ANTONIO BUX – estratti da “Gabbie in codice” (Edizioni Oèdipus)

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da “Gabbie in codice” (di prossima pubblicazione per Oèdipus Edizioni)
 
La gabbia prima e costante, nella poesia di Bux, è quella del rispecchiamento: due poesie si fronteggiano ogni volta, riflettendo le parole dell’una in quelle dell’altra, per insegnarci che lo sguardo sull’oggetto è uno sdoppiamento dell’oggetto, e che guardarsi allo specchio vuol dire essere davanti alla visione abissale del proprio rovescio. Così, in questa realtà di vasi perversamente comunicanti le gabbie pullulano, eppure non c’è limite né frontiera che tenga: la cosa tracima inevitabilmente nella propria forma speculare, l’esistere dilaga nel suo inverso che è lo spegnersi e via cancellando: parola, specchio, immagine e annullamento sono le chiavi di questo mondo simmetrico e ossessivo in cui fantasmagoria e perdizione sono un’unica danza spietata «perché la notte / è il suo desiderio / di estinguere», dice la poesia d’apertura. Ma che ne è di chi abita la notte, di chi forse resiste, esistendo, alla notte? potrebbe chiedersi il lettore. La risposta è un po’ più giù, in un ritratto di interno degno di Ingmar Bergman: impenetrabile a tutto e dunque illeggibile per chiunque. L’interno è esso stesso una notte claustrofobica: «La casa ha solo colpe / lasciate le chiavi incustodite / le porte non aprono ricordi / ma scricchiolii sordi ai vicini».
 
Sonia Gentili
 
 
***
 
(Balla la croce oltre il crinale
dentro il fianco di Parnasso
 
il giudice dell’oltretomba
un solo principe indica
 
al crimine del sapere
piange l’animale gelido
 
nel pianto di esistere invece
la morte santifica tutti
 
è un vetro premeditato, è dono
lasciando la terra
 
ma nessuno può averlo, il legame
tra gene e spirito, convertite
 
le luci adottive squameranno
qui il paradiso)
 
*
 
(Perché la notte
è il suo desiderio
di estinguere
 
una moneta
che l’universo progetta
noi siamo la spesa
 
patto che bruci
in noi ci sei ancora
ma finirai
 
con le carte rovesciate
e i libri di poesia
sceglieranno il demone)
 
*
 
(Se io ti dono
sei rose parlando
 
o il numero della vita
tra centinaia di spine
 
tu saprai l’amicizia un fiore
prostituito)
 
19-07-15-23:47
 
Le persone che non servono
bruciano parole
 
le parole che servivano
al cuore per le mani
 
ma il cuore parla da sé
inventa persone
 
ogni giorno coincide
il silenzio e la vita
 
20-07-15-08:30
 
I pescecani
non muoiono mai
 
aggirano le boe
i nostri relitti
 
meglio allagare
in silenzio
 
i denti cadono
se dicono troppo
 
20-07-15-11:26
 
Satana ha lingue
piatte
 
divora a lungo
le stesse tane
 
rimbalza
sul ghiaccio
 
la sua sfera
contraria
 
ferma solo
chi è superficie
 
20-07-15-21:44
 
Cosa impara
lo spirito
 
dall’albero?
 
Si dirà
l’autunno.
 
Poiché attesa
è forse
 
un nuovo fiore
meno verde
 
più semplice
superstite
 
sgranato il freddo
farà scuola
 
22-07-15:00:13
 
Captare
il segnale
 
del cardo
essere
 
il suo verde
calpestato
 
l’aiuto
nell’eco
 
attraverso
la pioggia
 
22-07-15-02:23
 
Troppo aumenta
il cuore
 
ciò che non
sa dare
 
la sua palude
di conoscenza
 
*
 
(Vorrei che le mie poesie
le leggessero i muratori
dopo la Peroni e il tangone
 
vivo di mortazza tra un rutto
e uno schioppo di Diana Rossa
magari sospeso su una trave
 
con la pancia spudorata
un muratore a bestia leggerebbe
una mia poesia senza cielo)
 
*
 
Ad un certo punto della tua vita
hai scritto poesie per tenere
 
promessa a quel vecchio
scrutatore di un altro futuro
 
e ora non c’è via di fuga
scrivi poesie per tornare in te
 
stesso o nella tua vera colpa
anche se scrivere non è fare
 
ma diluire il nero procedimento
 
sarà stato marginale resistere
se l’esistenza è danno scrivendo
 
*
 
Ogni domenica sbocciano
le rose. Sono nascoste bene
fino alle loro spine. Giorni come
fiori, intorno a un solo gambo.
 
Dirlo è come perdersi le arie
intanto che nei cieli regna aperto
l’improvviso della pioggia intorno
allo sciogliersi compiuto respirando;
 
una volta tornava primavera
ed era tutto onesto: la brevità
degli esseri ancora imperfetta
verso una luce che significava.
 
Ma ora è tardi, il buio inghiotte
molti; nelle curve passeggere
ci si abbassa per dimenticare
il fulmine buio della comprensione.
 
Allora dire non basta più, le parole
moltiplicano la lunghezza. Scivolano
giù dal fiume mentre scorre altrove
l’acqua che moltiplica ancora in sete
 
*
 
(La sofferenza
è l’ultima risorsa
 
tra gli abissi
del reale)
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