è borghese, ed è in carcere.
 
Oggi è sul letto, solo; e guarda in alto
con calma. E prima o poi un colpo scende
o lo stupro, va bene? Questo è il primo
atto qui. A chi parla:
impara la sua voce e ricomincia
lo schifo delle M e delle R, mugola mamma e rovina
e meridione, merda e merito, vuoi capire?
Tu vuoi capire. Cosí ti lego all’uomo che non sei:
odialo molto, perché non sei tu.
 
 
*
 
Villalobos. Madness. A questo punto dovrai
voltarti piano: vuoi sentire? Nell’inizio avrai
l’arancia, la buona: la buona, l’arancia è l’unica
luce,
 
ma è meglio
se tieni gli occhi chiusi. Non devi capire.
Chi sa tenermi è buono: resiste alla piena,
dolcemente. Chi sa tenermi è forte:
può aprire la porta, può afferrare.
Madness è quando inizia l’anno, Gennaio,
dopo tutto: in questo punto il diario non è il boia
privato, non è il ladro.
 
 
*
 
A noi due, per poco. E lo schianto non ci sarà.
La musica degli altri è un re solo, è un re
nudo. Io non resisto qui, ma poi resisto. A noi due
ora dedico. Alla notte lentissima. Alla luce, che ingenuamente
voglio, adesso.
 
 
*
 
Un odore e un colore (di incenso) (noi
avevamo confidenza…)
Un riflesso, una sosta, una pace all’altare – una corsa
civile… Ma io voglio sapere dove eri. E io voglio sapere come
stavi. E perché eri perduto? (ha parlato
la femmina).
Perché non eri qui? – quando non ero
nato, fu una mossa infelice, fu questa,
che si vede: due esseri e due averi, ma tutto
si salverà. E tu fatti centauro, no? Fatti centauro.
 
 
*
 
Prima è nata la potenza e la perfezione
è nata. Una scena con il Vecchio
uomo in un Faustus è nata. Alla rabbia
si oppone un urlo secco, a bocca
aperta, ma è una bocca muta.
Ora voglio la guancia. E tu
mi premi bene, e tu mi fai
premere la strada, dove non
sono. La potenza del lavoro è dopo,
perché c’è un luogo e un ruolo.
 
 
*
 
Donna, e 4 ore di sonno, come gli eroi, e il mondo
non si piega, come io voglio.
La prima signoria è della tecnica: un orecchio è qui, ma non
è un occhio; io ho il suono, ma non vedo
piú. Penso alla diva e “la diva eri tu”;
e io ho fatto la troia, bene, l’aggressore e la diva,
l’amore e l’uomo, l’autore senza luce: capisci la vergogna?
 
 
*
 
Questo è un vaso, ma il vaso diventa una nave
vuota. Questa è la nave, ma la nave diventa una mela
buona, un frutto. Il vaso è dove appari, la nave
è dove cresci, la mela sei già tu e pensi di non essere
cosí? Lo show continua come una tempesta
e per venti anni voglio questa grazia.
 
 
*
 
Gran duo, con gli strumenti. Gran Dio, con gli strumenti; e Dio
è grande. E ora? Sei tu la bellezza cruda?
Nelle ossa di vetro le costole sono sante
cosí, sono fatte cosí, e romperle è
l’oltraggio, senza amore.
 
 
*
 
C’è una prova filiale, non l’agonia
del figlio. Sul palco l’urlo è simulato
e il palco è tutto pane, e il pane è tutto
bianco, e il pane è TUTTO.
Lo stanco è questo, che vedrà la mòssa,
la ballerina di Lisbona e un’altra
icona rossa, e sanguina, sanguina. La prova
è questa forza e questo orgasmo
nuovo e una nota, nera, per tributo.
 
 
*
 
Non c’è piú morte in vita da difendere, né maestro, né
l’uomo-donna; né rebis; ma volete l’icona e l’avete
avuta; voi volete la bella
persona, ma è il leopardo sui cani, e vince; e appare
un cazzo;
e l’inno sacro è il modo di umiliarsi, e
il ditirambo è il modo di non esserci.
 
 
 
 
Nota
 
Il titolo è copiato dal Memoriale della lingua italiana del sig. Giacomo Pergamini da Fossombrone. Estratto dalle scritture de’ migliori, e piú notabili autori antichi. Ridotto in ordine d’alfabeto, e diuiso in due parti, per commodità del lettore, Gio. Battista Ciotti senese, all’insegna dell’Aurora, Venetia 1603.
 
 
 
 
 
Massimo Sannelli è nato nel 1973. Vive a Genova. Allievo di Edoardo Sanguineti. Autore, artista, attore, editor, traduttore. I suoi ultimi libri di carta sono Digesto (Tormena, 2014) e Intendyo (La Camera Verde, 2016). In e-book, sotto il marchio libero di Lotta di Classico, Memoriale della lingua italiana, 2017. Il suo sito è http://www.massimosannelli.com
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