ANTICIPAZIONI EDITORIALI: Giorgia Meriggi – “Riparare il viola” (di prossima uscita per la collana “Sottotraccia”, diretta da Antonio Bux, Marco Saya Edizioni, Milano, 2017)

cover-merigg
In preparazione la quarta uscita della collana “Sottotraccia” che dirigo per le Marco Saya Edizioni di Milano. Dopo gli esordi di Bruno Lugano, Andrea Gruccia e Simona De Salvo, ecco il libro d’esordio “Riparare il viola”, di Giorgia Meriggi. Per il blog anticipo la mia solita quarta di copertina, più dieci poesie dal libro e la cover dello stesso.
 
Grazie, Bux.
 
 
In questa sua opera prima, Giorgia Meriggi dimostra di essere un’autrice di spada e di cesello, un perfetto artigiano che, col suo lavoro, ordisce una trama che dà precisione al caos (sgradevole, spinoso, amaro) del reale o, per dirla alla Hoeuellebecq, all’incongruo del mondo. E così il libro si sviluppa più dal movimento che dall’osservazione, dato il nascere di quasi tutti i versi “in cammino”, durante lunghe passeggiate in collina, dove l’autrice ha vissuto per quindici anni. Infatti quella della Meriggi è una poesia della visione – visione di un ritmo – più che una visione delle cose tramite i sensi. E la sua lingua è imparentata con le forme ed i processi del mondo vegetale (col suo germogliare, ramificarsi, sbocciare) affermando una forma particolare, come di grovigli di rovi caotici che, apparentemente senza schema, invadono e sovrastano; ma che osservano anche la stasi del fiore di campo, o dell’albero, ecc. Insomma, in questo libro vi è una differenziazione delle forme e dei significanti che va al di là della lingua. Ed è così che i nomi delle piante suonano, e la raccolta stessa diventa ibrido, che inizia a germogliare e si sviluppa, per diventare giardino sublimato e sublimante, pronto a combattere contro le infestanti (che creano disordine), attraverso una forma del verso rigida, spesso ingabbiata in finti o veri endecasillabi, che vanno a trasmettere metodo, disciplina, chissà per poter riparare il viola (ovvero l’oscuro) di ogni vena dell’esistere e del sentire.
 
Antonio Bux
 
 
10 poesie di Giorgia Meriggi da “Riparare il viola” (di prossima pubblicazione per la collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux per Marco Saya Editore)
 
 
 
*
 
Nella notte di acufeni
gli arti figure di lance
e fiori, le carte sparse
sul letto di chi ha perso.
Segmenti che non trovano
l’articolazione.
 
Scordatura atriale:
nelle false geometrie
dell’insonnia
il quadrato imperfetto
non si consegna a una formula
a somma zero,
la volontà è orizzontale.
 
 
*
 
Tu contali i cipressi accomodati
da potature a cono, assecondare
il limite di questo cimitero.
 
Veniamo qui a criticare l’edera
a divorare i nomi, a procurare
gemiti alla ghiaia, qui troppo bianca.
 
Io me ne devo andare. Non sopporto
il pianto dell’intonaco, l’odore
di canfora di tutte queste ali.
 
 
*
 
Nel vaso la dracena è magra,
il letargo dei buoni propositi
nelle mani del carpentiere stanco.
 
Lui insegue il traguardo della vespa
che annega nel latte, la cimice
inebetita sul legno di cedro.
Sequenze di qui e ora, la notte
e i giorni, aritmetiche d’insetto.
 
 
*
 
Essere qui come uomo, arancio, liuto
o mosca, la luce che flette da pori
ineguali. Qui, alla finestra, a scambiare
l’aria per morire di morte diversa.
O qui, sulla tela, osservati, e morire
di morte uguale.
 
 
*
 
Vedi, fuori il mattino è inamidato,
il sambuco è già sfiancato dal parto,
e docce di bacche in sopraffazione
di voliera, le piccole placente
color vino. E ancora più sopra, guarda,
la collina com’è cieca di querce
qui, ora, alla cute nasconde il losco
e le più prepotenti acacie… scusa
se insisto, ma di là dalla finestra
è un gran bell’apparecchiare speranza,
inconfutabili il cielo i colori
e i rumori di insetti a croda, e uccelli,
inesauribili fino a pranzo…
E poi lo zenit che zittisce tutto,
e mi infilza come una lunga spina.
 
O è la tua, che sento, ma non vedo, qui
nel fianco.
 
 
*
 
È sempre a te che parlo – e a chi altri –
pure se hai ricambiato la mia voce
col pigolio di un fiore d’oleandro.
 
Mi vedi, sono dietro all’inferriata
che mi ferisco il palmo e ridisegno
avverbi a rintocchi di gladioli.
 
Ma qualcosa oscilla nella pronuncia
della parola noi, se manca il bacio
all’ultima vocale.
 
Guarda il cancello, chiediti chi è stato,
io, il dittongo chiuso in un pentacolo,
o tu del noi lo iato in contumacia.
 
 
*
 
Vedi, al sole gli insetti diventano
di vetro e poi spariscono sedotti
dall’incantevole caramellare
delle rane.
 
Guarda la malvarosa, domandati
perché non è più di moda negli orti
di campagna.
 
Ma chi parla, se neanche nei giardini
ornamentali ormai siamo reali.
 
 
*
 
Fai silenzio, lasciami arrampicare
lungo le tue cortecce lisce d’olmo
adolescente, che importa se aprile
è passato, se hanno spostato i campi
di coriandolo e lavanda dall’altra
parte del mondo, che importa.
 
Non sai che i boschi sono chiese senza
un tetto, create dai mantra di insetti
notturni.
 
Al buio s’infilano tra i pensieri
di muschio cresciuti sulle pietre
che cadono dai sogni
dei cercatori di funghi
e di parole.
 
 
*
Lui mi invita al mercato dell’usato
alle ore illegali dei portici.
Un io cucito a mano e un tu tirato
per la giacca, che non si ferma e non si
volta e non mi guarda.
Mi attacco una testa, gambe e braccia
di plastica. Dondolando sopra un noi
rinforzo i punti sulla faccia. Il filo
si rompe, canfora e paglia escono
dalle cuciture.
 
 
*
 
O i gelsi in fila, quelli arrotondati,
che mai e poi mai li diresti pari
al gelso mai potato, il mio,
il tu nella solitudine
che è io.
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