INTERVISTE: Marina Pizzi

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1) Cara Marina, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Iniziamo: in una conversazione privata, una volta mi hai detto di ricordare la data esatta e il momento in cui scrivesti la tua prima poesia. C’è un significato che vuoi segnalare rispetto a quel particolare evento? Puoi parlarcene?
 
MP: Scrissi la prima poesia il 22 Febbraio del 1978 per un’esercitazione universitaria. Avevo quasi 23 anni. Non mi riuscì di rispondere in tempo e il professore minacciò di buttarmi fuori dal seminario. Mi decisi: la poesia, anzi il sonetto, portava il titolo: “Rabbia”, ma l’ho perduto/a. Il titolo fu un accenno al futuro del mio scrivere versi. Ho contraddetto alla famosa affermazione di Benedetto Croce. A scuola andavo bene in italiano, ma tutto lì. A parte un incidente di percorso per me traumatico: alle medie la professoressa d’italiano mi chiamò a leggere alla classe: per l’emozione invece di pozzanghere leggi pozzanghère: apriti cielo, la cattedra mi distrusse. Io ne morii. Da allora leggere in pubblico per me è traumatico.
 
2) Nella tua poesia l’ossessione sembra essere un carattere predominante. Per te la poesia è dunque un’ossessione rituale? O, più in generale, cosa rappresenta per te la poesia, e per la tua vita?
 
MP: Ormai la mia mente pensa per versi e, alle volte, non mi fa dormire. I versi sono la sconfitta e la vittoria solitaria della mia vita. In pubblico mi è difficile leggere o recitare i miei versi a causa del panico che mi prende. Alle volte balbetto quasi come un ciclope. Non so vendermi, sì certo in senso buono. Mi faccio prendere dall’emozione. L’ossessione è sempre presente, ma ho quasi smesso, ormai, di prendere appunti fuori dalla scrivania di casa. Ma il fulmine lo devo trascrivere subito.
 
3) Ancora sulla tua poesia, ho spesso notato il ripetersi di determinate costanti (l’uso di termini riproposti in più occasioni – come abaco, occaso, etc.) come anche l’elencazione tramite la nominazione oggettivante. Credi che la tua poesia sia una sorta di invocazione perpetua, di catalogazione di attesa in vista della fine? Ce ne puoi parlare, in poche parole, di come vedi la poesia in relazione alla morte e a questa attesa?
 
MP: Da anni non prego più, bestemmio spesso. E i refrain sono multipli e molteplici. La poesia è il mio collare verso la morte: sono un randagio senza pietà di sé. Il mio retroterra di letture si deve a Dante, a Manzoni, a Foscolo, a Verga, a Montale. Leggevo a voce alta ed ho imparato moltissimo. Montale gemellò la mia giovinezza. In ogni verso muoio un poco, la morte è sempre presente forse per un’offesa atavica che non riesco a cancellare. M’innamoro di alcuni vocaboli e li trascino nelle novità inedite ed edite.
 
4) La tua ricerca, e dunque la tua scrittura, mi sembra erigere una specie di “architettura del disastro”. Tralasciando il disastro, che già si riallaccia alla domanda precedente, ecco parliamo della struttura; per te è importante l’organizzazione metrica dei tuoi versi, o ti lasci andare come attraversando l’inconscio? E come vivi questo nella tua quotidianità poetica: sei organizzata, quando inizi un lavoro, o lavori a più cose contemporaneamente?
 
MP: Lavoro ogni frammento ad uno ad uno, verso per verso. Prediligo l’endecasillabo, ma lascio andare anche la libertà del verso libero. Non mi serve contare, mi viene quasi o del tutto naturale. La musicalità è congenita. Il rigore è estremo, lascio decantare e poi, se ne valga la pena, accetto. Nulla lego al caso, ma la cadenza musicale o musicalità è fondamentale. Il caso, però, può essere anche illuminazione. Il cuore non c’entra per nulla ed essere donna nemmeno. È un salario a ridurre.
 
5) Hai mai scritto in prosa (romanzo, racconti, saggi, semplici pagine, etc.) oppure ritieni il linguaggio poetico la tua unica indole espressiva? Ci puoi dire per te qual è la differenza tra scrittura in prosa e scrittura in versi?
 
MP: Ho scritto rarissime recensioni, alcuni aforismi, ma mai una novella, ma pensieri in prosa o prosa poetica. La mia mente non ha la costanza del romanzo, saltello. Il lato ludico della poesia non è da trascurare.
 
6) Come pensi che il linguaggio poetico, e dunque i poeti, possano ancora incidere, se possono, sulla società contemporanea? E se pensi che possano, in quale maniera?
 
MP: Il poeta, almeno in Italia, non conta niente. Contano gli editori con i quali il poeta pubblica. Ho una notevole bibliografia con medi e piccoli editori di qualità, ma non sono riuscita a pubblicare con un grande editore. Non me ne cruccio più, tanto non serve. Il risolino contro la poesia è spesso evidente. Tanto scrivono tutti…
 
7) Pensi che l’editoria, la rete, e i vari vecchi canali, come le librerie, siano ancora un qualcosa che aiuti la poesia, o pensi invece che la disperdano e inaridiscano, rendendola una materia di nicchia? Se mi puoi dare la tua idea di contemporaneità poetica, insomma, in termini di diffusione, ossia cosa ne pensi della situazione attuale?
 
MP: Dalla nicchia del mio rifugio il web mi ha aiutata molto. Appaio, ma non ci sono. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Il web è formidabile, ma è lama a più rasoi. Occorre stare molto attenti. La banalità è di casa.
 
8) Perciò, di conseguenza, come pensi si possa fare per avvicinare la poesia ai giovani, e più in generale, alla gente che voglia approcciarsi a questo tipo di disciplina?
 
MP: Non occorre fare nulla, piena libertà. La didattica didascalica può servire come primissimo approccio, poi basta: ognuno per sé e la forte poesia per tutti.
 
9) Sapresti indicarmi tre nomi di poeti che ti sembrano interessanti, tra quelli nati dopo il 1970? Se sì, sapresti indicarmi i motivi della tua scelta?
 
MP: Massimo Sannelli, Davide Nota, Francesca Genti. Ma la proposta è notevole e dispersiva. Sottolineo il fulmine, se c’è.
 
10) E ancora: sapresti dirmi i poeti che maggiormente ti hanno influenzato e perché? Sempre tre nomi, se è possibile. Grazie per il tuo tempo e per le risposte.
 
MP: Ho già risposto con Montale, aggiungo la rettitudine di Pasolini, la singolarità di Jolanda Insana e soprattutto il gomito a gomito con Amelia Rosselli.
 
10 poesie inedite di Marina Pizzi
 
1.
 
Come farò a morirmi addosso
Quando dal fischio dell’ultimo treno
L’anomalia del pianto è la sintassi
Massima orticaria. Il panno di lino che mi nacque
Ora è lo straccio del forno che attende
Di accendersi. Dimestichezza atroce
La viandanza tradotta nella sabbia
Con le buche improvvise. Viottolo
Il polso bambino pulsa lacrime
Di fiele. Già tradotta la rotta
Stringe le palpebre chiuse.
Velodromo la nicchia del rantolo
Rupestre. Intanto si addebita
Il tempo recluso. Qui non patriottica
La rete del letto squaglia il vólto.
Al sepolcro rovesciai la faccia
Per schiattare anch’io.
 
2.
 
Voluttà di addio vederti
Issato sull’ultima sfinge.
Giocoforza tirarti baci
Celesti oltre le stimmate.
Stima di gioia t’incontro
Cometa adagiata al davanzale.
Ulula invano la mestizia
Grazia atletica l’abbraccio.
Lutto di ieri la mamma
Marziana di sé che se ne andò.
 
3.
(A Beppe Salvia nel dì del compleanno)
 
Romitorio di addio questo sorpasso
Cencio volatile perderti per sempre.
 
4.
 
Intruglio di comete l’apice
Del rantolo. Tu ricorri e rincorri
Le torve anestesie del non vivere.
Amore tristo tritare le foto
Così vicine al nulla.
Mestizie fossili lentissime le tartarughe
Rughe del sono ormai senza più scampo.
Merletti monacali vorrei viverti
Candore dell’esito di esserci
Nonostante morte. Visibilio il bilico
Di starsene quatti. Ma la moria del sangue
Germoglia senni senza senso.
Meringa di ieri
L’infanzia.
Fu fantasma, spasimo d’eroe.
 
5.
 
Campane a morto gl’indici di libri
Quando le biblioteche bruciano
Colline cinerarie bazzecole di lutti.
Al vocabolo del fatuo fossile
La rondine rischiara.
In dirittura di arrivo il vocalizzo
Del fantasma. A dirotto gelano
Le nubi che promettono
Fatue le grandini. Gerundiali comunque
Le resine avventizie. E qui ti dia bacio
Il cencio che se ne va con le stampelle.
Sotto la pensilina la tramontana
Inneggia alla rivolta. Disobbedisco sùbito
Al nero della toppa che non gira. Vado via
Domestica e randagia con il teschio in mano.
Chi riderà è uno sterco del diavolo
Voluto dalle sfere troppo perfette.
Rinuncio a tutto e cresimo
Le mie ceneri.
 
6.
 
Stremata arsura persino il polline
Del giardino imperiale. Così finisce
Il lino della nascita. Scribacchio aureole
Per sommi lestofanti famelici di glorie.
Idiomi lirici le veglie funebri
Braccate dalle fauci del coma.
Esuberi del fatuo le tombe
Battesimali davvero. Interrogazioni
Fatue sopravvivere ai compleanni.
Si voltò dall’altra parte e morì.
 
7.
 
Tristezza di nitore la parola
Da lastricati algidi s’accunea
In quanti di straziate usure,
di altrove mal mappati
ragnatele in itinere di stasi
vocali che un senso accertino
apicale decretino un destino
l’insaziato verso del precipite.
 
8.
 
Patiboli di bile questi governi
Votati alla stagione dell’arsenico.
In stanza con i patiboli di scrivere
Disfo rimesse con le carcasse.
Mare ventoso l’arcigno del basto
Quando qualora vomito serpenti.
 
9.
 
Di fiori freschi giorni bui
Non eccellenza di tramonti
Voragine domani, mi voragina
Adesso i domani.
Dimentico a prostrate gioventù
D’affetti resina sottrae
Di mitici scenari un olocausto
Epidermide d’archi l’orizzonte
L’elegiaca sembianza del risorto.
 
10.
 
Gerundio di fallacia il mio tramonto
Sciacallo sul traguardo foce comune
Nodo senza capsula di ricordo.
Martirio di stazione lasciarti
Dove svenammo un amore reo
Cattura di se stesso quasi sùbito.
Ero bella tu ancora giovane
Vollero gli dèi spararci
Ok dell’ombra separarci.
Dopo tanto tempo conta ancora
Addio sul lastrico la resina di amarti
Profumi addolorati. In un pendio
La giacca fece rondine di sé
Per non calcarci più.
Rovinai nel prossimo del tempo.
 
 
Marina Pizzi (Roma, 5 maggio 1955). Ha pubblicato i libri Il giornale dell’esule (Crocetti, 1986), Gli angioli patrioti (Crocetti, 1988), Acquerugiole (Crocetti, 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente, 1993: pubblicazione del Premio), La devozione di stare (Anterem, 1994: Premio Lorenzo Montano), Le arsure (LietoColle, 2004), L’acciuga della sera i fuochi della tara (Luca Pensa, 2006), Dallo stesso altrove (La Camera Verde, 2008, selezione), L’inchino del predone (Blu di Prussia, 2009), Il solicello del basto (Fermenti, 2010), Ricette del sottopiatto (Besa, 2011) Un gerundio di venia (Oèdipus, 2012), La giostra della lingua il suolo d’algebra (Edizioni Smasher, 2012); Cantico di stasi (Cantarena, 2013: edizione parziale), Segnacoli di mendicità (CFR, 2014); Plettro di compieta (LietoColle, 2015); Cantico di stasi (Oèdipus, 2016: edizione definitiva). Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124-Poetry Wave. Electronic Center of Arts”, coordinata da Emilio Piccolo (1951-2012), ha nominato Marina Pizzi poeta dell’anno. Fa parte – insieme a Massimo Bacigalupo, Milo De Angelis, Franco Loi, Tomas Tranströmer, Derek Walcott e altri autori – del Comitato di redazione della rivista internazionale Poesia. È redattrice del litblog collettivo “La poesia e lo spirito” e collabora con il portale di cultura “Tellusfolio”. Lavora presso la Biblioteca di Area umanistica Giorgio Petrocchi dell’Università degli studi Roma Tre. È stata tradotta in persiano, inglese e tedesco.
 
 
foto di Dino Ignani
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